Anniversari: gli 88 anni del Pci. Ma il "festeggiato" non c'è più ...

Se ci fosse stato ancora, il Partito comunista italiano ieri avrebbe compiuto 88 anni.

Vogliamo ricordarlo da una fase che segnò il suo percorso e quello del comunismo mondiale: 1956, il XX congresso del Pcus, con la relazione “segreta” di Chruscev sulla destalinizzazione.
Il segreto del rapporto durò pochi giorni. Il 16 marzo il New York Times pubblica indiscrezioni della relazione di Chruscev in cui si condanna Stalin per aver imposto un “regime di sospetto, paure, terrore”. Il 4 giugno sempre il New York Times stampa integralmente il rapporto segreto di Chruscev riattizzando ovunque devastanti polemiche. Il 4 luglio il Dipartimento di Stato americano distribuisce un fascicolo di 58 pagine con la registrazione integrale del rapporto Chruscev.

Scoppia la bomba in tutto il mondo.

In Italia, al ritorno da Mosca, il 7 marzo, Togliatti risponde in modo sprezzante alle domande dei giornalisti che premono per saperne di più “Gli sciocchi e i venduti latrano e continueranno a latrare, ma di essi la storia non terrà conto”. Il leader del Pci, sotto il peso di pressioni interne e di attacchi sempre più precisi e pesanti dei partiti avversari, si chiude nella sua ostinata reticenza.

Ma un vento impetuoso scuote il Pci, colto da un malessere e un disorientamento senza precedenti.

Vacilla l’alleanza con i socialisti. Influenti esponenti della cultura di area comunista partono all’attacco. Carlo Cassola critica aspramente Togliatti in una lettera al Contemporaneo di Antonello Trombadori per il suo appiattimento verso l’Urss e l’adorazione verso il comunismo sovietico. Drammatico Pier Paolo Pisolini che in “Una polemica in versi”, uno dei poemetti che compongono “Le ceneri di Gramsci” rivolge un duro attacco al Pci e al suo crescente burocratismo: “L’ora è confusa, e noi come perduti/la viviamo… Hai voluto che la tua vita fosse/una lotta ed eccola ora sui binari/morti, ecco cascare le rosse/bandiere, senza vento”.

Il 14 marzo inizia a Roma, al Comitato centrale del Pci, la discussione sui lavori del XX Congresso. C’è tensione e agitazione perché tutti i dirigenti del partito avevano appreso le terribili rivelazioni di Chruscev solo per vie traverse. Il rapporto di Togliatti evita i nodi di fondo, minimizza la portata delle confessioni di Chruscev, deludendo tutti.

Dopo qualche accenno critico di Amendola, Pajetta e Ingrao è Umberto Terracini ad attaccare violentemente non solo gli errori ma i crimini di Stalin. Ma il padre della Costituente non si ferma e ricorda le fucilazioni ordinate dal dittatore contro quasi tutti i membri del Comitato centrale del partito comunista polacco affermando nello stupore generale: “dovrebbe saperne qualcosa anche il compagno Togliatti” per concludere di fronte al segretario visibilmente irritato “bisogna risalire alle cause per correggere gli errori e non ritenere che la morte di Stalin tronchi anche il metodo dannoso da lui messo in atto”.

Ma Togliatti continua a menare il can per l’aia, prende tempo, si chiude a riccio chiamando a raccolta tutto il partito contro i nemici interni ed esterni. La base comunista comincia a parlare di Chruscev come di un traditore e bolla come invenzioni le notizia della stampa. Il capo dei comunisti italiani definisce i gazzettieri borghesi “scimmie urlanti” che scrivono solo “calunnie, volgarità, menzogne”.

Qualche giorno dopo in una intervista alla rivista di Moravia Nuovi argomenti Togliatti tenta di risalire alle origini delle deviazioni che secondo lui non avevano alcuna parentela col marxismo e col socialismo ma, di fatto, mette per la prima volta sotto accusa il sistema anche se esclusivamente come metodo.

Ai vertici del Pci la bufera non si placa e molti chiedono l’analisi sulle cause politico-ideoilogiche delle degenerazioni del sistema. L’attacco mirava direttamente a Togliatti, ai suoi rapporti con Stalin e ai suoi metodi di direzione del Pci ritenuti autoritari.

Ma nei fatti non cambia niente fino ad ottobre con la nuova, violentissima bufera della rivolta sanguinosa d’Ungheria e dei carri armati russi a Budapest. Oltre 50 anni dopo, non si può non riconoscere a Chruscev il merito di avere fatto luce su ciò che però molti in occidente, a cominciare dalla Chiesa, già avevano svelato subendo le critiche più dure. Lui stesso poi, mentre condannava il culto di Stalin aveva instaurato il culto della propria personalità e anche per questo, oltre che per cancellare il XX congresso, la notte del 16 ottobre 1964 fu detronizzato dalla troika Breznev-Kossighin-Podgorni.

Il limite di Chruscev è un altro ed è ben più grave. Infatti al XX Congresso il successore di Stalin partiva con le accuse solo dal 1934 per salvare così Lenin e la rivoluzione; addossava tutti i mali del paese del “socialismo reale” alle deviazioni individuali del suo predecessore, addirittura cercando di rafforzare l’ideologia marxista-leninista e il ruolo del Pcus come unico suo interprete perché quella ideologia e quel partito si dimostravano capaci di ammettere gli errori e di correggerli.

Così Chruscev e così, di fatto, tutti i partiti comunisti compreso il Pci, hanno sempre tentato di attribuire tutte le degenerazioni e i limiti del comunismo a un sol uomo o a gruppi di dirigenti nel tentativo di salvare il partito, l’ideologia e l’idea comunista, ritenuti sempre infallibili. Per decenni e ancora oggi c’è chi ha creduto e crede che l’”errore” non fosse del sistema in quanto tale ma degli uomini che l’avevano attuato, sbagliando nel metodo.

30 anni dopo il XX congresso, Berlinguer, all’indomani del colpo di stato di Jaruzelski, dichiarò esaurita la spinta propulsiva dell’Urss. Era un altro passo avanti del comunismo italiano nel prendere atto della crisi del “socialismo reale” ma anche l’ennesima duttilità e capacità gattopardesca del Pci di inventare sempre nuove formule e nuove strade pur di sopravvivere senza però mai cancellare le proprie radici.

Di fronte alle tragedie storiche del comunismo, pur valutando positivamente i tentativi di revisione dei comunisti e dei post comunisti italiani, tuttavia bisogna riconoscere che né il Pci né il Pds-Ds e né gli altri spezzoni sorti dalle ceneri di quel partito, hanno mai pagato dazio. La storia dirà se è giusto così.

Il fallimento storico, ideologico e politico dell’ideologia comunista è sotto gli occhi di tutti. Ma altrettanto evidente è anche la crisi di identità del post comunismo made in Italy. E’ quella crisi che principalmente limita e blocca ancora oggi il superamento della crisi politica italiana.

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