Tensioni Bosnia-Serbia: Arrestato ex comandante Oric alla vigilia del massacro di Srebrenica

Dopo la cattura a Berna del militare, è saltata la visita ufficiale del Presidente serbo, Tomislav Nikolić, a Sarajevo

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Manca poco al ventesimo anniversario del massacro di Srebrenica, che ebbe luogo l'11 luglio del 1995. Tra la Bosnia Erze­go­vina e la Serbia, però, non sembrano ancora essersi create le condizioni per una reale pacificazione. A certificarlo è il deflagrare del caso Naser Orić, che ha finito per riaprire vecchie ferite e riaccendere le polemiche. E, come se non bastasse, ha fatto saltare la visita ufficiale del presidente serbo Tomislav Nikolić a Sarajevo, in programma lo scorso martedì.

L'ex comandante militare di Srebrenica, dove persero la vita oltre otto mila musulmani per mano serba, è stato arrestato lo scorso 10 giugno a Berna. Orić è stato colpito da un mandato di cattura internazionale, emesso dalla Interpol di Belgrado. E' accusato, insieme ad altri quattro comandanti, di aver ucciso il 12 luglio del 1992 nove civili serbi nei villaggi di Zalazje e Donji Potocari.

Ricordiamo che, nel 2008, Orić fu assolto in via definitiva dalla corte d'appello del Tribunale internazionale dell'Aja. Il processo lo vedeva accusato di crimini ai danni dei serbi nel periodo 1992-1993. Per questa ragione, parte consistente delle istituzioni e dell'opinione pubblica bosniache hanno immediatamente condanno il mandato d'arresto, giudicandolo provocatorio e persecutorio. A tale riguardo, segnaliamo che la Presidente dell'associazione delle Madri di Srebrenica, Munira Subasic, ha parlato di "ennesimo insulto" alle vittime, mentre diversi politici musulmani hanno veementemente protestato per la cattura.

Belgrado, per parte sua, ha provato a buttare acqua sul fuoco, rendendo noto che l'arresto del 10 giugno non pregiudicherà l'impegno per una "politica di pace, stabilità e cooperazione". Inoltre, la Serbia ci ha tenuto a rimarcare che il mandato di cattura non ha nulla a che vedere con la data dell'11 luglio (la richiesta era stata avanza il 3 febbraio 2014) e che i fatti e gli episodi contestati non sono stati oggetto del procedimento istruito all'Aja.

Ma queste prese di posizione non sono bastate a placare gli animi. Per chiedere il rilascio dell'ex comandante, considerato come un eroe dalle popolazioni bosniaco musulmane, si sono già tenute molte manifestazioni in tutto il paese. I veterani, poi, hanno dimostrato davanti al Parlamento di Sarajevo e sotto l'ambasciata svizzera.

Da questa vicenda, emerge ancora una volta una questione molto importante. Ovvero, serbi e bosniaci non hanno mai avviato una efficace collaborazione per fare luce sui crimini di guerra. Così accade che molti criminali siano rimasti impuniti e che parecchi "particolari" del conflitto del '92-'95 rimangano ignoti. Tale mancanza di chiarezza è avvalorata da un'intervista, rilasciata da Orić martedì, al quotidiano Dne­vni Avaz. Ivi, ha dichiarato, che vent'anni fa gli è stato impedito, dall'Onu e dal suo stesso esercito, di partecipare alla difesa di Srebrenica per ragioni inconfessabili.

Andrea Oskari Rossini (Osser­va­to­rio Bal­cani e Caucaso), su Il Manifesto, ha giustamente rilevato:

"Invece di pro­se­guire scher­ma­glie poli­ti­che e diplo­ma­ti­che, le isti­tu­zioni della regione dovreb­bero con­ti­nuare il dia­logo, e lo scam­bio di infor­ma­zioni. Sarebbe que­sto un modo di mani­fe­stare rispetto per le vit­time, a pochi giorni dall’11 luglio, data sim­bolo del geno­ci­dio dei bosniaco musul­mani e della tra­ge­dia degli anni ’90. Senza per que­sto cor­rere alcun rischio di relativismo"

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