Capi e campi

I “boss” dei campi rom a Roma e i rapporti con le istituzioni locali, in un reportage di Elena Risi per Blogo Reporter

“Quando venti anni fa ci hanno trasferito da Cinecittà a qui, già allora su questo terreno non avrebbero potuto viverci neanche gli animali”, protesta Eros. È un sinto italiano che vive in un piccolo insediamento tollerato accanto al campo rom de La Barbuta, proprio a ridosso dell'aeroporto di Ciampino.

Indica il terreno che si estende dietro alle roulotte e ricorda che vent'anni fa, nel 1995, il Comune di Roma ha spostato qui lui e altre famiglie, promettendo che sarebbe stata una soluzione provvisoria.

Al massimo due anni, gli assicurarono.

Invece in quel terreno ci vivono ancora e quando nel 2010 Alemanno ha annunciato il progetto di edificazione del primo “villaggio attrezzato” del suo “Piano Nomadi”, solo per i costi di bonifica la giunta ha speso 530 mila euro. Ma secondo Eros e gli altri abitanti del campo, i rifiuti e l'amianto sono stati solo spianati e sotterrati. In effetti quell'anno la costruzione de La Barbuta ha provocato un acceso dibattito e il Comune di Ciampino aveva persino diffidato il Comune di Roma in merito all'edificazione. Ma bisognava fare presto, incalzati dallo “Stato di Emergenza in relazione agli insediamenti di comunità nomadi nel territorio delle regioni Campania, Lazio e Lombardia”, proclamato dal governo Berlusconi il 21 Maggio 2008. Come da statuto, vengono conferiti poteri straordinari alle autorità competenti. Viene anche limitata la libertà di stampa alimentando un'informazione antizigana ad hoc, ma soprattutto viene erogata una pioggia di finanziamenti pari a 100 milioni di euro mai rendicontati.

Dopo aver stabilito la prima scadenza al 31 Maggio 2009, questo stato di emergenza subisce ben due proroghe: la prima al 31 Dicembre 2010 include anche un'estensione alle regioni del Piemonte e del Veneto, la seconda viene fissata al 31 Dicembre 2011.

A Novembre dello stesso anno il Consiglio di Stato dichiara illegittima la proclamazione dello Stato di Emergenza, perché non riscontra alcun nesso tra la presenza di insediamenti rom sul territorio e una minaccia straordinaria per la pubblica sicurezza nazionale. Ma allo scadere dell'ennesima proroga sono stati spesi solo 50 milioni di euro sul totale dei fondi stanziati. Nello stesso periodo i lavori a Roma per la costruzione de La Barbuta sono già cominciati e la giunta Alemanno, facilitata dal ricorso del governo Monti contro la sentenza del Consiglio di Stato, non mostra alcuna intenzione di tornare sui suoi passi. Non c'è diffida o ricorso che tenga, gli appalti vengono assegnati senza gara e il “villaggio attrezzato” de La Barbuta inizia ad accogliere le prime famiglie a Giugno 2012. Bisogna aspettare Maggio 2013, ­meno di due anni fa, per la dichiarazione della fine dello stato emergenziale, confermata da una sentenza definitiva della Corte di Cassazione.

Così, quello che vediamo oggi su questo terreno di 309 mila mq è solo la ferita più evidente del disastro ambientale che segna i campi in profondità: lastre di amianto, frigoriferi, calcinacci, sacchi di sabbia edile ancora imballata, infissi, copertoni. I rifiuti accompagnano lo sguardo costantemente, dalla strada dissestata che si imbocca all'entrata fino alla pianura che si estende dietro gli insediamenti. Sono ettari di terreno contaminato. Qui ­ come negli altri “villaggi attrezzati” di Roma ­ il problema dei roghi tossici e dei rifiuti ha condannato gli abitanti dei campi a malattie gravi e continui problemi di salute.

Ma la realtà che arriva più difficilmente alla maggior parte dei cittadini romani è che le principali responsabili di questa nuova Terra dei fuochi sono le ditte italiane che smaltiscono rifiuti ingombranti, sottopagando la manodopera di rom e sinti oppure sversando illegalmente direttamente nei campi. Lasciano una mazzetta ai capi compiacenti che controllano questi traffici e il gioco è fatto. E i primi a subire gli effetti dannosi dell'inquinamento sono proprio rom e sinti: Eros è malato di tumore da tre anni, altri hanno problemi al cuore o malattie respiratorie.

Di tutte le attività illegali gestite all'interno dei campi da pochi “boss”, i primi a farne le spese sono i rom stessi. Come il racket sulle baracche, che a La Barbuta è come un segreto di pulcinella. Tutti lo sanno e nessuno vuole dirlo ad alta voce, ma anche associazioni e cooperative confermano l'esistenza di questo problema che grava sulle famiglie oneste: un “pizzo” mensile per continuare a vivere nel container assegnato. In passato anche per entrare nel campo si sono verificati episodi di corruzione di questo tipo. Se una famiglia rom voleva entrare in un container pagava mille o duemila euro e otteneva il permesso. In teoria doveva esserci una lista di attesa, gestita dall'ex ufficio nomadi (oggi Ufficio Rom, Sinti e Camminanti) “ma non ci dimentichiamo” ­ precisa Carlo Stasolla, presidente dell'Associazione 21 Luglio ­ “che la responsabile di quell'ufficio è stata tra i primi trentasette arrestati nell'inchiesta giudiziaria di Mafia Capitale”.

Il sistema campi è un mostro che si è ingrandito nel tempo ed è il concetto stesso di campo ad essere illegale. “È uno spazio lontano dalla città dove non si potrebbe edificare e si costruisce in deroga, si mettono dei container che non rispondono ai requisiti abitativi” ­continua il presidente Stasolla ­ “è un ghetto recintato e costruito su base etnica. Insomma

Il campo nasce nell'illegalità istituzionale

Carlo Stasolla, Associazione 21 Luglio

”.

Tra i meccanismi perversi che si sono sedimentati in questo ventennio di politica dei campi c'è anche il sistema dei cosiddetti “portavoce” rom. Incaricati di rappresentare le esigenze della comunità davanti all'amministrazione e le istituzioni, spesso sono gli stessi che gestiscono quei traffici illeciti che dalle istituzioni stesse vengono deprecati davanti all'opinione pubblica. A cominciare dalla prima giunta di Francesco Rutelli, veri e propri soggetti criminali sono stati designati dall'amministrazione come portavoce perché avevano potere nella comunità. Negli anni sono stati legittimati creando un circolo vizioso che ha visto crescere la loro autorità fuori e dentro i campi, raggiungendo l'apice durante la giunta Alemanno.

Un capo si riconosce: parla fluente italiano e in alcuni casi si distingue dagli altri anche visivamente, nel modo in cui veste e si pettina. È difficile accedere ai campi senza il consenso di un capo. È lui che interagisce con l'esterno per primo ed è a lui che gli altri abitanti invitano a rivolgersi in caso di visite. Ma in un contesto di degrado, il potere viene riconosciuto attraverso la forza e il ricatto. Nei campi rom, così come in qualunque altra parte del mondo in cui persistono le stesse condizioni, l'unica legge che conta è quella del più forte. In nessun caso i portavoce sono stati designati democraticamente secondo un sistema di elezione controllato e regolarmente verbalizzato. Generalmente non si tengono assemblee interne e, quando si svolgono, le modalità di partecipazione non sono mai del tutto trasparenti.

“Si è sempre partiti da un presupposto metodologico sbagliato, quello che la cultura rom sia rimasta da sempre ad uno stato tribale. Bisogna lavorare con i singoli, o al massimo con i nuclei familiari”. A parlare è un operatore della Eriches 29 che preferisce restare anonimo. È un lavoratore precario, lontano dalle logiche di potere che hanno coinvolto i vertici del consorzio per cui lavora nell'inchiesta di Mafia Capitale, ma molto vicino ai problemi e alle esigenze reali degli abitanti dei campi. Fornisce come esempio un piccolo dettaglio per chiarire fino a che punto il sistema dei portavoce si sia radicato nel tempo: a Castel Romano, un grande campo costruito da Veltroni nel 2006 che sorge sulla SS Pontina tra Roma e Pomezia, le diverse aree sono contrassegnate da una lettera che corrisponde all'iniziale del cognome della famiglia di cui fa parte il “portavoce”.

Ma a cosa sono serviti questi personaggi?

Grazie ad accordi e promesse, le amministrazioni hanno gestito indisturbati gli sgomberi di rom e sinti dalle aree più centrali della città alle zone di periferia più estreme, soprattutto in periodi di campagna elettorale.

Come è accaduto nel 2010, con il trasferimento di 250 serbi dall'ex campo de La Martora ­ tra Collatina e Togliatti ­ a quello di Castel Romano. Poi ancora, dal campo di Tor de' Cenci a La Barbuta tra il 2010 e il 2011. Alle famiglie coinvolte è stato promesso di tutto, ma gli unici ad ottenere vantaggi sono stati i capi e le loro famiglie.

Sulle pagine del report “Lavoro Sporco” dell'Associazione 21 Luglio (2012), ad esempio, si legge che le cooperative rom di Castel Romano gestite dai portavoce sono state finanziate per i progetti di pulizia dentro il campo di Castel Romano per 30­40 mila euro al mese, proprio come ricompensa per la facilitazione dei precedenti trasferimenti. Abbagliati dalle promesse dei facili guadagni per le proprie cooperative, i portavoce hanno condannato il resto della loro comunità all'esclusione sociale e sono stati complici del completo fallimento del progetto. Alcune di queste cooperative auto­gestite sono state, oltre che fonte di guadagno, strumento per l'assunzione e il coinvolgimento nei progetti del Comune sempre per le stesse persone, spesso appartenenti agli amici o al nucleo familiare di un capo.

Avere un leader rom compiacente è stata un'intuizione perfetta anche per dare una visione mistificata della realtà dei campi di fronte all'opinione pubblica. Abituati a dare sempre un'immagine paradisiaca dei “villaggi attrezzati” recitano perfettamente la loro parte anche oggi, quando molte verità sono venute allo scoperto. “In questo campo si sta bene, abbiamo tutto quello che ci serve”, assicura uno dei capi de La Barbuta.
Ma è evidente che nei campi rom non è possibile vivere bene davvero, e se ne è accorta persino la Commissione Europea che a Novembre del 2014 ha finalmente puntato il dito contro l'Italia per la condizione abitativa della minoranza romanì. Ma neanche l'Unione Europea può considerarsi assolta dalle sue responsabilità. Come sottolinea l'operatore della Eriches 29, “tutti i progetti interni ai campi gestiti dalle varie associazioni anche grazie ai fondi europei, sono sempre stati riportati e recensiti all'Unione Europea, ma” ­ conclude ­ “non si è mai presa carico delle varie criticità emerse nel tempo.”

A livello nazionale, nel 2012, il governo Monti ha ratificato la “Strategia nazionale d'inclusione dei rom, dei sinti e dei camminanti 2012/2020” dell'UNAR (Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali), sebbene il primo monitoraggio riferito agli anni 2012 e 2013 non abbia rilevato grandi passi avanti nelle politiche di attuazione.

Il report “La Tela di Penelope”, documento coordinato dalla “Decade of Roma inclusion 2005-­2015” e dalla “Open Society Foundations”, è un rilevamento preparato da una coalizione della società civile (Associazione 21 Luglio, Fondazione Giovanni Michelucci e Associazione Amalipe Romano) sulle quattro linee guida stabilite nella ratifica per segnare il percorso verso l'integrazione: istruzione, lavoro, salute e alloggio. Il titolo non è incoraggiante, un richiamo al mito greco emblematico di come a parole si cuce e nei fatti si scuce.

A distanza di tempo, qualcosa sembra smuoversi seppure molto lentamente. Lo scorso 11 Marzo la Commissione diritti umani del Senato ha approvato una risoluzione che impegna il Governo verso il superamento dei campi in Italia per un'effettiva attuazione della Strategia UNAR firmata nel 2012.

Il 30 Maggio 2015 con un’ordinanza del Tribunale Civile di Roma il giudice ha riconosciuto il carattere discriminatorio del “villaggio attrezzato” La Barbuta.

Proprio a Roma l'amministrazione aveva dimostrato, almeno nelle intenzioni, la ferma volontà di procedere all’attuazione della Strategia: prima con un annuncio del sindaco Ignazio Marino, lo scorso Dicembre, poi con la conferma da parte dell’Assessore alle Politiche Sociali Francesca Danese.

E se l'inchiesta di Mafia Capitale non fosse abbastanza per dimostrare come gli interessi della criminalità si intreccino con il mantenimento dello status quo dei campi, ne è stata data un'ennesima conferma. È bastato infatti che l'Assessore Francesca Danese palesasse la volontà di superamento di questi ghetti istituzionalizzati per subire gravi minacce e, dallo scorso 14 Marzo, finire sotto scorta.

Ora che la questione è finalmente uscita da una gestione emergenziale, intenzioni e buoni propositi sono stati espressi, sebbene ancora non sia stato reso noto un piano effettivo di nuova gestione.

La società civile, tra comitati e associazioni, ha promesso un attento monitoraggio delle evoluzioni oltre che aiuto e vicinanza nel processo di superamento dell'era campi. Un'anomalia tutta italiana da lasciarsi alle spalle.

Elena Risi

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