In difesa di George W Bush, a fine mandato

Una corrente di pensiero maggioritaria è come una moda, un codice non scritto che si propaga tra le menti e va a costituire un modo di pensare ad excludendum, ovvero che esclude dal novero dei benpensanti tutti coloro che non vi si adeguano. Questa è una legge sociale non scritta, la cui formazione somiglia in qualche modo alla calunnia rossiniana, e che tende a formare ciò che una volta si chiamava conformismo ed ora è stato più appropriatamente ribattezzato politically correct.

Abbiamo visto innumerevoli casi del genere. Bisogna essere contro la pena di morte. Tutte le guerre sono sbagliate. Non si può esportare la democrazia. Il destino della società è diventare multiculturale. Questi e altri cliché comportano un adeguamento di massa, che vede l'esclusione automatica di chi non vi si adegui, il quale viene guardato come un fantasma e avversato o ignorato dalla mentalità dominante. Un caso di questo genere riguarda l'ormai ex-Presidente americano George W Bush, comunemente additato come un incapace, uno sciocco eccetera... insomma, un bersaglio facile della satira, un po' come Emilio Fede.

Proprio per questo, e perché ci piace essere esclusi dal novero di quelli che hanno capito tutto (e soprattutto dai politicamente corretti, Dio ci scampi) difenderemo quello che alcuni considerano il più indifendibile dei presidenti, George Dabliù, appunto. E per fare questo partiamo proprio da quello che è considerato il suo più grande errore, ovvero il conflitto iracheno. Due volte i Bush si sono inoltrati nel deserto mediorientale, e due volte hanno schiacciato la flebile resistenza di Saddam. Ma mentre Bush padre preferì lasciare al suo posto il dittatore, in nome dell'equilibrio dell'area, Dabliù andò fino in fondo.

Si obietterà che prese come scusa la presenza di armi di distruzione di massa che non c'erano. Vero. Ma ciò non significa che abbia per forza sbagliato ad attaccare. Di fatto, a cinque anni e spiccioli di distanza, ritroviamo un Iraq quasi pacificato e liberato da una sanguinosa dittatura. Gli attentati non sono ancora terminati, ma si sono enormemente ridotti di numero, e si può dire che il solco che consentirà a Obama di ritirare le truppe sia tracciato. Oltre a ciò, nell'area è stato costituito un cuscinetto di civiltà da cui non esiste ritorno. Oggi l'Iraq è con Israele l'unica sia pur giovane democrazia mediorientale, e la storia ci insegna che chi ha raggiunto la democrazia non torna più indietro.

Lo stesso Iran, quando giungerà a termine la parentesi del tiranno Ahmadinejad che la gran parte del popolo considera un fanatico, non potrà non essere influenzato dal cambiamento dell'illustre vicino, e vi sono alte probabilità che ciò influisca sulle prossime tornate elettorali. E quando anche il più grande stato canaglia del mondo comincerà a cambiare rotta, oltre a togliere il terreno sotto i piedi al fondamentalismo, innescherà una probabile e virtuosa reazione a catena.

Stroncare il fondamentalismo terrorista è una priorità del mondo libero, e se Obama potrà godere di questa eredità positiva, lo deve a George W Bush. Preghiamo che non la sprechi.

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