Taglio delle province: che fine ha fatto il decreto legge?


21 giorni fa il Consiglio dei Ministri partoriva il decreto legge per il decurtamento delle province: gli 86 enti locali venivano portati d'ufficio a 51 comprese le "città metropolitane", ponendo così fine all'esistenza delle province più piccole, alcune delle quali nate da pochissimo. E già, perché prima dell'arrivo dei tecnici con l'accetta, il Parlamento era ben lieto, spesso per motivi clientelari, di approvare la nascita di nuovi enti, e così nell'ultimo decennio abbiamo assistito a una moltiplicazione delle province, come quelle di Olbia-Tempo, Ogliastra, Medio-Campitano e Carbonia-Iglesias in Sardegna, Barletta-Andria-Trani in Puglia, Fermo nelle Marche, Monza Brianza in Lombardia.

Pensare che quella stessa classe politica che ha portato alla moltiplicazione delle province potesse accettare senza battere ciglio il loro taglio era piuttosto utopistico, e infatti come prevedibile l'iter parlamentare per la conversione in legge del decreto si è trasformato in una palude. Il problema poi non è solo il taglio ma l'accorpamento di più province, che ha scatenato prevedibili campanilismi: paradossalmente se si fosse deciso di abolire tout-court l'ente in sé. Il risultato, comunque, è che la discussione si è fermata in Commissione Affari Costituzionali in Senato (la stessa in cui si è arenata la discussione sulla legge elettorale) e ieri, dopo uno scontro tra il ministro Patroni Griffi e i capigruppo dei partiti il dibattito è stato rinviato a data da destinarsi.

I partiti hanno fatto la voce grossa: la Lega si è da subito schierata contro il provvedimento, il Pdl ha presentato, con il vicecapogruppo Oreste Tofani una pregiudiziale di costituzionalità sul decreto, il PD vorrebbe ridiscutere l'entità dei tagli, e questo vorrebbe dire modificare il decreto e far ripartire tutto da capo. Il rischio è che si trovi una maggioranza trasversale a favore della pregiudiziale di costituzionalità, che se approvata farebbe decadere il decreto. Decreto che comunque rimane a rischio: ci sono due mesi per la conversione in legge, tre settimane sono già passate, l'ultima settimana di dicembre è off-limits per le ferie natalizie, quindi resta meno di un mese per superare gli scogli, dopodiché bisognerebbe ricominciare da capo. Ma a quel punto il governo Monti non avrebbe tempo. E soprattutto è probabile che, dopo l'approvazione della legge di stabilità, nella maggioranza scatti il rompete le righe.

Nel frattempo, prima ancora della conversione del decreto, sono scattati i ricorsi. Il primo in ordine di tempo è quello della provincia di Avellino, che non contesta tanto l'accorpamento con Benevento, quanto il fatto che Benevento sia stata designata capoluogo e ha presentato perciò ricorso al Tar del Lazio. Il Tar oggi ha annunciato che si esprimerà sui profili di costituzionalità subito dopo l'eventuale approvazione del decreto, ma comunque prima delle prossime elezioni. Anche l'Upi Toscana ha annunciato analogo ricorso. Ma le proteste non finiscono qui, e anche in Parlamento sono arrivati i primi emendamenti per modificare la nuova cartina d'Italia disegnata dal governi: l'ex ministro Altero Matteoli ha presentato ad esempio un emendamento per lasciare Prato e Pistoia fuori da Firenze. Difficile pensare che ci siano profonde ragioni politiche dietro queste proposte, e per questo è probabile che di qui a un mese piovano decine di altri emendamenti simili.

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