Nucleare iraniano: Stati Uniti e Israele sempre più distanti

Obama And Biden Meet With Israeli PM Netanyahu At White House

Il governo israeliano ha un obiettivo primario in questo momento: far naufragare l'accordo tra Iran e 5+1 sul nucleare, che dovrebbe essere perfezionato entro giugno. L'intenzione era stata esplicitata più volte in campagna elettorale da Benjamin Netanyahu, non solo in patria ma anche davanti al Congresso Usa.

Con il passare dei giorni, tale impostazione rende sempre più tesi i rapporti tra Stati Uniti e Israele. Ieri Barack Obama, dopo le dure prese di posizioni di Tel Aviv nel vertice di sicurezza, ha replicato che il suo paese non accetterà nessun diktat sul nucleare e ha specificato: "l'idea di condizionare un accordo che impedisca all'Iran di dotarsi di armi nucleari al riconoscimento di Israele sarebbe come dire che non firmiamo alcun accordo a meno che la natura del regime iraniano non cambi completamente".

Washington sa perfettamente che se provasse a cambiare le carte i tavola con Teheran tutto il lavoro fatto finora non sarebbe valso a nulla. Inoltre, gli Stati Uniti perderebbero un alleato in Iraq nella lotta all'Isis, un alleato in grado di fare il "lavoro sporco" con le forze di terra.

Tuttavia, Bibi non sembra in una condizione di svantaggio rispetto al suo omologo americano. Il governo israeliano tenterà di portare il Congresso, in mano ai repubblicani, dalla sua parte. E questa non è un'ipotesi così peregrina, visto che molti rappresentanti e sanatori conservatori sarebbero felici di offrire a Tel Aviv un sostegno incondizionato, affossando così definitivamente il progetto obamiano in vista delle presidenziali del 2016.

Ma al di là del nucleare della Repubblica Islamica, quello a cui stiamo assistendo è una progressiva divaricazione tra la politica estera della Casa Bianca e di Israele. La prima ha decisamente delle priorità che non collimano con quelle di Netanyahu: sconfiggere il radicalismo sunnita e lo Stato Islamico ed evitare che un solo paese assuma una posizione di monopolio nell'estrazione del greggio in Medio Oriente. A tale riguardo, Obama ha ben chiaro che l'Arabia Saudita non dovrebbe aspirare ad una condizione che le permetta di essere autonoma a livello economico, energetico e di difesa militare. Riyad, in definitiva, è utile come alleato nell'orbita statunitense, ma non deve alzare troppo le pretese. E ovviamente, in questa prospettiva, l'annullamento delle sanzioni all'Iran gioca un ruolo fondamentale.

Israele, invece, ha deciso di saldare i suoi interessi a quelli della monarchia del Golfo per contrastare una nuova ascesa nelle regione di Teheran. Inoltre, per Tel Aviv la guerriglia sciita libanese di Hezbollah resta un pericolo più grande rispetto a quello rappresentato dai sunniti di al-Nusra in Siria.

Le visioni dei due governi, dunque, saranno difficilmente ricomponibili. Segnano un distanziamento che non si era mai registrato prima e non è detto che un cambio di leadership negli Stati Uniti possa attenuarlo. A tale proposito, segnaliamo che i repubblicani sarebbero sì molto contenti di fare uno sgambetto ad Obama sull'Iran, ma allo stesso tempo sono ben consci che la strategia generale dei democratici ha una sua razionalità all'interno del contemporaneo scenario globale.

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