Gaza, Israele, la guerra: la lettera di Massimo D’Alema a Repubblica


Trovarsi d’accordo con le tesi espresse da Massimo D’Alema è in generale abbastanza preoccupante, ma la sua analisi della situazione nella Striscia di Gaza contenuta nella lettera pubblicata oggi da Repubblica contiene dei passaggi piuttosto interessanti.

Non posso che rilevare con amarezza che può accadere di essere additati come estremisti solo per aver ripetuto le parole di critica del presidente Sarkozy o del segretario generale dell'Onu per la violenza sproporzionata della reazione israeliana. Cosa che appare tra l'altro evidente al buon senso di qualsiasi persona alle immagini di distruzione ed alla tragica contabilità dei morti. Colpisce anche la distorsione e la deformazione delle questioni reali e delle opinioni espresse. Tutto sembra ridursi all'interrogativo retorico: "Trattare o no con Hamas?".

In effetti nel dibattito politico italiano il confronto sulla questione palestinese sembra limitarsi, come in una partita di calcio, alla scelta di quale squadra sostenere, per poi attaccare i tifosi avversari. Ridurre una questione internazionale che va avanti da oltre 50 anni ad una semplice scelta tra Israele e Palestina è però molto riduttivo ed anche fuorviante.

Ora è chiaro che la questione è posta così in termini esclusivamente ideologici e simbolici. Dal punto di vista politico al di là di ogni ipocrisia, è evidente che la trattativa con Hamas si è avviata sia attraverso l'Egitto, sia attraverso contatti discreti in atto da tempo da parte di funzionari di diversi paesi europei. È ovvio che la tregua deve comportare la garanzia che cessi il lancio di razzi contro Israele e anche per questo sarebbe utile una presenza di osservatori internazionali sul terreno.

In effetti la scelta israeliana di impedire l’accesso alle zone del conflitto a giornalisti e osservatori dell’Onu lascia immaginare che le denunce circa l’uso indiscriminato della forza e di armi non convenzionali siano fondate.

D'altro canto Israele ha già ucciso negli ultimi anni decine e decine di dirigenti di Hamas a cominciare del fondatore del movimento, lo sceicco Yassin. Ma non ha risolto alcun problema. Perché con gli assassinii - ancorché mirati - non si risolvono i problemi politici. Perché l'uso della forza è a volte inevitabile, ma deve essere al servizio della politica e del diritto e non può sostituirsi ad essi.

Raramente le guerre hanno portato ad una vera pacificazione: in questo caso poi, a meno che non si preveda lo sterminio completo dei palestinesi residenti a Gaza, Israele si troverà a fare i conti con gli effetti delle sue azioni distruttive su quei territori che per anni ha occupato militarmente: i bambini che oggi vedono i carri armati con la stella di David sparare contro le case diventeranno probabilmente altri militanti fondamentalisti pronti alla guerra e al martirio.

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