Da Milano l'allarme crisi: no alla desertificazione industriale

I dati del crollo della produzione industriale a novembre segnalati dall’Istat (- 12,3% su base annua e – 3,6% nel confronto sui primi undici mesi del 2008) dimostrano chiaramente lo stato di acutizzazione della crisi.

Crisi che non risparmia il Nord del Paese e realtà territoriali come Milano, da sempre locomotiva a livello nazionale e oggi sempre di più strette nella morsa della recessione economica e industriale.

In tal senso è significativo l’allarme lanciato dalla Cgil. “Nel capoluogo lombardo e in tutta la regione c’è il rischio di una vera e propria desertificazione industriale”.

E’ il grido d’allarme del segretario generale della Camera del Lavoro Onorio Rosati che, partendo dal caso della fabbrica Innse presse di via Ribattino (la proprietà a maggio ha chiuso l’attività e i dipendenti continuano a produrre in autogestione), chiede l’intervento concreto delle Istituzioni. Non un intervento formale, tanto per mettere in piedi un “tavolo” di confronto fra le parti.

La proposta dei sindacati è chiara: “Bisogna mettere in sicurezza le realtà industriali che permangono ed evitare che chiudano o che delocalizzino, ed impedire che al loro posto sorgano solo appartamenti e centri commerciali. Altrimenti si rischia la desertificazione industriale”. Appunto.

Ma i partiti, a Milano e non solo, sono impegnati nelle loro beghe interne. Così come le istituzioni sono coinvolte nei “rimpasti”, utili solo alla casta e al rocambolesco giro di poltrone.

I comuni, le province, le regioni non possono risolvere la crisi internazionale ma hanno gli strumenti importanti per non fare crollare l’economia territoriale con una politica che punti a un mix tra abitazioni, terziario, servizi e imprese manifatturiere.

Gli enti locali possono bloccare quelle operazioni speculative sulle aree che sono fra le cause del degrado ambientale, territoriale, industriale e anche incubatoio di dubbi intrecci fra politica e affari.

La questione morale molte volte parte proprio dai piani regolatori e da come le Istituzioni li gestiscono sotto le spinte e i ricatti di questo o quel capobastone, di questo o quel “cacicchio”, di questo o quel partito.

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