Intervista a Marco Travaglio:"Vigilanza RAI? Una contraddizione in termini"

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Abbiamo incontrato Marco Travaglio in occasione della presentazione del suo libro "Per chi suona la banana" e ne abbiamo approfittato per rivolgergli alcune domande sulle questioni e le problematiche legate all'informazione. E, ovviamente, all'influenza della politica sull'informazione.

Travaglio, sembra che stia per sbloccarsi la paralisi della Commissione di vigilanza Rai innescata dal caso Villari. Siamo però sicuri che sia un bene avere un organismo politico che si occupa di “vigilare” sull’informazione, seppure pubblica?

La commissione di vigilanza è una contraddizione in termini. In una democrazia sono la televisione e l’informazione che devono controllare il Parlamento, quindi è semplicemente ridicolo che il Parlamento si doti di un organismo per vigilare sulla televisione.

La televisione è di proprietà del Governo, i suoi dirigenti vengono scelti dalla Commissione di vigilanza, cioè dai partiti, e quindi la vigilanza è diventata un organo fondamentale perché i partiti non vogliono rinunciare a tenere le mani sulla televisione.

I nostri politici parlano solo di televisione o parlano solo in televisione. Praticamente in Parlamento non ci vanno nemmeno: sono sempre in televisione e quando non ci sono pontificano su quello che hanno visto in televisione. E’ una cosa che non succede in nessun paese del mondo; non esiste proprio che un politico si permetta di commentare quello che succede in tv o peggio, addirittura, di stabilire chi può lavorare in tv e chi no.

Però nel nostro paese questo è considerato normale, per cui fanno finta di litigare su tutto, ma poi sulla Commissione di vigilanza si trovano sempre d’accordo. Adesso devono fare le nomine e fare una scorpacciata di poltrone, spartendosi, per l’ennesima volta, le redini dei giornali della RAI; quindi ieri (l’altro ieri per chi legge, Ndr), come un solo uomo, si sono dimessi tutti dalla Commissione di vigilanza della RAI per far dimettere Villari che impedisce di fare le nomine concordate. Sono nomine che hanno già concordato da mesi, ciascuno con propria soddisfazione. Villari si è messo di traverso e quindi ieri si sono dimessi tutti per far sciogliere la Commissione e farne un’altra che possa finalmente ratificare questa immonda lottizzazione.

Cosa pensa dei giornali online? C’è chi, come Beppe Grillo, sostiene che futuro del giornalismo sia ormai solo su internet. Lei è d’accordo?

Il giornale in rete deve essere parallelo al giornale su carta e interagire con esso, a differenza di quello che fanno i grandi giornali che hanno tutti il sito internet, ma in cui quelli che fanno il sito internet non parlano con quelli che fanno il giornale di carta. Se uno guarda il sito del Corriere e il Corriere vede che sono identici. Faccio un esempio: oggi cade il Governo e il sito del Corriere titola per tutto il giorno “Oggi è caduto il Governo”; il giorno dopo apro il giornale di carta e mi scrive “E’ caduto il Governo”. Me l’hai detto ieri per tutto il giorno, oggi dimmi qualcosa di più, se no perché dovrei comprarti?! Questo non succede perché non si parlano; è incredibile come questi cervelloni non abbiano ancora capito che o sul sito dai qualcosa che il giornale di carta non può dare e viceversa o, altrimenti, uno dei due è superfluo. Non è la carta che è superflua. Non è vero che la gente non vuole più comprare i giornali di carta e ha torto Beppe Grillo quando dice che la carta non ha più senso. Leggere un intero giornale via internet è impossibile, c’è da rovinarsi gli occhi. E’ chiaro che sul sito internet trovi i titoli, la sintesi, i flash, mentre il giornale approfondisce; il giornale te lo metti in tasca, te lo pieghi, te lo porti in bagno, in treno, in aereo, mentre cammini, ecc… è evidente che è una cosa diversa. L’importante è che sul giornale ci sia qualcosa che su internet e in tv non ci può essere. Se dai le stesse cose che ci sono in tv e su internet è chiaro che la gente non ti compra. Ma il problema non è la carta, il problema è quello che scrivi sopra la carta.
Poi io, personalmente, sono caduto in questa trappola del web; disgraziatamente ci sono finito con un blog in coabitazione con altri due colleghi. Significa entrare in una spirale delirante, per cui ogni volta che parli di una cosa ti chiedono perché non parli di quell’altra. E poi ci sono i fissati monomaniaci che si fanno l’idea che tu sia un servo delle banche perché non parli del signoraggio o un servo della Cia perché non parli delle scie chimiche. Ci sono proprio dei mitomani che si dedicano sempre, notte e giorno, a questi temi e attribuiscono al giornalista un ruolo completamente diverso da quello che dovrebbe avere.

Crede che l'ordine dei giornalisti sia ancora utile?

L'ordine dei giornalisti sarebbe utile se facesse il suo mestiere di sorvegliare gli ingressi e le uscite nella professione, accompagnando qualcuno alla porta quando se lo merito e non facendo entrare qualcuno. Dato che non lo fa, non ha senso che esista. Lo stesso vale anche per l'ordine degli avvocati: se fosse un ordine serio che caccia fuori gli avvocati che non rispettano il loro principi deontologici avrebbe un senso. Mi risulta però che l'ordine di Roma non abbia ancora cacciato Previti dopo tre anni dalla sua condanna, quindi capisci che anche l'ordine degli avvocati non ha più senso. Questi ordini non hanno più senso per il semplice fatto che non fanno il loro dovere; se lo facessero ce l'avrebbero, perchè l'appartenenza a quell'ordine sarebbe una garanzia per i cittadini che chi ne fa parte è in possesso di una adeguata professionalità.

Quindi possiamo dire che in linea astratta l'ordine dei giornalisti ha ancora un senso?

In linea astratta, per come è stato concepito, ha un senso, ma per come è attualmente se non ci fosse sarebbe la stessa cosa.

Foto | Flickr

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