Euro vuol dire austerità

È il momento di riconoscere i problemi e i limiti della "moneta unica". E di collocarli nella più ampia problematica della crisi del capitalismo

Euro vuol dire austerità. Basterebbero queste quattro parole per descrivere semplicemente, e contro qualsiasi narrazione tossica, la situazione che si è palesata con il proseguire della cosiddetta crisi dell'Euro o crisi del debito e che era già nota a molti. Anche agli stessi creatori della moneta unica. E per essere più completi si dovrebbe semplicemente aggiungere: questo non significa che l'unica causa dell'austerità e della crisi sia l'euro. L'Euro così come è stato pensato è una concausa.

Ma ciò non accade, e allora bisogna provare a rimettere insieme i pezzi e andare con ordine.

Per seguire attentamente tutte le questioni che riguardano il referendum del 5 luglio 2015 in Grecia ho deciso di fare una lunga e personale rassegna stampa fra quotidiani cartacei, siti, blog, qualche profilo Twitter. La situazione, chiaramente, non è semplice.

Quel che emerge è un consolidato pensiero unico nella cosiddetta sinistra (parlamentare), o nei pensatori vicini alla medesima. Bisogna chiamarla così in assenza di alternative, anche se sinistra non è, nei fatti. Ma anche a destra non è che si stia meglio, e le conclusioni sono comunque molto simili (la gallery arriva da qui).

In sostanza, cosa si dice fra i "commentatori" italiani? Che Tsipras è una delusione, che si affida al referendum perché ha fatto promesse irrealizzabili, che l'anticapitalismo non funziona e via dicendo. Tutte queste posizioni fondano le loro radici su una base di narrazione ventennale che propone urbi et orbi l'euro, cioè, in altre parole, una moneta, come equivalente al "bene". Le uniche voci critiche che hanno avuto eco in questi anni sono state amplificate da canali popuisti, gentisti, rossobruni e complottisti. Così, alla fine, se qualcuno prova a dire di essere anti-euro, diventa equiparabile a chi crede alle scie chimiche.

C'è, forse, una sola "verità", in queste osservazioni lapidarie da 140 caratteri.

Se Tsipras sa bene che euro e austerità sono sinonimi, allora ha davvero "mentito" ai suoi elettori, facendo credere loro che si potesse tentare una via anti-austerità rimanendo in questo euro. Ma che ci abbia provato, a far uscire la Grecia sia dalla spirale recessiva sia dalla morsa dell'austerità è un fatto, provando a ottenere qualcosa per poi, magari, avere la possibilità di ottenere di più. Il problema è che sono i vincoli esterni che glie lo stanno impedendo. Però, come potete leggere chiaramente, non è in questo senso, che i commentatori parlano di bugie o promesse impossibili da parte di Tsipras. Gli imputano anzi la colpa di non aver trovato un accordo e di esser peggio di Berlusconi (Francesco Costa, il Post), la colpa di essere come Ponzio Pilato (Vittorio Zucconi, Repubblica) e via citando.

Inoltre, siamo proprio sicuri che se Tsipras non avesse "mentito", avrebbe detto cose che ai nostri "analisti" sarebbero piaciute? Credo che la risposta sia: "No". E cosa sarebbe successo, invece, se avesse detto da subito: "Se vinciamo, fuori dall'Euro"? Questa domanda è per chi lo accusa di non aver forzato la mano. Ebbene, è facile pensare che non avrebbe vinto le elezioni, sarebbe stato accusato di voler distruggere l'Europa, non avrebbe avuto alcuna possibilità. Né in Grecia né fuori.

Ora, umilmente, proporrei agli illustri colleghi commentatori un'altra idea. Quella che Tsipras e Varoufakis abbiano indetto questo referendum con profondo calcolo politico, e con una mossa estremamente ponderata. Un'analisi della strategia politica messa in atto si può leggere, per esempio, su Politico. Tsipras non appare affatto un Ponzio Pilato, in questa lettura. Anzi. Appare un raffinato politico. D'altra parte, se avesse agito d'imperio ci sarebbe stato qualcuno pronto a levar gli scudi dicendo: «Non è legittimato dalla maggioranza del voto popolare». Con il referendum, la partita si sposta su un altro piano, più elevato. E diventa l'Europa a doversi assumere tutte le sue responsabilità, se vuole imbrigliare o allontanare la Grecia, non la Grecia che vuole rompere.

Proviamo anche a leggere Varoufakis. Si noterà che il Ministro dell'Economia ha le idee molto chiare a proposito delle presunte "pretese" della Grecia. E che non ha mancato di sottolineare quanto sia stato assurdo l'averlo escluso dall'Eurogruppo, per esempio. Proprio per sottolineare le enormi responsabilità dei "creditori" nel fallimento della trattativa. Varoufakis specifica quattro ragioni che spingono il governo Tsipras a rifiutare la proposta dei creditori (l'ultima, forse la più palese, è che alla fine del 2015, accettando le clausole dei creditori, il debito greco sarebbe nuovamente insostenibile) e sottolinea anche la questione della percentuale di voti ricevuti alle ultime elezioni, proprio per rivendicare la scelta del referendum. Insomma: Tsipras e Varoufakis sembrano tutto fuorché due ponziopilateschi sprovveduti o opportunisti.

Non convince nemmeno la lettura del Manifesto, il cui editoriale di ieri inizia con «L'Eurogruppo ha dichiarato guerra alla Grecia». Come se questa vicenda fosse iniziata ieri. Come se ci fosse stato davvero un tempo in cui – volendo guardare alla tematica da un'ottica di sinistra che però non si faccia ingannare dall'equivalenza euro = pacificazione sociale – l'euro non fosse stato uno degli strumenti di lotta di classe utilizzati dall'alto, uno strumento per imporre, con il tempo, tagli allo stato sociale et similia. E, per non essere troppo duro, eviterò di esprimere il mio commento sull'iniziativa "Rinun­cio al mio cre­dito greco", che fa almeno questo lo dirò, un po' tenerezza..

Sono i vincoli esterni imposti agli stati diversi che generano questa austerità (ed è importante ribadire questa)

I vincoli esterni si chiamano euro. Euro significa austerità.
I vincoli che l'euro impone sono soffocanti e non possono generare nulla di positivo. Chi sostiene come un mantra buddista che l'euro può generare crescita, ad oggi, deve dimostrarlo.

Non si possono imporre troppi vincoli "maggiori" a un sistema, senza tener conto dell'andamento di tutte le variabili in gioco. Vogliamo un esempio "fisico" e alla portata dell'esperienza empirica?

Prendiamo una pentola a pressione. La riempiamo per metà d’acqua, la sigilliamo completamente (inclusa la valvola di sfiato) e poi la mettiamo sul fuoco. La temperatura aumenta, l’acqua bolle (ben prima che a 100°: abbiamo fissato la pressione), evapora piano piano, evapora tutta, la pentola pressione esplode. Perché c’erano troppi vincoli esterni al sistema.

Ci sono due modi per evitare che esploda: toglierla dal fuoco o usare lo sfiatatoio.

Potete immaginare i vincoli maggiori come quelli imposti per restare nell'euro.
Le variabili ignorate? Sono tutto ciò che riguarda lo stato sociale, le aliquote, la pressione fiscale, le pensioni, la condizione economica degli stati membri.
Lo sfiatatoio sono i tagli progressivi al welfare (come altro si può pensare che uno stato possa mantenere il vincolo del pareggio in bilancio e quel 3% di rapporto fra deficit e PIL?).
Togliere la pentola dal fuoco significa uscire dall’euro.
Sì, certo, ci sarebbe poi una terza via: aprire la pentola a pressione. Cioè, cambiare l'euro. È plausibile? C'è la volontà politica di farlo?

Difficile. Anche perché, come dicevo, era cosa nota che la moneta unica imposta in questo modo avrebbe portato qualche problema. Era nota anche quindici anni fa. Recuperiamo un'intervista a Romano Prodi del Financial Times. È il 2001. Prodi parla a tutto campo. È il volto dell'Unione Europea. Dell'Euro. Per l'Italia è colui che ci ha fatti entrare in Europa. E sa che ci sarà una crisi. Sa che normalmente il processo per la costruzione di uno stato federale dovrebbe prevedere altro, prima di una moneta.

Ed ecco che dichiara:

«Sono sicuro che l’euro ci obbligherà a introdurre un nuovo insieme di strumenti di politica economica. È politicamente impossibile proporlo oggi. Ma un giorno ci sarà una crisi e nuovi strumenti saranno creati».

Questa dichiarazine venne utilizzata da Richard Jeffrey (Cazenove Capital Management, non certo un complottista di natura) per un'analisi della costruzione dell'euro:

«Il punto è che, se vogliamo essere logici, una moneta unica sarebbe l'ultima cosa da introdurre (dopo comuni politiche fiscali, sistema di leggi, regolazione del mercato eccetera) se stai cercando di portare stati diversi in una specie di confederazione politica, visto che sarebbero una moneta unica e una politica monetaria esposte a tutte le tensioni fra le diverse economie. Ma i politici hanno ribaltato queste argomentazioni e visto la moneta unica come un passo forzato, che avrebbe poi reso necessario un approccio federale anche in altre aree, se avesse avuto successo»

Ha avuto successo? Dipende dai punti di vista. Di certo i "nuovi strumenti" di cui parlava Prodi sono arrivati. Quelli dell'austerità.

«L'austerità non è un futile capriccio, né un segno di virtù, della signora Merkel. L'austerità è la conseguenza inevitabile dell'adozione dell'euro»

scrive Alberto Bagnai su Il Fatto Quotidiano.

Certo è, e sia chiaro, che la questione non si esaurisce qui. L'euro non è l'unica causa della crisi. Ma senz'altro l'euro, con i vincoli che si porta appresso, è uno strumento "imposto" che è divenuto la causa di politiche di austerità che si praticano oggi in Europa. Prima lo dicevano in pochi. Oggi sono sempre di più.

Ma, per citar Mauro Vanetti su Giap, il discorso va poi ampliato:

«Non si tratta di cercare scampo all’austerity nel ritorno a monete nazionali svalutate; si tratta di rifiutare l’austerity, lo strangolamento per debiti, la distruzione della società causata dalla crisi economica, portando questo rifiuto fino alle sue estreme conseguenze».

Ecco. Sono riuscito nell'impensabile operazione di citar Vanetti e Bagnai nello stesso pezzo. Cosa che, verosimilmente, non farà piacere a nessuno dei due – qui uno Storify di Vanetti che racconta un loro "incontro" su Twitter, che parte da una sorta di Marx vs. Keynes e diventa altro – ma resto convinto che da un confronto in cui le parti fossero disposte a considerarsi come pari e a unire le forze anziché dividerle potrebbe uscire qualcosa di veramente interessante. Convinzioni personali, per carità, e che fanno parte solo marginalmente del tema.

Per uscire dalle visioni – e dalle diatribe – del nostro paese, si può citare, ad esempio, Joseph Stiglitz, in un pezzo del Time.

«Hanno responsabilità criminali», dice Stiglitz riferendosi alla troika. «I creditori devono ammettere che le politiche che hanno voluto per cinque anni hanno fallito».

E non lo dice solo Stiglitz. Lo dicono i dati.

Non si può negare la crisi dell'Euro. Non si può negare nemmeno la crisi del capitalismo globale. Bisogna mettere insieme le due cose per immaginare un futuro alternativo e provare a costruirlo.

Mi sembra, tuttavia, che il dibattito politico in Italia – non ho strumenti per parlare del resto d'Europa – non sia a questo livello. Lo dimostra la maggior parte dei commenti che si leggono sulla mossa di Tsipras. Lo dimostra anche, se ce ne fosse bisogno, la minuscola analisi sloganistica e priva di alcuna attinenza con la realtà proposta dal nostro presidente del Consiglio su Twitter.

Anni di dissertazioni, di analisi, di dati. Tentativi di ragionamento, di argomentazione dialettica. Distrutti da un Tweet. Forse è quello che ci meritiamo.

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