Cosa manca - Racconti da Londra #1 Estro

Cosa manca - Intro

Uno dei progetti selezionati per Blogo Reporter è un documentario che proponiamo, da oggi, in quattro parti. È un lavoro che Giovanni B. Algieri ha realizzato con la curiosità di chi vuole raccontare storie in maniera approfondita. Uno sguardo partecipe, disincantato e piacevole sulle avventure di dieci italiani a Londra, senza intenti agiografici ma con il desiderio di costruire una narrazione realistica. Ecco come Giovanni racconta il suo lavoro. Ed ecco la prima puntata di "Cosa manca"

Alberto Puliafito


Londra, un’Italia lontana

di Giovanni B. Algieri

L’anno precedente l’avevo trascorso a Cambridge. Ma non mi aveva colpito, non mi aveva segnato. Mi aveva insegnato a convivere con altre religioni, altri orari, altri gesti, altri freddi, ma non mi aveva cambiato.

Da buon italiano avevo immaginato il tutto con una sciocca analogia: sarà come quando da Perugia mi trasferii a Roma. Dalla piccola alla grande città. Dalla quiete al caos. Soliti pro, soliti contro. Niente di più sbagliato.

Impiegai tre giorni a capire che Londra è Londra, e il suo gap tra pregi e difetti non ha eguali al mondo. Neanche Napoli, con tutti i suoi eccessi mortali e paradisiaci le si avvicina un po’. Inizialmente ero smarrito. Vedevo connazionali di ogni tipo, da ogni regione. Alcuni veterani, altri più sbandati di me. Alcuni nostalgici di casa, altri la rinnegavano. Ero lì per studiare e per lavorare, volevo diventare cittadino del mondo e, forse, ero speranzoso di un colpo di fortuna, di un incontro magico, fatidico, che fosse lavorativo o, perché no, sentimentale.

Cercavo, per via di quel chiodo tutto italiano di etichettare ogni cosa, di collocarmi in una delle categorie degli italiani che incontravo, e non ci riuscivo.

Mi rispecchiavo in tutti e non mi riconoscevo in nessuno. Poi un giorno, sfogliando il free press che regalano in metro, - un giornaletto non troppo dissimile da Novella2000- fu Boris Johnson, il sindaco di Londra, a illuminarmi. Lessi che il giorno precedente, nell’accogliere il premier Renzi, davanti ai giornalisti disse: «Presidente Renzi, lei sa che Londra è la quinta città italiana?»

È proprio così. Con circa 250mila iscritti all’AIRE (Anagrafe degli Italiani Residenti all'Estero) e oltre 300 mila italiani viandanti, la City nel 2014 ha superato le 500 mila presenze italiane. Più di Genova, più di Bologna, più di Firenze e quasi il doppio di Venezia. E allora eccolo il motivo: mi rivedevo in ogni italiano perché mi trovavo in Italia.

Quella seducente e controversa idea di un’Italia lontano dall’Italia mi fulminò

Giovanni B. Algieri

Quella seducente e controversa idea di un’Italia lontano dall’Italia mi fulminò. Annotavo ogni giorno, scrivevo racconti, dibattevo attivamente in ogni capannello che sollevava l’argomento, ma non bastava. Volevo raccontare in maniera più concreta quella piccola democrazia dove in una tavolata di otto italiani, tre spagnoli ed un asiatico, è buona educazione parlare in inglese. Quella realtà dove ventenni e trentenni hanno il diritto e il dovere di realizzare i propri sogni e quasi sempre lo fanno, che il sogno sia una carriera artistica o un salario dignitoso.

Poiché raccontare seicentomila storie era impensabile, selezionai.

Trascorsi circa sessanta giorni a leggere incredibili mail degli italiani a Londra, racconti di scalate assurde e di disperazioni guarite. Anche sconforti.

Ciò che più mi rattristò, furono storie di sessantenni approdati oltremanica per spedire i soldi a casa, in Italia, come si faceva negli anni ’70 e ’80, quando i padri emigravano per lavorare nelle miniere francesi e tedesche o addirittura come facevano i nostri nonni negli anni ’20 imbarcandosi per Ellis Island.

Ad affrontare quelle storie, proprio non ce l’ho fatta. Non amo le tragedie.

Prediligo le inversioni di rotta, i finali in sospeso, la conquista del normale, al limite i pentimenti, ma non i drammi. E un uomo che a sessant’anni va a fare il cameriere
a Portobello è un eroe, certo, ma pur sempre l’eroe di un dramma.

E poi non sarebbe stato veritiero, non sarebbe stato intellettualmente onesto raccontare degli italiani a Londra limitandoli a quella categoria.

Così ho scelto gli artisti. Frequentandoli, ho capito che noi italiani lo siamo tutti.
Quando canticchiamo sotto la doccia, quando inventiamo un piatto di pasta con gli unici ingredienti rimasti in casa, quando diamo un soprannome ad un amico, anche quando parcheggiamo, siamo artisti. Cose che a noi sembrano del tutto normali, altrove non lo sono. I londinesi non cantano sotto la doccia. Provate a cantare anche solo in playback, quando siete seduti in metro. Muovete solo le labbra e verificate: molti vi guarderanno stupiti, divertiti.

Gli artisti di “Cosa Manca” sono giovani che hanno scelto di fare di questa loro inclinazione artistica un mestiere. Alcuni ci son riusciti, altri no, altri… attendono.

Il sunto è che il paradiso non esiste. Non lo è l’Italia, non lo è Londra e non lo è
neanche New York o Dubai. Per realizzare i propri sogni bisogna svegliarsi, diceva
qualcuno più bravo e bello di me. Bisogna cambiare se stessi, e poi la città. Bisogna indirizzarsi, spronarsi, rimboccarsi le maniche e non aver paura di perdere quel poco che si ha tra le mani, e solo allora, il paese in cui viviamo conterà, fungendo da trampolino o da voragine.

Manlio Calafrocampano, per esempio, è uno di quelli che anche grazie a Londra si sta affermando come uno dei principali cantanti sulla scena reggae europea. Francesca, invece, avrebbe voluto continuare a scrivere, ma con due bimbe e un marito ricercatore da seguire ogni sei mesi in un paese diverso, ha dovuto rinunciare, e per questo soffre un po’, nella sua felicità.

Queste sono solo due delle dieci storie raccontate nel documentario prodotto da Blogo che finora è stato proiettato in ben 28 scuole d’Italia. Per descrivere tutte le assurde e fantastiche sensazioni che ho percepito nelle classi, non basterebbe un altro documentario. Ma spero, anzi, sono sicuro, che tutti quei ragazzi che ho incontrato diventeranno cittadini del mondo più della mia sfortunata e pigra generazione, e faranno dei loro viaggi una grande occasione, e non un piagnucoloso esilio.

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