Il Libro Nero del post-comunismo: per il Lancet la libertà nei paesi dell'Est è costata un milione di morti


Secondo i calcoli riportati dallo storico Stéphane Courtois nel Libro Nero pubblicato nel 1998, i morti da scrivere ai regimi comunisti genericamente intesi sarebbero circa 100 milioni.

Secondo David Stuckler, dell'Università di Oxford, Lawrence King di Cambridge e Martin McKee della London School of Hygiene & Tropical Medicine, che hanno pubblicato una ricerca sul Lancet intitolata "Mass Privatization and the Post-Communist Mortality Crisis: A Cross-National Analysis", anche il ritorno alla libertà e al liberismo non è stato del tutto indolore per i popoli dell'Europa dell'Est, soprattutto per i russi.

Le privatizzazioni selvagge e criminali, l'accaparramento di tutti i beni pubblici, la corruzione e la diffusione massiva delle mafie non avrebbero quindi giovato alle giovani democrazie sorte oltre la ormai decaduta Cortina di Ferro. Dopo 4 anni di lavoro e dopo aver elaborato i dati dell'Unicef riferiti al periodo 1989 - 2002, gli studiosi hanno verificato che le politiche della privatizzazione di massa nei Paesi dell'ex Unione Sovietica e nell'Europa dell'Est hanno aumentato la mortalità del 12,8%. Ovvero, hanno causato la morte prematura di 1 milione di persone.

L'agenzia Onu per lo sviluppo, l'Undp, nel '99 aveva contato in 10 milioni le persone scomparse nel tellurico cambio di regime, e la stessa Unicef aveva parlato dei 3 milioni di vittime. Lo studio di Lancet invece parte da una domanda diversa: si potevano evitare tante vittime, e sono da addebitare a precise strategie economiche? La risposta è sì. Ed è la «velocità » della privatizzazione che — secondo Lancet — spiega il differente tasso di mortalità tra i diversi Paesi. Si moriva di più dove veniva adottata la «shock therapy»: in Russia tra il '91 e il '94 l'aspettativa di vita si è accorciata di 5 anni. Nei Paesi più «lenti », invece, come Slovenia, Croazia, Polonia, si è allungata di quasi un anno. Il sociologo Grigory Meseznikov, uno dei più apprezzati politologi dell'Europa dell'Est, risponde al telefono al Corriere che «sì, sui ceti inferiori l'impatto è stato forte. Ma poi, accanto ai danni immediati, bisogna valutare i benefici e l'impatto positivo a lungo termine».

Insomma, il liberismo è una medicina che va assunta con moderazione e facendo attenzione agli effetti collaterali...

Qui trovate l'articolo del Lancet.

  • shares
  • Mail
5 commenti Aggiorna
Ordina:

I VIDEO DEL CANALE NEWS DI BLOGO