Sott'acqua il Paese del "paradiso terrestre"

L’Italia, chissà perché, è il Paese dell’emergenza. Non piove, ed è emergenza. Piove e nevica, ed è emergenza. Si muore sul posto di lavoro e nelle scuole fuori norma, ed è emergenza. Si muore sprangati da delinquenti allo stadio, ed è emergenza.

Siamo il paese del “troppo” o del “troppo poco”. Forse è meglio dire che siamo il Paese del “dopo”.

Dei telegrammi di condoglianze e dei buoni proclami dopo i lutti quotidiani. Siamo il Paese del “faremo”. Sempre a inseguire.

Fra un casino e l’altro, a volte fra un vero e proprio omicidio e un altro, si deve sempre trovare a chi dare la colpa, cercare il capro espiatorio. Comunque la responsabilità è sempre di altri, dell’altro, di un altro partito, di un altro governo. Mai nessuno che dica: “è colpa mia”, è “colpa nostra”.

Capita che nella capitale di questa Paese una donna muoia perché affoga in auto, per pioggia. Che il sindaco dei miracoli chieda lo stato di emergenza perché l’urbe affoga per quattro ore di pioggia. Come se fossero tornati i barbari sotto le mura del Campidoglio.

E capita che il premier del “paradiso terrestre” ambisca a fare da mediatore fra Usa e Russia al G8 e voglia cambiare tutto, in un Paese dove tutto resta come prima.

Peggio di prima. Di quando, ad esempio, c’erano i cantonieri lungo le strade a fare manutenzione e la manutenzione si faceva. Via i cantonieri per far posto ai consiglieri delle “società partecipate”, via chi lavora, per far posto a chi comanda.

E’ così ovunque, oramai: dalle ferrovie alle strade, alle scuole, agli ospedali, alle campagne, alle montagne, alle spiagge. Ed è meglio fermarsi qui. In attesa del Ponte sullo stretto.

Una casta politica come quella italiana non ce l’ha nessuno, in Occidente. E nessun Paese, oramai, (non solo in Occidente) è così mal ridotto come l’Italia.

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