Iran, nucleare: La sconfitta di Netanyahu

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Inutile girarci intorno, Benjamin Netanyahu ha perso. Tutti gli sforzi del premier israeliano, messi in campo negli ultimi anni, e con un una determinazione incredibile negli ultimi mesi, non sono serviti: l'accordo sul nucleare tra Iran e 5+1 (Stati Uniti, Cina, Russia, Francia, Gran Bretagna e Germania) è stato ratificato.

Eppure Bibi ci aveva sperato che potesse saltare tutto. La firma mancata del 30 giugno, le pressioni delle opposizioni su Barack Obama e il suo omologo iraniano, Hassan Rohani, le divergenze riguardo alle ispezioni nei siti militari, rischiavano di mandare all'aria l'accordo preliminare di aprile. Ma la Casa Bianca e il segretario di Stato John Kerry hanno saputo tenere i nervi saldi e portare a casa la più grande vittoria internazionale degli ultimi otto anni. E lo hanno fatto collaborando con il "nemico giurato", Vladimir Putin. Non a caso, subito dopo la ratifica, Washington ha ringraziato il Cremlino: "Ringraziamo la Russia per il ruolo significativo giocato per il raggiungimento di una pietra miliare come l’accordo con l’Iran [...] La Russia è stata d’aiuto. Dobbiamo essere onesti non ne eravamo sicuri visto le differenze sull’Ucraina".

Netanyahu subito dopo l'intesa di Vienna ha parlato di "un errore di proporzioni storiche. Teheran ha ricevuto il via libera per le armi nucleari". E a Tel Aviv, tranne rarissime voci di dissenso, sono tutti concordi con il premier. Ma la verità è un'altra, le parole dell'inossidabile leader del Likud sanno di sconfitta senza appello, di chi pensa solo a tenere stabile il consenso interno. Il patto, tutta la Knesset lo sa, non è affatto un salto nel vuoto, non è una pericolosa concessione. Basta guardare i 5 punti fondamentali su cui è articolato. In particolare, ricordiamo che i controlli degli ispettori dell'Aiea sono sì legati alla decisione preventiva di un tribunale arbitrale (e non poteva essere altrimenti, in caso contrario ci sarebbe stata violazione di sovranità), ma allo stesso tempo potranno essere svolti su tutti i siti, anche quelli militari.

Il capo del governo israeliano le ha provate tutte negli ultimi mesi. Si è recato a marzo al Congresso Usa, dove ha clamorosamente criticato Obama, ha fatto pressione sui Repubblicani, ha provato a "giocare di sponda" con l'Arabia Saudita (che pure si è opposta nettamente a qualsiasi apertura a Teheran), ma alla fine ha dovuto capitolare. Ora, visto i termini così cogenti, è molto difficile che i rappresentanti e i senatori americani possano fargli un regalo, ovvero rifiutarsi di approvare il patto.

Il fallimento della trattativa, come evidenziato dallo stesso Obama a Vienna, avrebbe inevitabilmente spinto l'Iran ad assemblare armi atomiche. Per adesso, invece, il rischio è scongiurato e Teheran potrà acquisire un ruolo diverso con la fine delle sanzioni in Medio Oriente. Ruolo che mette in difficoltà tanto Tel Aviv tanto Rihad. L'Iran, a partire dal 2016, infatti, potrà tornare a vendere petrolio sui mercati internazionali. Inoltre, supponiamo che continuerà a dare il suo sostegno in Iraq alla coalizione anti-Isis e che non mancheranno aiuti ad Hezbollah, la milizia sciita libanese considerata una minaccia enorme sia da Netanyahu sia dal re saudita Salman.

Cosa potrà fare allora Israele ora? Come scrive Michele Giorgio su Il Manifesto, dato per scontato che il Congresso approverà, rimangono due opzioni sul tavolo. A tale riguardo, l'esperto di Medio Oriente riporta il parere Gerald Steinberg, analista del centro BeSad i studi strategici (vicino alla destra). Quest'ultimo sostiene che Bibi si impegnerà tenacemente a dimostrare che l'Iran non rispetta i vincoli del patto. In questa operazione saranno di certo mobilitati i servizi segreti (il Mossad), che supponiamo non si limiteranno all'attività investigativa.

Inoltre, rimane un'altra opzione in campo, su cui Tel Aviv lavora da anni: quella militare. Dopo l'intesa è più complessa attuarla, ma Netanyahu certamente non la scarterà definitivamente.

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