Come reagiscono ai naufragi i governi dei paesi da cui partono i migranti?

Nessun commento alle recenti morti nel Mediterraneo dai governanti dei paesi da cui partono i migranti: come è possibile "aiutarli a casa loro"?

Ogni volta che una carretta del mare affonda nel Mediterraneo con il suo carico di vite senza alcun valore, dal Continente a nord, dall'Europa, è tutto un proferire di cordogli, dolore, sgomento, strazio generale: se possibile l'assenza di immagini vivide che mostrano l'orrore di morire annegati, inermi, chiusi nella stiva di un barcone che galleggia per miracolo, decuplica queste emozioni, questa empatia.

Paradossalmente è più straziante leggere le parole di un soccorritore spossato dalla fatica e frustrato dall'ingrato lavoro di becchino d'acqua alta che non osservare le immagini drammatiche dei naufraghi che, a Rodi, tentano di raggiungere la salvezza, gli scogli, la terraferma.

Se è vero che in Europa una larga parte della popolazione viene assalita da un forte senso di colpa e di impotenza di fronte alle notizie che arrivano dal Mar Mediterraneo altrettanto vero è che il cinismo calcolatorio dei rappresentanti dei cittadini europei nelle istituzioni rende le risposte al problema tiepide, persino controproducenti se pensiamo all'atteggiamento combinato del governo italiano e dell'Unione Europea nel passaggio tra Mare Nostrum e Triton di Frontex. Insomma, il passaggio da pensiero ad azione, in Europa, sembra essere schiavo dell'impopolarità della questione immigrazione: un politico che, in pubblico, afferma che entro il 2050 in Europa serviranno 50 milioni di immigrati (lo dice Eurostat) o saremo noi a dovercene andare a cercare fortuna altrove, probabilmente renderà un servizio utile ai propri elettori, se resterà mai qualcuno disposto a votarlo.

Il caso Emma Bonino è sotto gli occhi di tutti. Tanto vale dunque ad adottare slogan e politiche utili all'Europa del pensiero unico, quella in cui sono tutti Charlie con le terga degli altri.

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Migranti, il Mediterraneo color del vino


Ma nell'altro Continente, quello a sud del Mediterraneo, come reagiscono i governi e le popolazioni di fronte alle migliaia di vite inghiottite per sempre dal mare, quel mare che a guardarlo dalla Libia ha il colore della speranza e a guardarlo dalla Sicilia il colore del vino?

Se lo è chiesto anche il quotidiano libanese Daily Star, il quale ha registrato il silenzio assordante di tutti i governi dell'Africa, del Medio Oriente e del sud-est asiatico, da dove arrivavano i migranti affondati recentemente a largo delle coste libiche.

La questione è complessa perchè ci sono disperati che fuggono da lager a cielo aperto come la Somalia e sopratutto l'Eritrea, speranzosi di essere riconosciuti in Europa come rifugiati per motivi politici, quali essi sono: in Eritrea rischiano la vita se disertano il servizio militare (spesso a tempo indeterminato) e in generale la situazione nel Paese incentiva a rischiare la vita e darsi una possibilità piuttosto che restare nella certezza di morire senza futuro (di fame o ammazzato). Nessuno, senza tanti buoni motivi, si arrischierebbe ad un viaggio che può durare anche due anni, tra insidie, proiettili, deserto, carestie, morte e disperazione. Viaggi che costano caro, in termini economici e di esperienza di vita. O di morte.

E' grave che nessuno dei governi dei paesi di provenienza dei migranti abbia espresso una singola parola di cordoglio, di autocritica, ed è grave che con questi stessi governi l'Europa cerchi disperatamente non il dialogo ma il monologo unilaterale: "prenditi i miei soldi e risolvi il problema", questo è, di fatto, il Processo di Khartoum, che prevederà lo stanziamento di 312 milioni di fondi europei al governo eritreo di Isaias Afewerki, il peggiore regime d'Africa.

A far compagnia al regime eritreo, nel Protocollo, ci sono il Sudan di Omar Hasan Ahmad al-Bashir e persino il nuovo grande amico del governo italiano, l'Egitto di Abd al-Fattah al-Sisi, che proprio oggi condanna a 20 anni l'ex-Presidente Morsi.

L'obiettivo è "fermare le partenze" nel linguaggio della sinistra europea e "aiutarli a casa loro" nel linguaggio della destra, di fatto la stessa cosa. Quello dei migranti, in Europa, resta quindi un problema esclusivamente sintattico, mentre altrove è semplicemente l'altra faccia della medaglia di regimi sanguinari, governi corrotti, politicanti criminali. Opportunità di business.

"Il giorno stesso in cui venivano siglate le intese il dittatore eritreo Isaias faceva fucilare sedici ragazzi che cercavano di passare il confine verso il Sudan. E all’Eritrea l’Unione europea ha promesso progetti per 300 milioni di euro purché fermi la fuga di migliaia di migranti dal Paese, in cerca di libertà e di democrazia".

raccontava ieri al Secolo XIX don Mussie Zerai, il prete eritreo candidato al Nobel per la pace, presidente dell’Agenzia umanitaria Habeshia, il cui numero di cellulare è il più famoso d'Africa, tra i migranti che partono diretti in Europa.

L'esempio libico è veramente la cartina tornasole delle politiche europee in materia di migrazioni e gestione dei flussi: dal Trattato di Bengasi alla guerra in Libia ci sono stati due anni di tranquillità in mare e di sangue e paura sul suolo libico, con il beneplacito di persone che oggi vivono dorate pensioni in attesa del riconoscimento da statista o continuano ad amministrare regioni, come la Lombardia, importantissime nel panorama economico italiano. La guerra della Coalizione internazionale contro Gheddafi fu dichiarata ufficialmente per proteggere la popolazione civile, la stessa popolazione che oggi muore affogata per raggiungere le nostre coste nonostante Mare Nostrum costasse 1 centesimo di euro al mese per ogni cittadino europeo.

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