Immigrazione, le soluzioni allo studio di Italia e Unione Europea

Obiettivo numero uno dei lavori in Italia e in Europa è arrivare a "bloccare le partenze": ma siamo sicuri che questa sia la soluzione migliore?

    Le misure allo studio

    - La misura principale che si sta prendendo in considerazione è quella di distruggere le barche ancorate sulle coste libiche, in modo da impedire le partenze dei migranti.
    - A colpire sarebbero mezzi militari, in primis aerei e navi. Un'azione in cui la marina italiana avrebbe probabilmente un ruolo di primo piano.
    - Trattandosi di violazione della sovranità libica, prima di agire l'Europa vuole attendere una risoluzione Onu che le dia il via libera.
    - Altro punto decisivo, proposto dal ministro Alfano, è la creazione di campi profughi direttamente nei paesi dai quali i migranti partano, che consentano di valutare "in loco" le richieste di asilo politico e decidere così chi può venire in Italia e chi no.
    - L'Europa si è detto disponibile, facendo sapere di voler "compiere sforzi sistematici per identificare, catturare e distruggere i barconi prima che essi siano usati dai trafficanti" e di voler raddoppiare la missione Triton

Il 15 ottobre 2014 mancavano appena due settimane al termine dell'Operazione Mare Nostrum. Quel giorno Laurens Jolles, rappresentante UNHCR per il Sud Europa, utilizzò poche parole che oggi suonano come drammaticamente profetiche:

"Terminare Mare Nostrum senza che venga sostituita da un’operazione di soccorso in mare europea metterà a rischio la vita delle persone. E’ necessario mantenere una forte capacità di soccorso in mare dei rifugiati e migranti che tentano di raggiungere l’Europa per chiedere protezione ed aumentare le alternative legali alle pericolose traversate".

Mare Nostrum veniva chiuso fondamentalmente per gli stessi motivi per cui era stato creato: marketing. Fu creata dopo la strage di Lampedusa, il 3 ottobre 2013, e durò 13 mesi: l'operazione, fortemente voluta dal governo Letta, consisteva in una missione militare e umanitaria la cui finalità era di prestare soccorso ai migranti, prima che potessero ripetersi altri tragici eventi nel Mediterraneo. Le polemiche sui costi dell'operazione (9 milioni di euro l'anno circa) e sulla mancata sinergia tra la macchina di soccorsi italiana e gli altri paesi europei hanno portato il nuovo governo, presieduto da Matteo Renzi (anche se in alcuni ministeri chiave, come gli Interni, i ministri non sono cambiati), ad allargare le competenze e le responsabilità dell'Operazione, abbattendone i costi.

MALTA-ITALY-IMMIGRATION-REFUGEE

In realtà, a dispetto di quanto sostiene il governo italiano ed il ministro dell'Interno Angelino Alfano, Triton di Frontex non sostituiva Mare Nostrum, di fatto smantellata il 1 novembre 2014. Lo aveva detto chiaramente anche l'allora Alto Commissario europeo alla politica estera Cecilia Malmstrom:

"Pensiamo che Frontex Plus possa essere complementare agli sforzi italiani di Mare Nostrum. Poi, più avanti, deciderà autonomamente l’Italia come comportarsi. Il successo di Frontex Plus dipende dalla partecipazione dei singoli Paesi. [...] non potrà sostituire Mare Nostrum."

Il miracolo è stato tuttavia possibile grazie a Triton di Frontex (in origine Frontex Plus) un programma a guida Ue, tramite l'Agenzia europea di controllo delle frontiere, con l'obiettivo di tenere controllate le frontiere nel mar Mediterraneo. Contrariamente a Mare Nostrum, questa seconda operazione ha costi pari a un terzo e finalità diverse: controllo e non salvataggio, una finalità che sulla carta è descritta come "salvaguardare la vita in mare e contrastare il traffico illegale di migranti".

Il trend, oggi, è fondamentalmente identico a se stesso: da un lato la politica tutta, sia a livello nazionale che comunitario, che chiede di "fermare le partenze" e dall'altro l'UNHCR, le ong e vari enti internazionali che si occupano di migranti, che invocano "politiche differenti" in materia di immmigrazione.

Tutto giusto, tutto condivisibile, ma all'atto pratico tutto inutile perchè di mare e di speranza nel 2015 si muore più che mai. A dispetto di ciò che sin qui è stato fatto: le riunioni dei governi, le riunioni dei ministri, le riunioni dei tecnici, le riunioni dei presidenti, degli ambasciatori, le promesse di tutti e gli accordi internazionali.

Quale futuro per le politiche migratorie in Europa?

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L'ipotesi di "fermare le partenze" è quella che, politicamente parlando, va per la maggiore: di fatto sono tutti d'accordo sul fatto che la misura più efficace (o l'unica misura efficace) sia quella di bloccare le partenze nei porti libici (ed egiziani, la nave affondata a largo della Libia con oltre 900 migranti è infatti partita dall'Egitto). Sul "come" si tiene il dibattito politico: a destra c'è chi, come Matteo Salvini, propone un "blocco navale", c'è chi, come Daniela Santanchè, propone di "bombardare i barconi nei porti libici", c'è chi, come Giorgia Meloni, propone di inviare la Marina Militare a "presidiare i porti libici con i cannoni puntati". A sinistra invece si cerca l'intesa, il dialogo, con un interlocutore che al momento non c'è: il "governo" libico (quale dei due?).

In genere si richiama, come esempio virtuoso, l'ultimo periodo del governo Berlusconi prima della caduta del regime di Gheddafi in Libia: con la firma del Trattato di Bengasi l'Italia versò 5 miliardi di euro a titolo di risarcimento per le vicende coloniali di 80 anni prima: in cambio, la Libia prese misure per combattere l'immigrazione clandestina dalle sue coste e favorì gli investimenti nelle aziende italiane.

In effetti all'epoca gli sbarchi, di fatto, cessarono: Gheddafi militarizzò i porti e la costa libica, i campi profughi nel deserto libico divennero dei lager a cielo aperto dai quali spesso le ong internazionali venivano cacciate e si aprì una lotta feroce con i trafficanti di uomini in Libia. Molti migranti provenienti dall'Africa subsahariana raccontano che, tra il 2009 e il 2011, in Libia si assisteva ad una vera e propria "caccia allo straniero" privo di documenti e speranzoso di imbarcarsi per l'Europa.

Oggi le soluzioni che il governo italiano e l'Unione Europea cercano di implementare vanno nella medesima, e poco lungimirante visto come è andata, direzione del Trattato di Bengasi: foraggiare i governi africani per aiutarli a fermare nel proprio territorio le carovane di disperati in partenza. Nel novembre scorso si è svolta al Ministero degli Esteri a Roma la Conferenza ministeriale di lancio del Processo di Khartoum (EU-Horn of Africa Migration Route Initiative): l'iniziativa, di respiro europeo, vuole porsi come obiettivo una gestione migliore dei flussi migratori dall'Africa verso l'Europa.

Di fatto il governo italiano cerca la trattativa proprio con quei regimi additati come responsabili dell'accrescimento dei flussi migratori, come ad esempio il regime eritreo: dall'Eritrea infatti veniva la maggior parte dei morti del 3 ottobre 2013 a Lampedusa e in generale sono eritrei la maggior parte dei migranti che arrivano sulle nostre coste. Il ministero degli Esteri italiano spiega che l'obiettivo è ridurre i flussi migratori attraverso la "promozione di progetti concreti di rafforzamento delle capacità istituzionali" dei paesi di origine e transito dei flussi, dimenticando che il regime di Asmara è il peggiore d'Africa e in passato si è già beffato del governo italiano. Questo non ha rappresentato in alcun modo motivo di imbarazzo.

Se alla Farnesina ci si muove in questa tragica e poco lungimirante direzione (la crisi libica ha dimostrato come, una volta caduto il regime di turno, il problema riemerga decuplicato nella sua incoercibile forza di disperazione), il solco da seguire sembra essere il medesimo anche in campo europeo: l'Italia e l'Unione europea hanno riavviato un dialogo con Asmara per cercare di risolvere alla radice la questione dei flussi migratori, discutendo anche di possibili aiuti economici per sostenere lo sviluppo economico del paese del Corno d'Africa. L'Eritrea sta discutendo con l'Ue un piano di aiuti da oltre 300 milioni di euro per il periodo 2014-20, mentre l'Italia avrebbe proposto di riavviare, dopo 10 anni, i rapporti di cooperazione, con un primo possibile stanziamento di circa 2,5 milioni di euro, da destinare al sostegno dello sviluppo agricolo e del settore sanitario.

Alla fine di marzo il commissario Ue Neven Mimica ha riferito della prossima definizione di un pacchetto di aiuti da 312 milioni di euro, quasi tre volte tanto gli aiuti stanziati nel 2007 (122 milioni di euro), con l'auspicio di arginare l'esodo degli eritrei sostenendo lo sviluppo del paese. L'Unione Europea sembra però dimenticare che l'interlocutore, il governo di Asmara, è lo stesso che il 15 novembre 2011 ha comunicato alla delegazione dell'UE la volontà di chiudere qualsiasi progetto di collaborazione nel quadro del 10° fondo di sviluppo in attesa di una revisione del piano quinquiennale, interrompendo i programmi di sviluppo in corso per un ammontare totale di circa 50 milioni di euro: soldi che si sono "volatilizzati".

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