Nucleare, Iran: Slitta la firma dell'accordo. La storia può attendere

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Sono passati poco meno di tre mesi dall'intesa preliminare tra Iran e 5+1 (Stati Uniti, Cina, Russia, Francia, Gran Bretagna e Germania). Ad aprile, tutte le testate internazionali non facevano altro che riprendere l'espressione usata in quell'occasione da Barack Obama: "accordo storico". Ma evidentemente, al di là dei trionfalismi, oggi si è costretti ad ammettere che i negoziati di Vienna, che avevano come data-limite il 30 giugno, non sono andati per il verso giusto.

Ieri, un portavoce della delegazione iraniana, all'agenzia Associated Press, ha dichiarato con molta diplomazia: "Poiché c'è ancora molto lavoro da fare, le delegazioni rimarranno oltre (il primo luglio, n.d.r.) per continuare i negoziati e raggiungere un buon accordo complessivo". Queste parole sono l'inequivocabile segnale di una situazione di stallo, causata dalla congiunta politica interna che sono costretti a gestire tanto Hassan Rouhani, presidente del governo di Teheran, tanto il Presidente Obama.

Intanto, Mohammad Javad Zarif, titolare del dicastero degli Esteri iraniano, secondo i media locali, sarebbe rientrando nel suo paese in queste ore per ricevere direttive su come agire riguardo ai nodi ancora non sciolti del negoziato. In primo luogo, al centro della discussione, c'è la fine delle sanzioni internazionali e il grado di controllo che gli esperti Onu dovrebbero avere sugli impianti della Repubblica islamica, inclusi i siti militari.

In Iran, dopo la firma dell'intesa preliminare, il governo è andato in difficoltà. Le continue minacce di far saltare il tavolo da parte dello ayatollah Ali Khamenei, che tenta di tenere unito un paese diviso, la guerra in Yemen tra sciiti e sunniti, gli appoggi militari di Teheran a Washington in Iraq senza una contropartita adeguata, hanno fortemente compromesso la trattativa. Così i segnali di chiusura si sono progressivamente moltiplicati negli ultimi giorni.

Come evidenzia l'agenzia Nenanews, ancora ieri il generale Masoud Jazayeri, si esprimeva in questo modo circa i colloqui nella capitale austriaca: “Qualunque tentativo da parte degli Stati Uniti e dei propri alleati di ottenere informazioni militari dietro la minaccia delle sanzioni non riuscirà nel suo intento”. Inoltre, ricordiamo che nel maggio scorso il Parlamento iraniano ha approvato un disegno di legge che vieta agli ispettori l’ingresso ai siti militari e che vincola la firma dell'accordo all'abrogazione definitiva delle sanzioni.

Per il momento, il disegno di legge è solo una minaccia perché non è stato ancora ratificato. E, in un estenuante braccio di ferro, sembra più che altro una risposta al comportamento tenuto dal Congresso degli Stati Uniti. Quest'ultimo, in mano ai Repubblicani, si è infatti riservato l'ultima parola sul negoziato. A tale iniziativa, poi, si sono aggiunte tutta una serie di dichiarazioni dei rappresentanti conservatori americani, che mirano ad impedire quella che potrebbe essere l'unica vittoria di Obama in Medio Oriente.

Non vogliamo certo dire che la situazione sia disperata, degli ampi margini per accordarsi ci sono ancora. L'Iran, in fondo, sa bene che farebbe un grave errore a lasciarsi scappare un'occasione del genere: la mancata revoca dell'embargo colliderebbe con la sua volontà di competere con altri paesi mediorientali, in primo luogo nel settore petrolifero. Tuttavia l'incertezza rimane e la storia dovrà attendere ancora.

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