Palestina: La fine del Governo di unità è una sconfitta per tutto il popolo palestinese

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Il presidente palestinese Abu Mazen, nel corso del 15esimo Consiglio Rivoluzionario di Fatah, ha annunciato le dimissioni dell’attuale esecutivo (composto dopo l’accordo di unità nazionale con Hamas un anno fa) e la formazione di un nuovo governo.

La notizia è stata diffusa dalla stampa israeliana e dalle maggiori agenzie internazionali:

"Il presidente palestinese Abu Mazen ha annunciato che nelle prossime ventiquattr’ore il governo palestinese si dimetterà. Abu Mazen lo avrebbe detto, secondo alcune agenzie di stampa, in una riunione del Consiglio rivoluzionario del suo partito Al Fatah" (Afp)

Per parte sua, Hamas ha già preso posizione contro il Presidente, evidenziando così, ancora una volta, la profonda distanza che separa la fazione islamista da quella fondata da Yasser Arafat. Il portavoce dell'organizzazione che continua a dominare nella Striscia di Gaza, Sami Abu Zuhri, ha rigettato senza troppi giri di parole la scelta del Consiglio Rivoluzionario:

"Hamas respinge qualsiasi modifica unilaterale del governo senza l’accordo di tutte le parti” (Afp)

Alla base della decisione di Abu Mazen ci sarebbero i forti contrasti sulla gestione della ricostruzione di Gaza, dopo la devastante operazione militare israeliana Margine Protettivo. A tale riguardo, ricordiamo che negli ultimi mesi gli esponenti di Hamas non hanno mai smesso di criticare lo scarso impegno del governo di Ramallah nel far fronte all'emergenza umanitaria nella Striscia. E, per tutta risposta, Fatah ha più volte attribuito la responsabilità delle lentezze agli "alleati-rivali".

In realtà, però, il quadro che ha portato alla crisi di governo è più complesso. Ad indispettire Fatah è l'atteggiamento tenuto da Hamas, che a suo a avviso, ma anche secondo parte della stampa israeliana, starebbe trattando separatamente con il governo di Benjamin Netanyahu. Il negoziato si sarebbe sviluppato con la mediazione di Qatar e Turchia, e pare che l'Egitto non sia contrario.

Tale ipotesi è avvalorata da quello che sta accadendo negli ultimi tempi. Da un lato l'Egitto ha riaperto il valico di Rafah e ha autorizzato il passaggio di materiale edile, dall' altro, Hamas pattuglia ormai indisturbata i confini della Striscia, con l'implicito beneplacito di Tel Aviv. Quest'ultima, intanto, in cambio di una tregua con la fazione islamista, ha reagito con moderazione al lancio di razzi dei salafiti di Gaza.

Così ora Israele, che l'anno scorso ha deciso di mettere a ferro fuoco Gaza con un'operazione militare che ha prodotto 2200 morti palestinesi (tra questi 1400 civili, di cui 500 bambini), pare essere disposta a trattare con il suo nemico giurato. La mossa di Netanyahu , ovviamente, non sarebbe dettata solo da ragioni di sicurezza. Il suo obiettivo, di sempre, è quello di minare l'unità palestinese. Ma qui entrano in gioco anche le responsabilità dei palestinesi.

Sia Hamas sia Fatah, che sono tutt'altro che immuni da fenomeni di corruzione interna, hanno dato vita ad un governo di unità dopo un lungo periodo di feroce contrapposizione. Tuttavia, l'accordo era principalmente dettato da calcoli personali e da interessi di bottega. Né la fazione che controlla Gaza né quella che controlla Cisgiordania sono mai state interessate ad una reale riconciliazione. Inoltre, nell'ultimo anno, nessuno dei due partiti ha manifestato l'intenzione di raggiungere un'intesa per delle nuove elezioni nazionali (le ultime ebbero luogo nel 2006).

Ma quali sono stati nello specifico gli interessi di parte che hanno spinto le due fazioni a mettersi insieme? Abu Mazen ha pensato che con l'accordo avrebbe recuperato consenso, visto la delusione della popolazione per le sue scelte giudicate prone agli interessi degli occupanti israeliani. Hamas, invece, ha cercato di risollevarsi dall'isolamento regionale e dai problemi economici ad esso connessi, emersi dopo la deposizione del leader dei Fratelli Musulmani, Mohamed Morsi, in Egitto.

Non è dato sapere per ora se ad Hamas sarà offerto di entrare nel nuovo governo, ma in ogni caso è molto difficile che si giunga ad un nuovo patto. Quello che è certo è che a rimetterci saranno ancora una volta i palestinesi, perché quando un popolo è sotto occupazione la precondizione fondamentale per cambiare le cose rimane l'unità.

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