Elezioni 2015: la sconfitta di Renzi

Cinque regioni al centrosinistra, due al centrodestra. Ma chi perde è il Presidente del Consiglio e segretario del Pd. Ecco perché

Elezioni 2015, Matteo Renzi sconfitto

Se c'è un verdetto che emerge da queste elezioni regionali 2015, è che Matteo Renzi e il renzismo hanno perso.

Ma come? dirà qualcuno. Il Pd vince in cinque regioni su sette (al Nazareno, mentre scrivo, danno per certa anche la vittoria in Umbria, che pure pare ancora in bilico, e così probabilmente sarà. E non pare in discussione la vittoria di De Luca, anche se Caldoro è ancora avanti nei dati reali). Come fa Renzi ad aver perso, se il suo partito ha vinto?

Per capirlo basta guardare i nomi di chi vince (e di chi perde); ripercorrere le storie dei nuovi Presidenti di regione; fare qualche altra considerazione.

Iniziamo dai nomi.

Michele Emiliano stravince in Puglia. Sì, è vero, ha sostenuto "fedelmente" Renzi (nel senso che non gli ha fatto sgambetti). Ma non è un renziano, ha un suo metodo, una sua linea (tant'è che apre politicamente al Movimento Cinque Stelle), le sue idee. Ci sono cose della politica di Renzi che condivide, altre no.

Vincenzo De Luca che si prende la Campania (almeno, secondo le proiezioni. La regione potrebbe essere ancora in bilico, al momento) non è in alcun modo simbolo del Pd di Renzi. Anzi. È l'esatto contrario del cambiamento e della rottamazione. E ci fermiamo qui.

Enrico Rossi vince in Toscana. Renzi ne chiude la campagna elettorale, ma Rossi era bersaniano prima e per Cuperlo poi. Intervistato da Sky dice: «Non sono renziano, sono rossiano».

Catiuscia Marini si riprende a fatica l'Umbria. Contro di lei, alle primarie, c'era Gianpiero Bocci, sottosegretario del governo Renzi. Un'altra non-renziana.

Luca Ceriscioli vince nelle Marche. Il suo avversario alle primarie del Pd era appoggiato dai renziani. Non serve aggiungere altro.

Le due espressioni più pure del renzismo regionale, invece, una nell'arte del compromesso politico (Raffaella Paita in Liguria, dove le primarie del Pd erano state seguite da polemiche furibonde e da Cofferati che mollava la baracca, di fatto spezzando il centrosinistra), l'altra nell'arte della comunicazione vacua, trendy e per slogan (Alessandra Moretti in Veneto, la ladylike che diceva che il Veneto è «scalabile») hanno perso. La prima è stata sconfitta addirittura da Giovanni Toti, emissione diretta del redivivo e semi-resuscitato Silvio Berlusconi. La seconda è stata doppiata da Luca Zaia in Veneto (e meno male che il Veneto era scalabile).

E non si parta con la retorica del pd-partito-plurale, per carità: Renzi è riuscito a imporre "suoi" candidati solamente in due delle sette regioni in cui si votava. Ha perso in entrambi i casi. Questo è un fatto.

Infine: l'astensione continua il suo andamento negativo. Calano in maniera drastica i votanti, dal 64,19% del 2010 al 53,9% di ieri. In pratica un avente diritto su due non è andato a votare E questa assenza di partecipazione cos'è, se non una sconfitta della politica e di chi governa? Insomma: Renzi gioirà almeno davanti a telecamere e microfoni. Magari andrà a dire qualcosa sul futuro e i giovani e la speranza ad Amici. Ma ha davvero poco da festeggiare. Ragion per cui la propaganda continuerà, sempre più serrata.

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