Iran, nucleare: L'accordo è rinviato. Delegazione tedesca: "Non escludiamo un fallimento"

Kerry vorrebbe chiudere entro il 9 luglio, ma non può fare concessioni

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L'articolata intesa in tre fasi, che doveva essere ratificata oggi a Vienna, molto probabilmente non arriverà. I dissensi, dopo il mancato rispetto della scadenza del 30 giugno da parte delle delegazioni di Iran e paesi del 5+1 (Stati Uniti, Cina, Russia, Francia, Gran Bretagna e Germania), non sono stati superati.

L'accordo preliminare di aprile aveva innescato un grande ottimismo da parte della stampa occidentale, che però non aveva tenuto conto dell'evolversi della situazione internazionale e di quella interna della Repubblica islamica e degli Stati Uniti. Le tensioni tra Washington e Teheran, infatti, sono progressivamente cresciute con il deflagrare del conflitto yeminita, che vede in lotta una fazione ribelle sciita contro l'altra sunnita.

Ma, poi, sono aumentate anche le resistenze del Congresso e del Parlamento iraniano sul contenuto del patto. Le divergenze restano sulle modalità di controllo dei siti nucleari e militari e sull'effettiva revoca delle sanzioni. A giocare un ruolo fondamentale negli ultimi mesi, più che Barack Obama e Hassan Rouhani, sono stati i loro oppositori, che per ragioni di convenienza politica mirano a far saltare tutto.

A dare la misura di quanto ci si sia arenati è stata una dichiarazione delle delegazione tedesca di ieri sera: "Non ci siamo ancora, non dovremmo sottovalutare le questioni rimaste irrisolte. Non ci sarà un accordo ad ogni costo, se non c’è un avanzamento nei punti decisivi, un fallimento non è da escludere" (Via Nenanews).

Dunque, una mediazione, se ci sarà, non arriverà in tempi brevi. A confermarlo sono state anche le dichiarazioni di domenica del segretario di Stato americano, John Kerry. Quest'ultimo, senza troppi giri di parole, ha detto che gli Usa sono "pronti ad abbandonare le trattative se non si dovesse raggiungere un buon accordo". Sulla stessa lunghezza d'onda il portavoce statunitense, John Kirby: "un'intesa potrebbe essere trovata velocemente o fra pochi giorni, ma potrebbe anche non esserci".

Kerry molto probabilmente non rivedrà nessuna delle sue posizioni di partenza. Il suo obiettivo è quello di non fare ulteriori concessioni e di provare a chiudere entro giovedì, anche se la questione, posta in questa termini, difficilmente troverà una soluzione. Il segretario di Stato, d'altro canto, è messo alle strette dal Congresso, in mano ai repubblicani. Il Parlamento americano ha votato una legge in base alla quale potrà dire l'ultima parola su un eventuale accordo entro 60 giorni: la norma diventa cogente se l'intesa è raggiunta dopo il 9 luglio.

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