Intervista da Betlemme con Giovanni Fontana. "A Gaza una guerra inutile e stupida"

Nei giorni scorsi abbiamo trattato estesamente il conflitto di Gaza facendo ricorso a tutte le notizie a nostra disposizione, ma non avete mai pensato che per quanto ci sforzassimo di documentarci la nostra realtà era pur sempre filtrata? Siamo quindi riusciti a contattare Giovanni Fontana, collaboratore de L'Unità e del settimanale A (più conosciuto come Anna), ma soprattutto volontario dell'associazione Amal, che da tempo opera in Palestina. Amal si occupa di bambini in condizioni particolarmente disagiate, cercando di occuparli con attività didattiche e ludiche nel doposcuola (gallery). Fontana opera da tempo a Betlemme, Cisgiordania, zona feudo di Al Fatah, e vive la situazione dall'interno, tenendo un blog -diario dalla Palestina, chiamato Distanti Saluti.

Butto subito il carico: questa guerra può davvero essere utile a una pace futura, come lascia intendere il ministro Livni, o no? Hamas può essere cancellata davvero? E se sì, ciò servirebbe davvero a moderare la politica palestinese come gli israeliani sperano?

Io non credo che le guerre siano necessariamente inutili, qualche volta – come in Rwanda – l'avremmo dovuta fare una guerra, per impedire quel milione di morti, e non l'abbiamo fatta. Credo però che questa guerra lo sia, inutile, e stupida. Hamas non può essere cancellata, visto che si fonda sull'appoggio popolare. Può essere resa inoffensiva –come si augurano tutte le persone contrarie a questa guerra per amor delle vittime, e non per pregiudizio – ma per quanto tempo? Tutto questo ha un costo, in termini di vite palestinesi, che Israele – per quelle che vuole che siano le proprie credenziali – non dovrebbe permettersi di pagare.
Ieri un servizio di France 2, da sempre piuttosto simpatizzante per i palestinesi, raccontava di come siano gli stessi miliziani di Hamas a portare bambini sugli obiettivi sensibili perché ne sia fatta strage - ecco, Israele dovrebbe prendersi la responsabilità di tenere a quelle vite quanto a quelle degli abitanti di Sderot e Ashkelon.

Hai introdotto l'argomento della copertura mediatica. La campagna Piombo Fuso è una guerra veramente molto particolare dal punto di vista dell'informazione. In pratica per molti giorni i giornalisti non sono stati ammessi nella Striscia per motivi che gli israeliani hanno definito di sicurezza. Poi si è passati ad ammetterne un piccolo numero che doveva essere sorteggiato. Tu che sei sul posto che esperienza diretta hai avuto di tutto ciò? Puoi raccontarci com'è la situazione per chi si trova là, e se l'evento ha una copertura obiettiva o se risente di qualche censura?

Intanto c'è da dire che io sono al sicuro. Mi trovo a due (pensateci, è vero!) muri di distanza da Gaza, e sotto un governo che (poco) segretamente appoggia questo attacco. La copertura è massima, in ogni negozio c'è un televisore sintonizzato su Al Jazeera o su Al Manar (la TV di Hitzballah) le misure di sicurezza sono rafforzate. Ogni giorno c'è una diversa manifestazione – perché ovviamente la popolazione, al contrario del governo di Fatah, è molto risentita – ma mi sembrano più dimostrazioni di rabbia per se stessi o per gli altri, che l'inizio di una nuova intifada: per dire, i ragazzi che ho visto girare con dei bastoni non picchiavano nessuno, né macchine, al limite qualche gatto randagio.
Non c'è dubbio che la copertura mediatica sia a senso unico, come un po' tutta l'informazione in Palestina, non ho ancora incontrato nessuno che desse la minima attenuante agli israeliani.

Parliamo di convivenza e di pace. La gente del posto la ritiene davvero possibile in un futuro? La desidera in qualche modo, o le contrapposizioni sembrano destinate a durare in eterno? In altre parole, l'odio per gli israeliani è così diffuso da rappresentare in qualche modo il "nutrimento" della popolazione palestinese o si tratta di un mito in voga tra di noi? La domanda è riferita ai plaestinesi perché ti trovi tra di loro, ma naturalmente mi inteerssa anche conoscere la tua opinione sulla controparte israeliana.

Questa è la cosa che più rimprovero ai palestinesi con cui lavoro quotidianamente, che mi vogliono un bene raro nonostante non condividano nulla di ciò che penso, credo, mangio, non mangio, bevo, dormo. Tutti dicono che non c'è alcuna speranza per la pace e per uno Stato palestinese, ma nessuno accetterebbe meno del massimo. Il che è una contraddizione evidente. Io vivo a Betlemme che è considerata la città più moderata, ed essendo qui da quest'estate non ho ancora trovato una persona che accetterebbe la convivenza con Israele, che accetterebbe una pace basata sui territori del '67 con Gerusalemme Est capitale. Cioè l'unica pace fattibile. Se è vero che la leadership politica di Fatah ha messo nel cassetto l'ipotesi di distruggere Israele, la gente comune non l'ha fatto per niente.
In Israele si vive un'indifferenza davvero surreale, dalla costruzione del muro, e quindi dalla fine del terrorismo suicida (e l'annessione de facto di una parte della Cisgiordania) è come se gli israeliani si fossero completamente disinteressati al processo di pace. È terribile a dirsi, ma è come se i palestinesi non avessero più quella che è sempre stata la moneta da scambiare in cambio della pace: la fine del terrorismo. Ora che non c'è più la paura, non c'è più interesse nella pace. Non che ci sia qualche israeliano che pensa verosimilmente di potersi levare dai piedi qualche milione di arabi in maniere poco ortodosse, tutti sanno che Israele non tornerà – per dire – a Ramallah o Nablus, ma tantissimi sono convinti di poter procrastinare il processo di pace il più possibile: in fondo questa condizione, in cui gli israeliani hanno tutto e i palestinesi solo le 7 città di Oslo, è la migliore possibile per Israele.
Anche per questo sono costernato quando sento quel rifiuto di ogni compromesso da parte palestinese: sono loro che hanno nulla da perdere e tutto da guadagnare. Verrebbe da dire che l'unica speranza sia una pace imposta, ma anche lì: e se andasse a finire come a Gaza?

(1/2) continua.

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