Usa: Il "diritto delle armi", la strage di Charleston e il fallimento di Obama

President Obama Meets Nat'l Security And Public Health Officals On Response To Ebola

Ogni volta che negli Stati Uniti si verifica una strage causata dall'impiego di armi da fuoco, riemergono drammaticamente tutta una serie di contraddizioni politiche e sociali proprie di tutte le democrazie occidentali, ma soprattutto del paese che il Presidente Woodrow Wilson definì come "l'unica nazione idealista al mondo". Contraddizioni tra diritto alla proprietà e sovranità, tra libertà e sicurezza, tra centri di potere economico e istituzioni. E puntualmente ciò si è verificato anche dopo l'attentato di Chraleston, dove nove persone hanno perso la vita.

Ecco allora che riaffiora, come sempre in questi casi, la polemica sul secondo emendamento, ovvero il diritto a possedere armi, presente nella Costituzione del 1791. Tale diritto è inviolabile, al pari di quelli inerenti al voto e alla libertà di espressione. Le ragioni storiche che portarono a sancirlo avevano una loro "ragionevolezza", visto che l'Esercito regolare della Guerra di Indipendenza si era formato unificando le milizie volontarie. Per queste, l'uso di un'arma era l'unico strumento di difesa dei territori nei confronti dei colonizzatori.

Ponendo, però, quell'emendamento nella Costituzione si è dato il via libera ad una concezione della "giustizia privata" che si oppone palesemente alla "giustizia federale", cosa, fra l'altro, molto pericolosa in una nazione attraversata da forti conflitti sociali ed etnici. Con ciò non vogliamo proporre nessun mito dell'infallibilità dello Stato centrale, che come è noto anche in regimi democratici può subire slittamenti di matrice autoritaria. In ogni caso, resta il fatto che, nei paesi dove è obbligatorio il porto d'armi, incidenti come quello accaduto nella South Carolina sono molto meno frequenti. A ricordarlo è stato lo stesso Presidente Barack Obama su Twitter: "Con le armi ci uccidiamo uno con l'altro 297 volte in più che in Giappone, 49 volte in più che in Francia e 33 volte in più che in Israele".

Ma vi chiederete cosa c'entra il tema della giustizia con il sospettato numero uno della strage di Charleston, Dylann Roof? Infondo non è, come lo definiscono i media, solo un "pazzo paranoico"? La questione non si può liquidare così frettolosamente, perché quando si delega al cittadino la facoltà di farsi giustizia e di difendersi, allora le valutazioni soggettive di chiunque possono facilmente collidere con le leggi dell'Unione. E questo è quello che accade ogni qual volta si verificano fatti simili a quelli avvenuti nella chiesa metodista.

Infondo, Roof, nel momento in cui ha potuto procurarsi un'arma si è sentito legittimato ad usarla contro altri uomini. E, se lo ha fatto, è stato per motivi di giustizia, sebbene perversi. A testimonianza di ciò è il fatto che lui stesso si sente minacciato dagli afroamericani. A tale riguardo, ha scritto nel suo Manifesto: "Non sono in grado da solo, di andare nel ghetto e combattere. Ho scelto Charleston, perché è la città più storica nel mio Stato, e nello stesso tempo ha la percentuale più alta di neri rispetto ai bianchi nel Paese".

E d'altro canto uno dei suoi maestri è Earl Holt III, capo del gruppo razzista Council of Conservative Citizen e finanziatore delle campagne per le primarie di ben tre candidati repubblicani, Rick Santorum, Ted Cruz e Rand Paul. Anche il suprematista bianco si sente sotto assedio, propagandando fantomatici crimini dei "niggers" nei confronti dei bianchi ai quali bisogna reagire.

Così, in un paese dove il diritto ad avere un'arma è inviolabile, lo sarà anche per personaggi come Holt, oltreché per la malavita e per tutti quei cittadini "che mai avrebbero pensato di usarla". Ognuno di questi risponderà, inevitabilmente, almeno in prima battuta, agli istinti e ai criteri etici ed ideologici che riterrà più opportuni. La "verifica" sulla liceità delle loro azioni sarà solo successiva.

Se il possesso di armi negli Usa è calato negli ultimi anni, non pare essere calato il numero dei morti, degli incidenti e delle stragi. E' per questa ragione che Obama ha lanciato più volte l'idea di rendere cogenti norme più restrittive in materia. L'ultima volta lo aveva proposto dopo la strage di 20 bambini alla scuola elementare Sandy Hook in Connecticut. Ma qui si apre un altro problema.

La maggioranza degli americani non è d'accordo con una revisione del secondo emendamento: ciò è il frutto di una radicata convinzione culturale, alimentata dal marketing, più o meno occulto, della lobby delle armi: la National Rifle Association. Quest'ultima finanzia moltissimi esponenti Repubblicani, ma alcuni Democratici non sono estranei ai suoi poteri di persuasione.

Sulla strage del South Carolina, la Nra non ha ancora espresso una posizione ufficiale, ma ha riscosso grande clamore il commento fatto su un forum da un suo dirigente texano, Charles Cotton. Questo ha scaricato tutta la responsabilità di quanto accaduto sul senatore e pastore metodista Clementa Pinckney, che ha votato contro un disegno di legge del 2011, nel quale si voleva disporre il permesso di portare la pistola anche in luoghi pubblici (come chiese, ristoranti e ospedali). Ecco cosa scrive Cotton: "Le altre otto vittime sarebbero state ancora vive se il pastore avesse permesso di portare in chiesa la loro arma".

L'affermazione, successivamente, è stata parzialmente e goffamente corretta da Cotton sul Washington Post, dove ha affermato di essere intervenuto da "privato cittadino", pur ribadendo che non dovrebbero esistere "zone franche". Tuttavia, le esternazioni del manager texano, a nostro avviso, rimarcano il non-detto dell'ideologia americana sulle armi: il diritto "sacrale", statuito dal mercato più che dalla Costituzione, di comprarne una non si può discutere, nemmeno quello del Roof di turno. Poco importa che 11.000 americani siano rimasti uccisi nel 2013, la libertà di comprare (oltreché di possedere) un'arma viene prima.

Davanti a questa situazione, per nulla confortante, Obama è costretto ad ammettere implicitamente la sua sconfitta: "non prevedo - ha dichiarato - che questo Congresso adotterà alcuna iniziativa legislativa. E non prevedo alcuna azione incisiva fino a quando il popolo americano non percepirà un sufficiente senso di urgenza che li porti a dire: Questo non è normale, questo è qualcosa che possiamo cambiare e lo faremo".

La responsabilità non è tutta da imputare solo a Senato e Camera aggiungiamo noi. Se è vero, infatti, che la legislazione più restrittiva sulle armi proposta da Obama è stata bocciata dall'opposizione bipartisan del Congresso, è altrettanto certo che la Casa Bianca avrebbe potuto rendersi protagonista di una campagna più dura e convinta. Ma Obama, per non perdere consensi, ha lasciato correre.

Inutile, dunque, oggi appellarsi alla speranza e alla buona volontà: per vincere battaglie di tale portata bisogna tentare di convincerli, i cittadini, e mettersi contro i finanziamenti da milioni dollari delle lobby. Poi si può perdere, ma almeno la sconfitta sarà onorevole.

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