Elezioni politiche Danimarca 2015: Vince il centrodestra. Xenofobi al 21%

La sinistra ha perso sull'immigrazione. Eppure l'economia danese è in netta ripresa

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Seppur di poco, le elezioni politiche in Danimarca se le è aggiudicate il centrodestra, guidato da Lars Lokke Rasmussen. Il blocco conservatore (composto da Venstre, il partito della destra liberale, Partito Danese del Popolo (Df) e da Alleanza liberale e conservatori) ha ottenuto 90 seggi in Parlamento (51,5%), battendo così la coalizione di centrosinistra della premier uscente Helle Thorning-Schmidt, che si è fermata a 85 seggi.

Attenzione, però, quella di oggi non è la vittoria di Rasmussen e del suo partito, Venstre, che ha perso ben sette punti rispetto alle precedenti politiche, bensì del Dansk Folksparti (Partito Danese del Popolo), ultra-nazionalista e contrario a qualiasi apertura sulle politiche migratorie. L'estrema destra, infatti, è riuscita a totalizzare il 21,1% dei consensi, piazzandosi al secondo posto, alle spalle dei socialdemocratici. Questi, dunque, rimangono primo partito, nonostante la perdita del governo.


In questo momento la formazione di un governo risulta complicata. I liberali non si attendevano un risultato così eclatante da parte del Partito del Popolo, circostanza che complica non poco una possibile alleanza. Se la destra xenofoba entrasse nell'esecutivo, infatti, avrebbe diritto ad un ruolo di grande rilievo, visto che è il partito della coalizione che ha preso più voti. A tale proposito, Kristian Thulesen Dahl ha già dichiarato: "Non abbiamo paura di far parte del governo se ciò ci consentirà di esercitare grande influenza politica. Ma non è sicuro che ci faranno determinate concessioni".

Alla fine, per uscire dall'impasse, si potrebbe optare per la soluzione dell'appoggio esterno al governo. Tale soluzione non sarebbe una novità per la Danimarca, visto che il DF l'ha già praticata dal 2001 al 2011. Ora tocca a Rasmussen, già premier dal 2009 al 2011, tentare di sbrogliare la situazione.

Ma perché le urne hanno bocciato il governo in carica? Fattore decisivo è stato quello dell'immigrazione, che tuttavia non rappresenta affatto un problema così grande nel paese scandinavo. Eppure la propaganda xenofba è riuscita a fare lo stesso presa sull'elettorato, che si è lasciato trascinare dagli allarmismi lanciati da tutta l'opposizione.

Così, per far fronte ai continui attacchi, la primo Ministro, ha adottato nell'ultimo periodo una posizione più intransigente sul tema delle quote di redistribuzione degli immigrati. Copenaghen ha ristretto il suo sistema di accoglienza, appellandosi alla clausola di esclusione, che come Regno Unito e Irlanda la tiene fuori da obblighi relativi al ricollocamento dei migranti. Questo, però, non è bastato a contenere la deriva a destra.

I dati economici, poi, confermano che la mancata riconferma del centrosinistra è tutta da attribuire al tema immigrazione. Dopo una profonda crisi, la Danimarca ha segnato sette mesi consecutivi di crescita e nei primi tre mesi del 2015 un +1,7% del Pil su base annua. Questi numeri, secondo l'ex ministro dell'Economia socialdemocratico, dicono che la disuguaglianza sociale non sarebbe più un problema per il paese. L'unica questione urgente ancora aperta è quella del debito privato: le famiglie danesi sono tra le più indebitate al mondo, con il 300% di esposizioni rispetto al reddito disponibile (soprattutto verso mutui immobiliari).

Ricordiamo, infine, che la Danimarca non fa parte dell'Eurozona. Tutte le forze politiche, in sintonia con la stragrande maggioranza dei cittadini, sono determinate a conservare la corona. Ironia della sorte, l'unico che in campagna elettorale ha adombrato un possibile ingresso nell'euro è stato proprio Rasmussen.

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