LEGGE 194/78: parla un' assistente sociale (seconda parte)

Per proseguire il dibattito sulla legge 194 proponiamo ora la seconda parte dell’intervista realizzata con un’assistente sociale che da più di vent’anni segue, in un consultorio familiare dell’hinterland milanese, le donne che intraprendono il percorso di IVG (la prima parte la trovate qui). Viste le polemiche scatenate dalla scelta di non citare il nome dell’intervistato volevamo chiarire che, in quanto operatore di un’ASL, per citarne le generalità e il consultorio di appartenenza avremmo dovuto richiedere l’autorizzazione e far approvare l’intervista da un dirigente dell’ASL stessa. Una perdita di tempo che abbiamo voluto evitare, consapevoli che il nostro rispetto per la verità, prima ancora che la deontologia professionale, sono a garanzia dell’autenticità delle informazioni riportate.

Dai dati emerge che un numero sempre maggiore di donne straniere ricorre all’IVG. Quali sono le problematiche che questo può portare nell’applicazione della legge?

Ovviamente il fenomeno migratorio, che ha influenzato l’Italia negli ultimi anni, ha avuto un effetto molto evidente sulla presenza di donne che fanno ricorso all’IVG, anche se in una percentuale che, per ora, rimane comunque ampiamente minoritaria rispetto a quella delle cittadine italiane. L’aborto è da considerarsi una delle espressioni di massimo disagio nell’esperienza di una donna e, spesso, si accompagna a fenomeni di solitudine, disagio sociale, economico e relazionale.

La donna migrante sperimenta spesso, nella sua vicenda migratoria, molti di questi disagi ed è quindi da considerarsi un soggetto particolarmente fragile per il venir meno di quei legami identitari che consentono ad ogni individuo di poter vivere in modo equilibrato (ad esempio la propria lingua, la famiglia, i figli, la propria professione, etc..). Infatti nella migrazione si parla di trauma migratorio per identificare la somma di questi fattori di rottura con le proprie origini che, solo nel tempo e non sempre, vengono ricomposti e ritrovano un loro equilibrio. La possibilità di generare delle donne è spesso il banco di prova in cui queste contraddizioni trovano spazio e vengono agite: la donna migrante si trova quindi a dover fare i conti con la propria impotenza sociale, economica e il proprio desiderio di vita in modo a volte più intenso di quanto non accada a chi ovviamente non è in questa condizione. Lo spaesamento e, spesso, la condizione di irregolarità acuiscono ulteriormente il disagio di doversi relazionare con le strutture pubbliche sanitarie sia per la prevenzione che per l’IVG. Le politiche socio-sanitarie in questo settore hanno incluso la 194 e l’attività preventiva dei consultori in quelle prestazioni che qualsiasi donna può usufruire indipendentemente dalla sua condizione di irregolarità, potendo mantenere una tutela e una privacy sufficientemente buone. La nuova figura di cui si sono dotati molti servizi sanitari e che risulta essere indispensabile per l’utilizzo corretto dei servizi da parte delle donne straniere è il mediatore linguistico culturale, non solo per la comprensione della lingua, ma anche per la necessaria collaborazione con gli operatore sugli aspetti culturali più generali. Purtroppo però l’attività di questi operatori è soggetta a finanziamenti rinnovati annualmente e quindi in molti servizi vi sono periodi di assenza determinati dalla “vacanza” economica del provvedimento. Ciò può rendere a volte difficile l’applicazione della legge in mancanza degli elementi minimi di comprensione reciproca.
La prevenzione in questo settore potrebbe prevedere una maggior capillarità informativa circa i servizi presenti e il loro funzionamento nelle comunità formali e informali e nei luoghi dove è previsto il passaggio delle donne migranti.


Quanto incide in questo aumento percentuale delle IVG di donne straniere il fenomeno della prostituzione e delle violenze?

La percentuale delle donne straniere che si prostituisce e che fa ricorso all’IVG non è facilmente rilevabile, tuttavia rappresentano una minima parte dell’universo femminile che richiede l’applicazione della legge 194. Non è questa infatti la tipologia prevalente di donne che si rivolge alle strutture pubbliche per motivi connessi per lo più al mantenimento della clandestinità. Così come sono minoritari i fenomeni di interruzione di gravidanza a seguito di violenze.

Prima ha parlato di prevenzione: quanto è importante? Come si fa prevenzione in questo campo?

La possibilità di prevenire l’IVG fa riferimento alla complessità del fenomeno che ha una genesi multifattoriale e che quindi non prevede automatismi. Nella mia esperienza di operatore che lavora da oltre vent’anni con donne che chiedono di certificare la propria decisione, rilevo la presenza di motivazioni molteplici, estremamente soggettive, di origine relazionale, intrapsichica, legate particolari momenti della vita (adolescenza, premenopausa…) uniti a fattori socio-economici e culturali. Difficile quindi poter in assoluto prevenire, perché esisteranno sempre delle donne che semplicemente non vogliono, in quel momento della loro vita, essere madri e non hanno, per la contraddizione che spesso caratterizza i comportamenti agiti da quelli consapevoli, usato metodi contraccettivi efficaci. E’ pur vero però che alcuni strumenti sono a disposizione della società per poter aiutare le donne e gli uomini nel loro sempre più complesso compito generativo:


  1. Renderli consapevoli della propria fisicità con precorsi informativi e formativi che accompagnino i bambini prima e gli adolescenti poi alla consapevolezza della propria corporeità unitamente alla dimensione emotiva e relazionale che l’accompagna. Sdoganando la sessualità da una visione settoriale e relegata solo all’età riproduttiva attivando quindi programmi di educazione socio-affettiva nelle scuole rivolte sia agli insegnanti che ai genitori e agli allievi recuperando la visione olistica della persona.

  2. Restituire alla maternità valore sociale, depenalizzando chi sceglie di avere dei figli dal pagare lo scotto di fare qualcosa di socialmente utile, ma poco conveniente a qualsiasi datore di lavoro, considerando il periodo di maternità come un periodo perso alla produttività e alla propria professione.

  3. Offrire concretamente servizi che siano corrispondenti alla necessaria elasticità che la cura di un figlio comporta: nidi con orari meno rigidi, maggior numero di posti disponibili, spazi meno formali di baby-sitting etc.. Su questo l’Europa ci insegna.

In questo senso oggi siamo molto lontani, soprattutto perché mancano o sono stati disarmati i presidi che possedevano la continuità, l’esperienza e il know-how in grado di rendere operativi progetti preventivi efficaci.
In Lombardia sono stati smantellati e via via segmentati i servizi che per anni hanno offerto, con qualità e impegno, interventi preventivi nelle scuole. La parcellizzazione degli interventi e una visione non scientifica, ma fideistica della sessualità, più legata alla morale che non alla visione oggettiva di alcuni processi evolutivi, ha fatto perdere di vista l’obiettivo di una corretta attività preventiva che avrebbe incrementato ulteriormente l’efficacia della 194 .
L’intervento spot con sostegni economici una tantum “a figlio” non sono altro che un modo di ottenere un facile effetto mediatico, ma non rispondono il più delle volte a complesse situazioni economiche e personali che originano l’IVG.
La dilatazione dei percorsi di studio, il precariato, la difficoltà di acquisire sicurezze sul proprio ruolo sociale portano spesso molte giovani donne a confrontarsi con il loro destino biologico, i loro progetti di vita e la fragilità di entrambe generando così decisioni laceranti che simboleggiano l’ estrema difficoltà delle nuove generazioni a “diventare grandi” in un contesto, mai come ora, privo di convenienze nel farlo.

  • shares
  • Mail
4 commenti Aggiorna
Ordina:

I VIDEO DEL CANALE NEWS DI BLOGO