Hacking Team: che rapporti aveva con le istituzioni italiane?

Hacking Team

Hacking Team avrebbe avuto stretti rapporti con le istituzioni italiane e con la Presidenza del Consiglio che vanno un po' oltre la normale dialettica fornitore-cliente, secondo quanto emerge da una lunga navigazione fra le mail che sono state raccolte e pubbliche e rese "navigabili" con un motore di ricerca da Wikileaks (dopo che, in un paio di giorni, avevano fatto un lungo giro in rete: diffuse da hacker, distribuite via torrent, poi lungamente dibattute su Twitter e quindi su svariate testate giornalistiche). Ce n'è una del 27 novembre 2014 in cui si legge:

«Ormai abbiamo coinvolto e sensibilizzato talmente tante parti, assolutamente eterogenee tra loro, che non sappiamo con esattezza da dove sono arrivate le pressioni maggiori al MiSE. Ma su una posso giurarci: la Presidenza del Consiglio».

La mail è firmata da David Vincenzetti (CEO di Hacking Team). Leggendo tutta la conversazione e scavando nell'enorme "leak" di mail, si può rispondere a una domanda fondamentale. Ovvero: di cosa si sta parlando? Proviamo a ricostruire. Il MiSe, Ministero per lo Sviluppo Economico, aveva bloccato le vendite all'estero di Hacking Team, il 30 ottobre 2014. Tutto bloccato.

Tant'è che il CEO, in una delle mail, si lamenta: «E’ ridicolo, ci hanno bloccato le frontiere per qualunque merce, anche dei normalissimi PC».

Il motivo? Molto semplice: ad un certo punto il Ministero dello Sviluppo Economico si accorge che potenzialmente alcuni prodotti di Hacking Team potrebbero rientrare nell'ambito delle esportazioni per le quali vale il REGOLAMENTO (CE) N. 428/2009 del Consiglio del 5 maggio 2009, che istituisce un regime comunitario di controllo delle esportazioni, del trasferimento, dell’intermediazione e del transito di prodotti a duplice uso. Se ne preoccupa e blocca tutto, con una clausola catch all. Una clausola in base alla quale l'autorità può sottoporre tutti i beni esportati a controllo preventivo.

Quale sarebbe il "duplice uso"? Probabilmente quello disciplinato dall'articolo 4 del regolamento (esplicitamente citato negli oggetti di uno dei thread di mail pubblicati da WikiLeaks) dove si parla di possibili usi militari dei prodotti.

Nell'azienda, sempre a spulciare le conversazioni diffuse, si scatena il panico e anche la rabbia. E poi partono le azioni tramite avvocati per impugnare il provvedimento, che si ritiene illegittimo, e per esercitare pressioni sul MiSE. Si leggono cose tipo: «Non possiamo fare nulla fino a lunedì, tranne telefonare a un Generale che farò domani e dopodomani», e ancora «Lunedì confido in un intervento di due persone hi-rank del Governo, se ciò fosse inconcludente avviserò TUTTI i nostri clienti italiani del potenziale blackout tecnologico imminente. Inoltre, abbiamo schedulato [...] due incontri con persone vicine al MiSE che forse ci possono aiutare».

Il 4 novembre si tiene una riunione nel corso del quale Hacking Team gioca tutte le sue carte a disposizione. A fine novembre 2014 il "problema" si risolve, almeno temporaneamente, con grande sollievo interno: «Seriamente questa battaglia è stata portata a casa con un mix di diplomazia e spinta legale», si legge in una delle mail. Anche se ci si prepara ad affrontare ulteriori questioni legali, perché il vincolo delle esportazioni è stato tolto, ma «resta in piedi, seppur sospeso un provvedimenro illegittimo e ancora potenzialmente lesivo e dunque la guerra nella trincea della burocrazia [...] e purtroppo ancora lunga».

Ora. Se è vero, come emerge da letture e articoli di molti colleghi, che Hacking Team vendeva i suoi prodotti anche a stati non democratici, se è vero che «il direttore del Dis, Giampiero Massolo, è stato chiamato con urgenza a riferire al Copasir sulle conseguenze del furto per l'intelligence. Ha ricostruito la storia controversa della società che, secondo alcune accuse, ha venduto il suo 'malware' anche a Stati non democratici, dall'Etiopia al Sudan, che potrebbero aver impiegato la tecnologia per colpire i dissidenti» (Repubblica.it), se è vero che come scrive The Intercept, fra le preoccupazioni del MiSE c'era addirittura il fatto che i prodotti dell'azienda potessero essere utilizzati per «usi possibilmente connessi con repressioni interne e violazioni dei diritti umani», alcune domande sorgono spontanee. Chi erano i contatti di Hackign Team nelle istituzioni? Quanto era radicato il loro rapporto con la Difesa, l'Esercito, la Presidenza del Consiglio? Perché avevano la possibilità di esercitare pressioni sul MiSE? Di che natura sono state queste pressioni? Perché si era arrivati al blocco delle esportazioni? E perché poi è stato rimosso, il blocco?

E soprattutto, ci sono responsabilità nella rimozione del blocco delle esportazioni?

Anche se la notizia sembra essere di scarso interesse, sia per il pubblico medio sia per i giornalisti, sono domande a cui, prima o poi, si dovrà dare una risposta.

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