La Grecia dice no all'austerità

Oggi in Grecia il referendum era una questione politica. Che andava al di là delle narrazioni e dei sagaci commenti su Twitter. Adesso tocca all'Eurogruppo far capire a tutti se l'Euro e la democrazia sono compatibili o no

Referendum – La Grecia dice no all'austerità. Il lettore abituale mi perdonerà la semplificazione, necessaria nel titolo, per seguire un po' di ragionamenti sparsi che riguardano varie questioni che si propongono ora. Alcune serie, altre facete (più o meno).

Parliamo di politica. Tsipras e Varoufakis sono stati duramente criticati per la scelta del referendum. Da chi ha detto "irresponsabili" a chi ha detto che la scelta era "ponziopilatesca", non sono stati risparmiati. E in Italia, per esempio, Panorama li ha definiti addirittura pagliacci, in una copertina che oggi, forse, andrebbe quantomeno rivista.

Molti altri si sono divertiti su Twitter (luogo di semplificazioni prive di alcuna utilità ad un concreto dibattito politico, economico e anche giornalistico).

La critica è arrivata addirittura – anche dall'Italia. E non citiamo, per pudore, l'imbarazzante Tweet del Presidente del Consiglio, ché se l'avesse scritto Berlusconi si sarebbero levati i post-it – sul fatto che il referendum rimandasse a questioni complesse e che il quesito fosse incomprensibile (o incomprensibili le misure cui si faceva riferimento nel quesito). A chi ha mosso questa critica suggerisco la lettura di questo:

Volete voi che sia abrogato l'art. 23-bis (Servizi pubblici locali di rilevanza economica) del decreto-legge 25 giugno 2008, n. 112 recante «Disposizioni urgenti per lo sviluppo economico, la semplificazione, la competitività, la stabilizzazione della finanza pubblica e la perequazione tributaria», convertito, con modificazioni, dalla legge 6 agosto 2008, n. 133, come modificato dall'art. 30, comma 26, della legge 23 luglio 2009, n. 99, recante «Disposizioni per lo sviluppo e l'internazionalizzazione delle imprese, nonché in materia di energia», e dall'art. 15 del decreto-legge 25 settembre 2009, n. 135, recante «Disposizioni urgenti per l'attuazione di obblighi comunitari e per l'esecuzione di sentenze della corte di giustizia della Comunità europea», convertito, con modificazioni, dalla legge 20 novembre 2009, n. 166, nel testo risultante a seguito della sentenza n. 325 del 2010 della Corte costituzionale?

Per la cronaca è il primo quesito dei referendum abrogativi del 2011 in Italia. Cioè, i referendum sull'acqua e sul nucleare. Il quesito è forse comprensibile?

Ebbene, Tsipras e Varoufakis si sono dimostrati molto più "politici" dei loro colleghi europei. Hanno trattato, perché questo è il mandato che hanno ricevuto alle scorse elezioni. Hanno fatto le loro proposte. Quando la situazione è diventata inaccettabile, si sono rivolti – con una mossa a sorpresa, fortemente politica – agli elettori. E lo hanno fatto perché non avevano una maggioranza assoluta, perché all'interno di Syriza ci sono varie voci, perché in Grecia si vuole uscire dalla morsa dell'austerità ma i greci vogliono, a larga maggioranza, anche stare nell'euro (se questo accada perché vittime di narrazioni tossiche o perché ne siano veramente convinti, poco deve importare, sia a un politico che governa sia a un giornalista, nell'immediato. Se mai, poi, le narrazioni tossiche andranno demolite pian piano, con il tempo).
Non basta: Tsipras e Varoufakis hanno giocato a carte scoperte, chiedendo agli elettori di votare "NO". Promettendo dimissioni in caso di vittoria del "SI" e auspicando un accordo entro 48 ore in caso di vittoria del "NO".

Ora la Grecia ha votato. E ha votato NO. E Tsipras e Varoufakis hanno incassato una grossa vittoria, mostrando anche di poter fare la voce grossa con l'Eurogruppo.

Cosa succederà?

Non è facile dirlo, ma è chiaro che il Grexit, se ci sarà, a questo punto sarà solo responsabilità dell'Eurogruppo.

Chi ama personalizzare i mercati come se fossero esseri viventi dice che "la faranno pagare" alla Grecia. Forse a tutta l'Europa.

Dal vertice Merkel-Hollande emergerà la linea che terrà l'Eurogruppo. Linea dura o linea morbida, vedremo.

Intanto, i segnali sono altalenanti.


Guy Verhofstadt chiede a Tsipras proposte serie (anche se la Grecia le ha già fatte, a onor del vero).


Schulz parla di programma di aiuti umanitari. Non di accordo.

Staremo a vedere, è presto per sapere e anche per fare ipotesi.

Anche perché la mossa di Tsipras, che a molti sembrava un bluff, in realtà va a "vedere" la mano dell'Europa, se vogliamo mantenere la metafora del poker. E non è che a bluffare, in realtà, è proprio l'Eurogruppo? L'Unione Europea può prendersi la responsabilità di cacciare la Grecia e di iniziare una reazione a catena? E poi, non è che la Grecia fuori dall'Euro potrebbe riservar sorprese?


Bagniai, per esempio, che da queste parti abbiamo citato più volte, non ha dubbi: «Quel che fa veramente paura alla Germania è he la Grecia fuori dall'euro ricominci a crescere».

Anche lui è stato critico con il referendum di Tsipras. Ma non si può, oggi, non ammettere che esso sia stato una grande mossa politica.

Veniamo al giornalismo. Quello nostrano. Se non ci fosse da piangere, ci sarebbe da ridere. Su Vanity Fair ci spiegano il referendum greco in quindici punti. Dovendo scegliere il più divertente, be', eccolo. È il punto 7: «Manifestazioni e possibili tumulti sono previsti in serata ad Atene». Tumulti come cumulonembi e temporali, insomma.

Ma tutta la stampa nostrana si è distinta per una narrazione apocalittica (e per nulla integrata) del referendum greco. Dimostrando quantomeno inadeguatezza, se non malizia. Su Minima & Moralia si demolisce proprio questa narrazione tossica: non c'era l'acropoli vuota. Non c'erano code ai bancomat. Non c'era l'apocalisse. E non ci sono scontri, ma una festa in Piazza Syntagma.

Allora cos'è che non piace ai "mercati" (non ci riesco, a personalizzarli, quindi ecco le virgolette), all'Eurogruppo, alla trojka e persino a una parte di stampa? E a tante persone che si sono improvvisate esperte greciste? Perché c'era questo "tifo" contro Tsipras, questo malcelato augurio di vederlo schiantare contro il muro teutonico della Merkel? Forse ci siamo disabituati alla politica e alle vittorie politiche.

In questo mondo dove è più importante comunicare che fare, dove un Presidente del Consiglio twitta metafore calcistiche per parlar di uno dei più importanti eventi della storia dell'Unione Europea, dove l'Euro è raccontato a tutti i costi, anche contro le evidenze, come elemento pacificatore anziché come uno strumento di governo, la politica e la partecipazione diretta dei cittadini vanno scoraggiate, sbeffeggiate e derise.

Oggi, comunque la si pensi sull'Euro, qualunque idea si abbia di politica monetaria, comunque si siano formate le proprie convinzioni sul debito, non si può negare che la Grecia sia stata una nazione coraggiosa e fortemente democratica. E con la sua democrazia ha detto no all'austerità.

Ora bisogna capire se gli altri stati (Germania e Francia in testa) vorranno cominciare a immaginare un'altra Europa, democratica e solidale o se sia iniziato il processo di distruzione della moneta unica. Che non significa guerra, significa solo che probabilmente l'Euro è stato pensato in un modo che lo destinerà a fallire. O a cambiare radicalmente.

L'Euro è compatibile con l'assenza di austerità? E con la democrazia interna degli Stati membri? La mia risposta è: così com'è, evidentemente no.

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