Jeremy Corbyn: chi è il favorito alle primarie del Partito Laburista

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Secondo un sondaggio del Times, commissionato a YouGov, Jeremy Corbyn (66 anni) è il favorito per le primarie del partito laburista, che si concluderanno il prossimo 12 settembre. La rilevazione virtuale dice che il 43% degli aventi diritto sarebbe pronto a votarlo.

Candidato di sinistra del partito, contrario alle politiche di austerità, Corbyn è in Parlamento dal 1983. Si è trovato spesso in minoranza nel Labour e si è opposto alle "derive" del blairismo. E' sostenitore dell'intervento pubblico nell'economia, all'aumento delle tasse per i ceti più elevati, ed ha abbracciato cause pacifiste e ambientaliste. Si è battuto per la riunificazione dell'Irlanda e per il disarmo nucleare. Nel 1984, è stato anche arrestato nel corso di un sit-in di protesta anti-apartheid davanti dall’ambasciata sudafricana.

Dopo la debacle di Ed Miliband alle elezioni generali, che hanno portato alla vittoria di David Cameron e alla formazione di un governo monocolore conservatore, Corbyn ha deciso di scendere in campo affinché la "sinistra interna venisse rappresentata” al Congresso. Questa sua sua intenzione è stata accolta favorevolmente da esponenti laburisti più a destra di lui, che hanno deciso di firmare per la sua candidatura al fine de garantire il pluralismo. Tuttavia, visto i risultati sorprendenti nei sondaggi, non è detto che in caso di vittoria alle primarie non decidano poi di sfiduciarlo.

L'ala centrista del partito trema davanti ad una possibile affermazione di "Jeremy il rosso" e una conseguente riorganizzazione del Labour in stile Syriza o Podemos. Per questo motivo, Tony Blair è già intervenuto a gamba tesa nella campagna per le primarie. A tale riguardo, l'ex premier ha dichiarato: "Se il Labour vota con il cuore, è meglio che faccia un trapianto [...] Scegliere Corbyn significherebbe fare un favore ai Tories".

Insomma per Blair, che appoggiò la guerra in Iraq e promosse riforme del mercato del lavoro che poco avevano a che vedere con la sensibilità di una formazione socialdemocratica, non si può tornare indietro. Votare un candidato così a sinistra, mettendo da parte il "New Labour", vorrebbe dire consegnarsi ad una nuova sconfitta.

Eppure, a nostro avviso, è difficile formulare giudizi così netti. L'esperienza della "Terza Via" alla Blair fu sperimentabile con successo quando l'economia reale non era in crisi. Inoltre, quella che venne vissuta come una rivoluzione epocale a cavallo tra gli anni '90 e gli anni 2000, oggi viene maledetta da molti britannici, che la vedono come una premessa della situazione odierna. Infatti, le politiche ultra-libersite di Cameron, che stanno deregolamentando all'eccesso il mercato del lavoro e che mettono in atto continui tagli allo stato sociale, non vengono percepite come una discontinuità rispetto a quelle elaborate dal partito laburista in precedenza. Detto questo, non vogliamo nemmeno avallare l'ipotesi di un Corbyn futuro inquilino a Downing Street.

Il problema di fondo è che l'elettorato laburista è troppo frammentato e il partito ha smarrito da tempo una sua identità. Se strizzare l'occhio al neo-liberismo come in passato non paga più, nemmeno opzioni più di sinistra o di mediazione, come quella di Miliband, sembrano riuscire a catalizzare i consensi necessari. Da un lato il più vecchio partito socialdemocratico d'Europa viene visto come una copia sbiadita dei Tories e dall'altro, quando ritorna su posizioni più progressiste, non riesce più convincere i ceti meno abbienti, che si lasciano tentare dalla destra anti-immigrazione dell'Ukip.

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