Referendum Grecia 2015: cosa succede se vince il 'no'

Cosa succede alla Grecia se al referendum prevalgono i voti contrari al piano della Troika?

Il referendum in Grecia del 5 luglio per decidere se accettare o meno il piano della Troika che garantirà nuovi prestiti ad Atene - evitando il default - sta tenendo con il fiato sospeso tutta Europa e provocando il crollo delle borse alla riapertura di oggi. La decisione del governo Tsipras di affidare ai greci il destino del paese e soprattutto la decisione si schierarsi con il fronte del 'no' aprono scenari inediti, che per la prima volta potrebbero portare all'uscita di un paese dalla moneta unica.

Ma cosa succederà se la Grecia deciderà di votare no al referendum? Al di là del fatto che al momento i sondaggi danno in vantaggio il fronte del sì, è difficile prevedere con certezza quale sarà lo scenario. Molto infatti dipende da come reagirebbe il governo a un'eventuale decisione negativa dei greci. A quel punto, Tsipras dovrebbe provare a riaprire i negoziati forte del voto espresso nel paese. Ma se i creditori (Fmi, Ue, Bce) decidessero di proseguire nel muro contro muro, l'alternativa sarebbe tra la sconfessione del referendum (accettando comunque il piano della Troika) oppure il transito guidato del paese verso il default.

Che non necessariamente significherebbe un'uscita dall'euro, ragion per cui anche il ministro delle Finanze Varoufakis ha più volte affermato che "non si tratta di un referendum per decidere dell'uscita dall'euro", che peraltro non sarebbe costituzionalmente valido. Quel che è certo è una vittoria del 'no' e un default pilotato della Grecia significherebbero che Atene non sarebbe più in grado di pagare i suoi debiti. Che ammontano a un totale di 312 miliardi: 140 verso il fondo salvastati europeo, 55 per prestiti bilaterali dai paesi dell'Unione, 27 nei confronti della Bce, 24 dell'Fmi e circa 50 nei confronti di privati.

A pagare il prezzo di un fallimento greco, quindi, sarebbero principalmente i governi europei e i loro contribuenti. Se poi la Grecia uscisse dall'euro, introducendo una valuta parallela o arrivando al ritorno della dracma, la nuova moneta sarebbe svalutata, secondo i calcoli, almeno del 30%. Comportando, probabilmente, una crescita dell'export e del turismo che però poco potrebbe nei confronti di un crollo della borsa, della banche - che non avrebbero più la possibilità di accedere alla Bce e nemmeno ai prestiti internazionali (se non con un tasso di interesse elevatissimo causato dalla sfiducia nella tenuta della dracma) e dovrebbero far fronte a una svalutazione dei loro attivi - e una nuova crisi generalizzata dell'economia.

Nelle previsioni che prendono in considerazione il worst case scenario, si calcola anche la possibilità che l'inflazione schizzi alle stelle - si parla del 20%. Non solo: l'impossibilità di accedere ai prestiti costringerebbe il governo greco a due alternative: o aumentare le tasse (in una situazione già al collasso) o a procedere a fortissimi tagli della spesa pubblica (insomma, l'austerity che si sta cercando di sconfiggere rientrerebbe dalla finestra ancora più cattiva di prima).

Il circolo vizioso che prenderebbe il via in seguito a tutte queste tessere del domino che vengono giù una dopo l'altra e riassumibile in tre punti: nazionalizzazione delle banche (che in sé non è per forza una cosa malvagia), crollo del potere d'acquisto delle famiglie, con conseguente nuova gravissima recessione e aumento drastico della disoccupazione. Tutto questo in uno stato fallito e impossibilitato a finanziarsi sui mercati.

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