Intervista: Arturo Parisi su alleanze a futuro del PD

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On. Parisi, cosa pensa dell’ipotesi di un’alleanza del PD con l’UDC , auspicata da alcuni membri del suo partito?

Le alleanze sono al momento segnali che le diverse parti del Partito si rimandano l’una con l’altra. Il punto dal quale dobbiamo partire (lo diciamo, ma non sempre lo facciamo) sono le domande dei cittadini e le risposte che dobbiamo dare a queste domande, sapendo che dentro le Istituzioni la regola che vale è quella della democrazia, che ci chiama a costruire delle coalizioni che dispongano, come si suol dire, della maggioranza dei suffragi più uno.

Questo ci chiama, come PD, a costruire le alleanze più grandi possibili, cominciando ovviamente da tutto il campo di centrosinistra che è il nostro riferimento ordinario, quello con il quale abbiamo camminato in questi quindici anni e con il quale siamo chiamati a continuare a camminare dentro uno schema bipolare, cioè di democrazia che affida la scelta dei cittadini ad un confronto fra due parti.

Alleanze più grandi possibili cominciando dal centrosinistra significa avvicinarsi maggiormente al PRC o ai vendoliani?

A tutto il campo del centrosinistra, assumendo come criterio di riferimento da una parte una proposta programmatica (perché il programma non è altro che un insieme di risposte che diamo alle domande cittadini) e dall’altra, come unica regola, di escludere solo chi si esclude.

Quindi qual è la sua posizione sull’UDC?

Una volta che noi avremo allargato il campo a tutto il centrosinistra, potremo rivolgere lo stesso appello ulteriormente o oltre il perimetro tradizionale, ma assumendo sempre lo stesso criterio: cioè il riferimento al programma e tenendo presente la regola dell’assoluta apertura che guida la nostra azione.

In una sua dichiarazione in merito alle prossime elezioni europee ha detto che il progetto di Veltroni è “divisivo” e che Veltroni non ha mai creduto davvero nel PD. Cosa intendeva dire più precisamente?

Intendo dire che il PD è un partito che, nelle nostre dichiarazioni, è un partito nuovo che nasce non dalla somma di storie passate, ma da un confronto attorno ad alcune scelte elaborato dalle persone che appartengono al centrosinistra e che sono interessate al nostro programma. Nella misura in cui noi non siamo riusciti ad aprire un confronto politico tra proposte alternative, evidentemente non abbiamo in mente questo “partito nuovo”, ma un’idea di un partito che nasce da partiti vecchi; e questa non è la nostra idea. Aggiungo: non sarebbe neppure l’idea di Veltroni, stando ad alcune sue dichiarazioni. Purtroppo le sue parole non coincidono con i suoi comportamenti.

Cosa pensa dell’ipotesi di un PD del Nord?

Il PD nasce guidato dall’idea di un progetto nazionale. Ha scelto come unico riferimento simbolico i colori della bandiera nazionale per sottolineare questo fatto e all’interno di questo ha specificato che l’idea di unità che lo guida è un’idea che muove dalla valorizzazione delle diverse esperienze territoriali. Questo ci porta a dire che è un partito con un’impostazione federale. Le parole hanno ormai perso il loro significato originario, tuttavia all’interno di questo schema, che vede il Partito come nazionale e articolato in termini federali, è evidente che le esperienze delle Regioni del Nord sono da sostenere e incoraggiare. Da qui a parlare di Partito del Nord evidentemente ce ne passa, perché un partito è l’anticipazione dell’idea di Stato che noi abbiamo, anzi è uno strumento per costruire lo Stato che noi proponiamo ai cittadini. Lo Stato che noi proponiamo ai cittadini non assomiglia allo Stato proposto dalla Lega, cioè articolato in macro-regioni (quale ad esempio nella prima proposta di Miglio, uno degli ideologi della Lega che immaginava la cosiddetta Padania come una di queste macro-regioni). Noi riteniamo che il livello regionale delle Regioni ordinarie e speciali sia il livello del nostro modo di articolarci sul territorio e non, viceversa, quello delle macro-regioni, perché, in quest'ultimo caso, quell’idea di un partito unitario a livello nazionale e articolato a livello regionale, che abbiamo affidato allo Statuto, dovrebbe vedere accanto al “Partito del Nord” il “Partito del Sud”, il “Partito dell’Etruria” o quello del Centro, guidato da un’idea che non è esattamente quella che diciamo guidarci.


Che valutazione si sente dare sulla questione morale nel PD?

L’unica questione morale che ritengo possa essere affrontata è innanzitutto una questione di rispetto delle regole dello Stato e della Repubblica e, in funzione di questo, delle regole interne al Partito. Da questo punto di vista l’unica regola che possiamo definire aurea è mantenere la parola data. Non abbiamo bisogno di moltiplicarci e di aggiungere troppe regole. Mantenere la parola data è la regola delle regole, dentro la Repubblica e dentro il Partito. Non mantenere la parola data apre una questione: l’unica questione morale che riconosco dentro la politica.

Crede che, in caso di una sconfitta del PD alle europee, l’attuale dirigenza del Partito dovrebbe farsi da parte?

Se è per questo io ho già detto e ripetuto che l’attuale dirigenza dovesse farsi da parte dopo la sconfitta delle elezioni della scorsa primavera: farsi semplicemente da parte come succede in tutte le democrazie e, in particolare, nella democrazia che il Segretario del Partito assume a suo modello, cioè la democrazia americana. Nessuno immagina che McCain possa rivendicare una rivincita a partire dalla sconfitta alle presidenziali e, meno che mai, rivendicare il diritto a guidare il suo partito. La dirigenza passa la mano ai cittadini che sono chiamati a scegliere, a pensare al futuro e a chiudere col passato.

Lei ha dichiarato che “se la legalità annunciata dal Partito per la Repubblica fosse quella che pratica al suo interno ci sarebbe da andare in montagna”.

Lo ripeto. Detto in altri termini: come chiamerebbe un ipotetico stato in cui la massima carica sciogliesse il Parlamento? Evidentemente è uno stato che, come minimo, è guidato da un’idea plebiscitaria della democrazia. L’esatto opposto della nostra concezione della democrazia che vede nella rappresentanza e nel controllo da parte dei cittadini un punto di riequilibrio fondamentale di quello che è il Potere esecutivo. Se quindi il PD dovesse riproporre nel Governo della Repubblica la pratica che segue al suo interno ci sarebbe da preoccuparsi. Io sono preoccupato e vado ripetendo, onestamente senza troppo ascolto, questa mia preoccupazione.

Quindi lei, all’interno del suo partito, si sente “in montagna”?

Sì, sono certamente estraneo a tutti gli organi. L’unico organo nel quale sono stato eletto è di fatto stato sciolto. Mi riferisco all’Assemblea costituente del PD: è un organo che è stato sciolto anche se, nel mentre, il Segretario del Partito va rivendicando con orgoglio di essere stato eletto dagli stessi cittadini che hanno eletto l’Assemblea costituente.

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