Brexit: Cameron lancia il Referendum. Ma il "gioco" è molto pericoloso

Cameron prova ad usare lo strumento referendario per ottenere concessioni a Bruxelles. Ma dovrà stare molto attento a non promettere troppo ai suoi elettori

Conservatives Campaign In The Fourth Week Of The General Election

Il prossimo 27 maggio, la regina Elisabetta II terrà il tradizionale Queen’s Speech davanti alla Camera dei Lord. Il testo del discorso, che viene redatto dal governo in carica, elencherà il programma di azione dell'esecutivo per il futuro anno parlamentare.

Quest'anno il discorso è molto atteso e la stampa inglese sta già dedicando grande spazio all'incipiente appuntamento. Per David Cameron, vincitore a sorpresa delle elezioni del 7 maggio, potrebbe essere l'occasione per lanciare il referendum che la maggioranza dei cittadini del Regno Unito vuole da tempo: quello sull'uscita dall’Unione Europea.

E' quasi scontato che il riconfermato premier conservatore dedichi un passaggio alla consultazione popolare, visto che è stata il perno della sua campagna elettorale. Ma il fatto che sarà la regina ad annunciarla, conferirà una maggiore sacralità all'impegno preso dal partito di maggioranza.

Difficile, per ora, dire quando si terrà esattamente il referendum. Cameron, ancora ieri, giungendo al vertice europeo, ha dato un riferimento di massima: "entro il 2017"; ma c'è anche chi scommette che la Gran Bretagna si recherà alle urne già il prossimo anno.

Detto questo, è opportuno fare un'essenziale precisazione. Il leader dei Tories, per la verità, non ha mai manifestato l'intenzione di uscire dall'Unione; quello che intende fare, invece, è di usare lo strumento referendario per ottenere delle importanti contropartite a Bruxelles. In sostanza, Cameron pretende concessioni sulla libera circolazione e sull'immigrazione per evitare la Brexit.

Alla maggioranza degli inglesi questa strategia sta benissimo, come dimostra anche un recente sondaggio. Solo il 17% dei sudditi di sua maestà vuole lasciare immediatamente la Ue, mentre il resto dell'elettorato si limita a chiedere un cambiamento di rotta nelle politiche comunitarie. Dunque, in un certo senso, il Regno Unito pensa che il voto sulla permanenza nell'Unione possa essere un valido strumento di "ricatto" per guadagnare spazi di autonomia. E, implicitamente, anche il premier ha rimarcato ieri questo concetto parlando, della sua intenzione di proporre una riforma dei meccanismi vigenti in Europa:

"Ci saranno alti e bassi, ma una cosa sarà costante: la mia determinazione a ottenere una riforma in modo che il popolo britannico possa scegliere nel modo giusto nel referendum che si terrà entro fine 2017"

Tuttavia, la Ue non pare disposta a fare larghe concessioni. Jean-Claude Juncker, Presidente della Commissione, ha dichiarato di essere pronto a trattare e ad arrivare ad un'intesa equa con Londra, ma ha anche avvertito che i principi fondamentali, come la libertà di movimento, "non sono negoziabili". In questo modo, al di là del bon ton diplomatico, dobbiamo registrare che il prevedibile braccio di ferro ha avuto inizio.

Il principale obiettivo del governo britannico è quello di ridurre drasticamente il numero di nuovi arrivi entro i confini nazionali "a poche decine di migliaia l'anno", invertendo così i dati ufficiali sull'immigrazione, che parlano di un aumento del 52% di immigrati europei nel 2014 (pari a 318mila persone).

Ma quali sono nello specifico le condizioni che Cameron vuole imporre alla Ue? Cameron ne aveva già discusso durante la campagna elettorale delle europee dello scorso anno e non riguardavano solo l'immigrazione. Riassumendo potremmo dire che i punti sono sette in totale:

a) contenimento dell'immigrazione proveniente dai nuovi Stati dell'Unione; 2) regole severe per assicurare che gli ingressi di stranieri in Gran Bretagna siano vincolati al lavoro (e non alla caccia di agevolazioni); 3) rafforzamento dei poteri per i parlamenti nazionali sulle norme europee, ovvero facoltà di bloccare le leggi europee; 4) business libero dall'interferenza eccessiva dell'Unione e accesso a nuovi mercati attraverso accordi per il libero commercio con Asia e America; 5) più autonomia per la polizia e i tribunali nei confronti della Corte Europea dei Diritti dell'Uomo; 6) maggiore libertà di legiferare per gli Stati membri; 7) abolizione del principio di un'Unione sempre più forte tra i Paesi membri.

Forse le richieste sono eccessive se messe in questi termini, ma sul fatto che Londra voglia fare sul serio non ci sono dubbi. Ciò è stato confermato anche dalla promessa elettorale di abolire lo Human Rights Act, norma del 1998 che incorporava nel diritto britannico le direttive contenute nel trattato della Convenzione dei diritti Umani e delle libertà fondamentali (Cedu), redatto dal Consiglio d'Europa.

Probabilmente anche alla revoca della legge, fortemente voluta dal nuovo ministro della Giustizia, Michael Gove, sarà dedicato un passaggio del Queen’s Speech. Segnaliamo che, se il provvedimento fosse approvato, sarebbero restituiti pieni poteri alla Corte Suprema del Regno Unito, mentre la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo non avrebbe più l'ultima parola qualora fosse interpellata su procedimenti ritenuti ingiusti ed eventuali violazioni. Inutile dire che anche questa mossa viene presentata come una misura necessaria a tamponare l'immigrazione e la criminalità (di cui, per l'appunto, gli immigrati sarebbero i maggiori responsabili).

Cameron così facendo, però, si sta mettendo in una posizione molto rischiosa. Il mondo dell'imprenditoria e della finanza della City, infatti, non sostiene affatto un'uscita dalla Ue. Il rischio sarebbe quello di isolazionismo economico, con danni da non sottovalutare per l'economia inglese. Segnale di ciò è stata l'inopinata, quanto durissima, presa di posizione del colosso bancario Hsbc.

In campagna elettorale, il primo istituto di credito europeo, che ha sede a Londra, ha espresso forti perplessità sul referendum inerente alla Brexit. In caso di vittoria dei sì, ha perfino minacciato di voler spostare la propria sede all'estero. A tale riguardo, il Presidente dell'ente, Douglas Flint, ha dichiarato: "

Nell'ambito di una revisione strategica più ampia, il cda ha dunque chiesto ai dirigenti di iniziare a guardare quale sarebbe il luogo migliore dove spostare il quartier generale di Hsbc, in questo nuovo contesto"

In conclusione, Londra deve stare molto attenta a cavalcare lo strumento referendario. Se dall'Unione Europea arrivassero dei no alle sue proposte, non è escluso che una fetta importante dell'elettorato conservatore non opti per l'uscita dall'Unione. Inoltre, Nigel Farage dell'Ukip, dopo la batosta alle politiche, non vede l'ora di ritornare il paladino dell'euroscetticismo.

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