VIa D'Amelio, Borsellino, Nicola Mancino. Le trattative tra Stato e mafia

Prima di tutto, facciamo un breve riassunto, nel caso qualcuno si fosse perso le puntate precedenti (Altri dettagli sull'argomento si trovano in questo post, sulle stragi degli anni '90, e in questo, su Bruno Contrada). Il 1° Luglio 1992 Paolo Borsellino, probabile futuro Superprocuratore antimafia (dopo che i mafiosi e chissà chi altro avevano fatto fuori l’altro candidato, Giovanni Falcone), si trova a Roma. Dalle 15 alle 18:30 interroga Gaspare Mutolo, pentito di mafia, poi si incontra con Vincenzo Parisi, allora capo della Polizia, poi alle ore 19:30 ha un appuntamento col Ministro degli Interni Nicola Mancino, da poche ore insediatosi al Viminale.

E’ un momento importante per la storia italiana. Si parla di centrali destabilizzatrici esterne e interne, di tentativi di colpi di Stato, di manovre poco chiare da parte di pezzi dello Stato, della mafia, magari dell’economia.

“Il Pomeriggio del 1° Luglio è dunque cruciale. Mutolo annuncia rivelazioni “scottanti”: sono accuse che colpiscono il cuore delle istituzioni colluse. Mutolo è pronto a farle, ma ha paura e fa sapere che considera Borsellino l’interlocutore principale, l’unico vero destinatario delle sue parole. Quel giorno il pentito gli ha anticipato che farà rivelazioni esplosive su Domenico Signorino e Bruno Contrada, un giudice e un poliziotto. […] Ecco la ricostruzione di Rita Borsellino sugli eventi di quel pomeriggio: “Ad un tratto, durante l’interrogatorio, Paolo riceve una telefonata, chiude il verbale, si precipita al Viminale, accompagnato da Aliquò e dalla scorta, poi ritorna da Mutolo.”

(tratto da “L’agenda rossa di Paolo Borsellino”, di Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza, pp.gg. 145-146)

Quindi Borsellino quel pomeriggio, come testimonia anche l’agenda grigia (quella in nostro possesso), si reca al Viminale. E chi incontra? Secondo lo stesso Mutolo:

“ (Borsellino) molto preoccupato e serio, mi fa che viceversa del ministro, si è incontrato con il dottor Parisi e il dottor Contrada”

(tratto da "L’agenda rossa di Paolo Borsellino", cit.)

Aliquò, procuratore aggiunto a Palermo, non ricorda di aver incontrato Contrada ed esclude che Borsellino gliene abbia parlato. Nega anche che Borsellino fosse nervoso o preoccupato (infatti Mutolo dirà che aveva visto il magistrato fumare due sigarette contemporaneamente).

E Mancino? Non ricorda di aver incontrato Borsellino. O Meglio, non lo esclude. Sostiene che, avendo avuto quel giorno molte visite, non ricorda precisamente di aver incontrato il magistrato, ma non esclude che ciò sia comunque avvenuto.

Pochi giorni fa l’Espresso ha pubblicato un articolo, sempre a firma Lo Bianco e Rizza, in cui si parla delle rivelazioni fatte da Massimo Ciancimino, figlio di Vito Ciancimino, famoso e famigerato sindaco di Palermo negli anni del “sacco” della città siciliana.

“Da qualche mese, il figlio dell'ex sindaco 'collabora' con gli inquirenti e nelle ultime settimane ha ricostruito nei dettagli con i magistrati di Palermo le fasi cruciali del negoziato che gli uomini del Ros Mario Mori e Giuseppe De Donno, a cavallo tra le due stragi del '92, avviarono con don Vito per chiedere al boss Totò Riina di fermare l'attacco allo Stato. […]È questa una circostanza che Mori e De Donno hanno sempre negato, sostenendo di essere andati da Ciancimino in assoluta autonomia, spinti solo dalla necessità di stringere il cerchio attorno a Riina. Ma Ciancimino jr la racconta in un modo diverso, sostenendo davanti ai pm di Palermo di aver visto con i suoi occhi il famoso "papello", il foglio con le richieste che Cosa nostra presentò allo Stato in cambio di uno stop alla stagione delle stragi. [...] È a questo punto della trattativa che l'ex sindaco di Palermo, secondo il figlio, avrebbe chiesto una "garanzia" istituzionale per procedere nel negoziato con lo Stato. Chiedendo di informare il ministro Mancino degli incontri avviati tra Roma e Palermo con gli uomini del Ros. Secondo Ciancimino jr, quella richiesta sarebbe stata esaudita. Il padre avrebbe avuto la conferma che Mancino era stato informato.”

Ricapitoliamo: mentre lo Stato “si costerna, si indigna e s’impegna”, dopo la morte di Falcone, promettendo fuoco e fiamme contro i mafiosi, una parte di esso (se le rivelazioni dovessero essere confermate) tratta con Cosa Nostra per fermare le stragi.

A questo punto, l’incontro del 1° Luglio assume una rilevanza cruciale.

Perché questo incontro è importante per le indagini? Perché, ipotizzano i magistrati, se è vero che Mancino fu avvertito della trattativa in corso, anche Borsellino, erede di Falcone, in quel momento uomo-simbolo della lotta alla mafia in Italia, e candidato in pectore alla Superprocura, potrebbe esserne stato a sua volta informato quel giorno al Viminale. E se davvero Borsellino avesse saputo che lo Stato era sceso a patti con Cosa nostra, è la tesi investigativa, la sua posizione di netta contrapposizione o di presa di distanza potrebbe averne determinato la morte.”

E’ noto che la strage di Via D’Amelio fu molto strana, dal punto di vista della tempistica. Perché fare di nuovo, dopo poche settimane, un devastante attentato, perché uccidere un altro magistrato, perché rischiare di far saltare tutto (la trattativa di pace tra Stato e mafia, l’approvazione del papello)? Le risposte, in modo del tutto ipotetico, possono essere due, o meglio tre.

Prima ipotesi: la trattativa non va bene, le richieste mafiose sono inaccettabili (anche se, come abbiamo spiegato, gran parte di esse sono state accolte, nel corso degli anni, dai vari governi di destra e di sinistra). Quindi si decide di proseguire la strategia stragista (continuando anche con le “bombe sul continente”: Firenze, Roma, Milano), per “dare un altro colpetto”, come ad una partita di poker. La mafia rilancia, per costringere lo stato a vedere la puntata.

Seconda ipotesi: la trattativa va bene. Borsellino non ne viene informato e tutto sembra andare per il verso giusto. Il magistrato però andava ripetendo, soprattutto negli ultimi giorni di vita, di “aver capito tutto”, di aver intuito i motivi della morte di Falcone. E di sapere che era egli stesso nel mirino, non solo della mafia, ma anche di non meglio precisati "altri". Magari, aggiungiamo noi, gli stessi altri che, in modo palese o occulto, hanno avviato e concluso trattative con i mafiosi. A questo punto Borsellino è un ostacolo, sia perché non accetterebbe la trattativa o il “trattato di pace”, sia perché è il candidato principale alla carica di Superprocuratore antimafia, e da quella posizione risulterebbe molto pericoloso.

Terza ipotesi: Mancino, Contrada e altri sono informati della trattativa, così come Borsellino. Anche in questo caso, soprattutto in questo caso, il magistrato palermitano è un pericolosissimo ostacolo sulla strada della pace. Va eliminato. Anche al costo di “tirare troppo la corda”. Anche al costo di far approvare il “decretone” antimafia, di far trasferire, subito dopo Via D’Amelio, centinaia di mafiosi nelle carceri sulle isole, di far arrivare il Sicilia migliaia di uomini dell’esercito. Anche al costo di doversi inabissare per diversi anni, sotto i colpi della Procura di Caselli e delle forze dell’ordine.

E’ bene precisare che tutte queste sono ipotesi giornalistiche e, per quello che riguarda le rivelazioni di Ciancimino, investigative. Tutto dovrà essere confermato dai fatti.

Però. E se fosse tutto vero?

foto: Manuel.A.69 da Flickr

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