Elezioni politiche Spagna 2015, Podemos: Iglesias chiude all'alleanza con la sinistra radicale?

Iglesias contro Izquierda Unida: "Non voglio accordi con politici che in 25 anni non sono stati in grado di fare niente". Poi arrivano le scuse

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Pablo Iglesias, il leader di Podemos, continua a lanciare messaggi "grillini" e "renziani" al suo elettorato. In un'intervista, del 24 giugno, rilasciata al quotidiano on line Público, ha espresso pareri molto severi nei confronti di Izquierda Unida, la coalizione politica di sinistra radicale. Le sue parole, più che frutto di una critica, rasentano lo sfogo e il dileggio:

"Sono degli uccelli del malaugurio. Non voglio accordi con politici che in 25 anni non sono stati in grado di fare niente. Non voglio quei leader politici della Sinistra Unita, e ho lavorato per loro, che non sono in grado di leggere la situazione politica del paese [...] Restino al loro posto. Potranno cantare l'Internazionale, mostrare le stelle rosse ... ma io non mi vado ad immischiarmi in queste cose"

Insomma, con questa dichiarazione, sembrava chiusa qualsiasi possibilità di intesa per le elezioni politiche di novembre. Poi, Iglesias, anche conscio del fatto che molti suoi sostenitori non avrebbero gradito questo genere di esternazioni, ha fatto una parziale marcia indietro. A tale riguardo, a La Sexta.com, ha detto: "Mi scuso con tutti coloro che si sono sentiti offesi per il mio linguaggio così duro".

Tuttavia, la sostanza del problema politico, a livello strategico più che contenutistico, non cambia. Alberto Garzón, leader della Izquierda Unida, chiede la costruzione di un fronte popolare con Podemos e con altri: ovvero, un cartello senza sigle e con primarie aperte. Iglesias, invece, pur dicendosi molto vicino a Garzón sui temi economici, non vuole rinunciare al suo simbolo. Anzi, pare che pretenda che la sinistra accetti di confluire nel suo movimento. Delle eccezioni a questo schema, per il partito nato dall'esperienza degli Indignados, sarebbero possibili solo a livello locale.

Per il momento, è difficile dire come si metteranno le cose. Forse Podemos, da sempre molto attento ai sondaggi, valuterà strada facendo. Quello che è certo è che la buona affermazione del movimento anti-casta, alle elezioni comunali e regionali 2015, non è stata così netta come quella descritta dai giornali. Senza voler sottovalutare l'ottimo risultato della formazione di Iglesias e quello poco esaltante della Sinistra Unita, rimane il fatto che ad essere determinanti sono state le liste civiche.

Esempio lampante di quello che è accaduto veramente è il comune di Madrid, dove la lista Ahora Madrid, a cui Podemos ha aderito, ha ottenuto il 31,85 % dei voti, mentre nelle contemporanee elezioni regionali Podemos ha preso il 17,73%.Inoltre, non solo i sindaci del nuovo corso sono stati eletti un po' ovunque con governi di minoranza (in Spagna alle amministrative c'è il proporzionale senza preferenze), ma, sommando i voti delle comunità autonome, il movimento di Iglesias per ora è solo terzo partito, dietro ai popolari e ai conservatori.

Allora la scelta di non trattare un'alleanza, al fine di non disturbare la sensibilità di un certo elettorato di centro o "a-politico" che non vuole un fronte unitario, rischia di essere velleitaria. E su questo la direzione di Podemos dovrebbe fare una riflessione.

Il leader di Podemos continua a lanciare suggestioni in mille direzione, tecnica comunicativa che gli ha permesso finora di incrementare i suoi consensi, ma che nasconde delle fragilità. Iglesias, un po' gramsciano, un po' moltitudinario alla Toni Negri, con cui è in ottimi rapporti, un po' post-moderno, un po' populista, un po' di sinistra, un po' "politica 2.0", non sembra sempre avere le idee chiare. Alimenta molte aspettative, ma alla fine non è detto che il grosso dell'elettorato iberico sia attratto da questo modo di fare. Inoltre, a differenza di Syriza, che ha costruito faticosamente un progetto di unità interna tra vari soggetti, Podemos sembra avere un approccio vicino a quello dei 5 Stelle in Italia, che al governo per ora non ci sono andati.

Infine, un'ultima notazione. Tsipras, in Grecia, non ha siglato l'accordo con i comunisti del KKE. A quest'ultimo non vogliamo togliere la dignità della sua storia, ma continuando a comprendere tendenze staliniste, e perseguendo un'uscita immediata dall'euro e dalla Ue, difficilmente poteva trovare punti di intesa con Syriza. Tutt'altra vicenda è quella dell'Izquierda, che ha rotto con la tradizione monolitica dei partiti comunisti e che ha già dato prova di una certa flessibilità, votando la fiducia al primo governo Zapatero.

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