Dissoluzione concordata dell'Euro

L'idea della dissoluzione concordata dell'Euro uscirà dalle aree più emarginate. Chi ne parlerà, a sinistra? E chi ne sta già parlando?

Dissoluzione concordata dell'euro: dovessimo fare una scommessa, da queste parti, saremmo pronti a scommettere che presto se ne parlerà, a molti livelli.

L'idea si insinuerà pian piano, uscirà giocoforza dalle aree più emarginate e da quelle più populiste o gridate e la possibilità di poter coordinare un'uscita dall'Euro, magari addirittura una dissoluzione della moneta unica pilotata e concordata, si farà strada. Prima o poi accadrà anche nel pensiero cosiddetto "mainstream". E già ci sembra di immaginare le capriole per riposizionare linee editoriali.

Ci vorrà tempo, probabilmente. Anche perché la Germania (insieme ai suoi alleati più stretti) sta adottando la strategia dello shock (citofonare Grecia) per fare in modo che questi concetti rimangano quanto più possibile relegati nel sottobosco delle idee, nascosti fra le cose indicibili, in modo che anche il prossimo "nuovo movimento" non possa farne bandiera. Aiutata, in questo, anche dalle sinistre europee che promettono di restare nell'euro e di fare politiche anti-austerità contemporaneamente. Cosa che appare ormai, con tutta evidenza, impossibile.

L'Euro si è rivelato sia strumento di governo sia strumento di imposizioni di politiche, senza alcun interesse – anzi, spesso con disprezzo – per le volontà popolari emerse dalle urne.

italia-puo-farcela.jpg Chi propone, da tempo, in Italia, la necessità di uscire dall'euro è Alberto Bagnai (nel suo L'Italia può farcela ho incontrato per la prima volta il termine dissoluzione concordata, in questo capoverso). Il nome di Bagnai genera, normalmente, una serie di reazioni incontrollate tipo tifo-da-web-sociale (tifo pro o contro). Roba di cui non voglio occuparmi. Crea anche una serie di problematiche "a sinistra", in particolare perché l'economista non si è fatto problemi a parlare anche a realtà di destra estrema. Toccherebbe farsene una ragione, e approcciarsi alla lettura del suo lavoro senza preconcetti.

Dissoluzione concordata

Bagnai immagina due scenari. Il più plausibile è quello di un blocco del Nord (Austria, Belgio, Finlandia, Francia, Germania, Lussemburgo, Olanda) e di un blocco del Sud (Grecia, Irlanda, Portogallo e Spagna). Si noti che Sud e Nord non hanno un significato strettamente geografico. Semplificando, il blocco del Nord rivaluta, quello del Sud svaluta. Per le ipotesi di Bagnai, l'Italia potrebbe svalutare del 10% rispetto al dollaro (meno del resto della periferia d'Europa), tirarsi «fuori dalle secche della deflazione», con effetti positivi anche sulla disoccupazione.

«Il riallineamento del cambio, in caso di dissoluzione concordata (quindi di riallineamento differenziato per segno ed entità rispetto ai vari partner commerciali, e senza catastrofici – e non molto plausibili – scenari di «guerra economica», che in fondo non farebbe comodo a nessuno), creerebbe spazio per una manovra di bilancio espaniva che potrebbe rilanciare l'occupazione senza mettere in crisi né le finanze pubbliche né i conti esteri»

si legge nel libro.

Dissoluzione concordata dell'euro

A sinistra, gli si è avvicinato per esempio Stefano Fassina. Che prima ha scritto a Bagnai stesso:

«Non ho ancora chiaro come affrontare tali ostacoli. Sono convinto che però non vi siano alternative politiche alla strada della dissoluzione concordata. Sono convinto che sul versante sociale, politico e elettorale dobbiamo puntare a costruire una coalizione per la domanda interna che tenga insieme lavoratori dipendenti, partite Iva individuali e piccoli imprenditori (artigiani, commercianti, agricoli), una rivoluzione rispetto al tradizionale asse fordista della sinistra con la grande impresa. Una soluzione alternativa alla prospettiva renziana centrata sulla grande impresa e sulla svalutazione del lavoro».

Poi, proprio oggi, 17 luglio, ha pubblicato sul Manifesto una riflessione molto simile a quella proposta qui, a proposito del fatto che l'Euro sia del tutto impermeabile a politiche di sinistra.

Fare l’euro è stato un errore di pro­spet­tiva poli­tica. Siamo stati inge­nui o, peg­gio, incon­sa­pe­voli degli effetti di mar­gi­na­liz­za­zione della poli­tica impli­cati nei Trat­tati. Oggi la strada della con­ti­nuità è opzione espli­cita dei Par­titi della Nazione o delle grandi coa­li­zioni a guida con­ser­va­trice. È anche per­corsa invo­lon­ta­ria­mente e con­trad­dit­to­ria­mente da chi in Ita­lia si mobi­lita con­tro il Jobs Act ma giu­sti­fica, in nome del «no Gre­xit», l’attuazione dell’Agenda Monti in ver­sione esi­ziale a Atene. La strada della discon­ti­nuità può essere l’unica per ten­tare di costruire una forza poli­tica in grado di ria­ni­mare la Costi­tu­zione della «Repub­blica demo­cra­tica, fon­data sul lavoro». La scon­fitta subita dal Governo Tsi­pras, e da noi a suo soste­gno, dovrebbe can­cel­lare l’illusione dell’inversione di rotta lungo la strada della con­ti­nuità. Il tenace attac­ca­mento all’illusione dovrebbe almeno scon­si­gliare avven­ture poli­ti­che oltre il Pd.

Sappiamo che Fassina – che prima era eurista convinto ma anti-austerità. Le due cose, come detto, si sono rivelate incompatibili – si è avvicinato a Civati. Sarà "Possibile", la nuova forza politica che avrà il coraggio di mettere sul banco il tema in Italia? È un'ipotesi troppo azzardata?

Chiunque deciderà di farlo, nei primi tempi si troverà sottoposto al fuoco di fila della stampa tradizionale, magari alla ridicolizzazione, forse ad interessi sulla persona, "da gossip" (ne ha patito persino Varoufakis, che dall'Euro non voleva affatto uscire ma proponeva comunque idee sgradite alle élite italico-europee), con marginalizzazione delle idee effettivamente proposte. È un rischio da correre, qualcuno dovrà farlo.

D'altro canto, si è visto come è andata a finire con Tsipras – usciamo, per carità, dalla narrazione eroe-traditore-eroe-traditore – e Iglesias, con Podemos, rischia di commettere i medesimi errori. Con questo Euro gruppo non si porta a casa alcuna politica diversa da quella imposta dalla (ex) Troika.

Una nota a margine personale e "politica", più che altro di merito: come ho scritto altrove, da uomo di sinistra, prima ancora che da giornalista, mi auguro che il "pallino" del "No Euro" non venga lasciato a realtà preoccupanti, di ispirazione neonazista. Non sono nemmeno certo che il fronte antieurista possa unire fazioni diverse fra loro. I movimenti "anti" (salvo poche eccezioni, si veda il No Tav) producono troppo spesso dinamiche sociali e politiche poco interessanti, perché oltre allo specifico "No" non hanno altri elementi ad aggregarli (si veda, in merito, il disastro che ha fatto un ventennio di opposizione a Berlusconi senza se e senza ma e senza pensiero critico. Una roba che ha piallato la capacità di approfondimento di tutti, e ridotto la politica al tifo da ultrà. Una roba per la quale le "responsabilità" si devono individuare indistintamente fra detrattori e sostenitori). Quindi, il "no" all'Euro va spiegato bene, incasellato in un preciso progetto politico ed economico alternativo. D'altro canto, non credo ai "No Euro" leghisti né a quelli populisti di destra, perché si collocano su un substrato di idee che propugnano l'esatto contrario: sono state proprio le destre europee a iniettare l'idea dell'Euro come bene comune, con la complicità delle sinistre ci sono cascate non hanno saputo tirarsi indietro e utilizzare spirito critico. L'uso del "No Euro" da parte di queste compagini politiche è strumentale al loro bisogno di individuare nell'altro il nemico e di far crescere il malpancismo per dare sfogo alle proprie idee nazionaliste, spesso xenofobe, oltranziste. Infine, non sono affatto convinto che la dissoluzione concordata sia la panacea di tutti i mali, sia chiaro. Semplicemente, si sta rivelando – e probabilmente si rivelerà molto più evidentemente col tempo – una condizione necessaria.

Detto ciò, lo ribadiamo: qualcuno, in politica, oltre agli economisti e a pochi giornalisti, a sinistra dovrà cominciare a parlare di dissoluzione concordata in maniera seria.

Fra l'altro, bisognerà farlo prima che lo scenario muti ancora, peggiorando progressivamente. Fassina in qualche modo ha aperto la strada. A chi tocca?

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