Isis, le scomode verità sulla sua nascita

Il coinvolgimento degli Stati Uniti e dei suoi alleati nella nascita dello Stato Islamico diventa sempre più evidente

La verità è liquida e sfugge ai contenitori che il mainstream ha costruito riguardo alla nascita dello Stato Islamico. Alcuni giorni fa in Turchia il direttore del quotidiano Cumhuriyet è stato accusato di spionaggio e i vertici del governo turco hanno chiesto per lui l’ergastolo perché sul suo giornale aveva pubblicato un reportage sulle ingerenze dell’esercito di Ankara nel conflitto siriano.

Lunedì scorso Bherlin Gildo, uno svedese sospettato di terrorismo in Siria, ha visto crollare la strategia processuale dei suoi accusatori quando è diventato chiaro che erano stati gli stessi servizi segreti britannici ad armare i gruppi ribelli da lui stesso sostenuti. L’accusa ha gettato la spugna e abbandonato il caso per non mettere in imbarazzo i servizi di intelligence di Londra. Servizi che, dopo la caduta del regime di Gheddafi e in collaborazione con la Cia, nel 2012 hanno iniziato a trasferire giubbotti anti-proiettili, veicoli e armi ai ribelli siriani in lotta contro Bashar al-Assad.

Che l’Isis sia stato finanziato dai Paesi del Golfo con il placet dei suoi alleati occidentali è ormai il segreto di Pulcinella. Su quanto la guerra al terrorismo iniziata da Bush 14 anni fa abbia contribuito a consolidare il terrorismo jihadista globale esiste una vasta pubblicistica, anche italiana. Su Polisblog ci siamo spesso interrogati sulle cause che hanno generato il nuovo assetto geopolitico del Medio Oriente, con la consapevolezza di quanto siano aleatorie e temporanee le alleanze che si creano strada facendo contro questo o quel regime.

Ora, mentre l’avanzata dell’Isis prosegue sul fronte iracheno di Ramadi e su quello siriano di Palmira, mentre il Fronte al-Nusra guadagna terreno in Siria, grazie a Seumas Milne di The Guardian, viene fuori un rapporto di intelligence dell’agosto 2012 che prevede la nascita di un “principato salafita” nella Siria orientale e uno stato islamico a cavallo di Siria e Iraq controllato da al-Qaeda. Ora, che a controllare l’area predetta dal report sia l’Isis (peraltro nato da una costola della rete di al-Zawahiri) e non al-Qaeda è solamente un dettaglio. La profezia si è avverata o, sarebbe meglio dire, si è auto-avverata. Il documento della Defense Intelligence Agency individua in al-Qaeda in Iraq (poi Isis) e nei salafiti le principali forze motrici dell’insurrezione in Siria, sottolineando come queste forze di opposizione abbiano il sostegno dei paesi occidentali, degli Stati del golfo e della Turchia.

Il Pentagono sapeva che un nuovo attore si sarebbe insediato nella Siria orientale, lo sapeva due anni prima che Abu Bakr al-Baghdadi autoproclamasse la nascita del Califfato. La nascita di un principato salafita era, si legge testualmente, ciò che i poteri di sostegno all'opposizione volevano

al fine di isolare il regime siriano, considerato come strategico per l’espansione regionale degli sciiti (Iraq e Iran).

Nel 2012, a un anno dall’inizio delle rivolta in Siria, gli Stati Uniti e i suoi alleati non erano solamente impegnati ad armare le forze ribelli, ma disposti a tollerare la creazione di uno Stato Islamico pur di indebolire la Siria.

Ciò non significa che gli usa abbiano creato il Daesh, ma è certo che non hanno fatto nulla per arginarne la proliferazione in un’ottica regionale. Una storia che si ripete, quella dei combattenti per procura che si ribellano contro i propri finanziatori. Era già accaduto con al Qaeda, nata grazie ai finanziamenti piovuti sui guerriglieri afghani in lotta contro l’Unione Sovietica negli anni Ottanta. La strategia del “divide et impera” che per decenni ha consentito agli Stati Uniti di essere arbitro degli equilibri geopolitici globali non funziona più e si sta rivelando un groviglio complesso da sciogliere e imbarazzante da giustificare. Anzi, come suggerisce Milne, “sono le popolazioni della regione che possono curare questa malattia, non quelli che hanno incubato il virus”.

IRAQ-CONFLICT

Via | The Guardian

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