La minoranza Pd si prepara alla resa dei conti

Lo sgambetto sulla riforma della Rai è solo il primo passo verso il Vietnam che la minoranza Pd sta organizzando.

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Il momento è propizio per la minoranza Pd, per lunghissimo tempo divisa al suo interno, umiliata da Matteo Renzi e costretta ad abbaiare senza mai avere una vera possibilità (e volontà) di mordere. Il momento è propizio per la semplice ragione che, oggi più che mai, il governo Renzi è alle prese con una crisi di consensi e con parecchie difficoltà che, inevitabilmente, si trasformano in debolezza. Parliamoci chiaro, la debolezza di Renzi non è paragonabile a quello a cui abbiamo assistito ai tempi del governo Letta, quando sembrava che un refolo di vento bastasse a far cascare tutta la baracca (poi invece è arrivato uno tsunami da Firenze).

È una debolezza "relativa", quella di Renzi. La debolezza di un premier che è comunque organizzato per resistere alle tempeste, come si è visto prima con il patto del Nazareno e adesso con il soccorso azzurro messo in piedi da Denis Verdini. Ma i numeri traballano lo stesso, al Senato la maggioranza è risicatissima e quanto avvenuto sulla riforma della Rai è considerabile alla stregua di un avvertimento: "Sappiamo farci valere". Tanto più che, in quel caso specifico, il soccorso azzurro non ha funzionato, e pare che la cosa non sia per niente piaciuta a Verdini stesso.

Il momento, quindi, è il migliore che ci si potrebbe immaginare per far partire la riscossa dell'ammaccata minoranza Pd, sempre più l'unico fronte dal quale il premier deve davvero temere qualcosa. Un secondo segnale arriva dalla notizia che a ottobre - attorno al dieci - sarà varata la corrente unica che fonderà i gruppi che fanno riferimento a Speranza (vale a dire Bersani) e Cuperlo. E a quel punto ci sarà da attendersi che l'opposizione interna si muova come un sol uomo, con il solo scopo di danneggiare Renzi. Ma con quale obiettivo, quello di far cadere un governo retto dal loro stesso partito? Che si arrivi fino a questo è improbabile, ma certo non impossibile; anche se la conseguenza più logica, a quel punto, sarebbe la scissione vera e propria del Partito Democratico.

Più facile immaginare che lo scopo sia quello di "normalizzare" Renzi, di costringerlo a trattare per davvero con l'opposizione interna al suo partito, di tenerlo in qualche modo ostaggio. E così di far tornare il Partito Democratico più simile a quello che era nell'epoca pre-Renzi, nel bene e nel male. Viene da chiedersi, a quel punto, che senso avrebbe continuare ad avere proprio Renzi come segretario-premier, visto che si farebbe venir meno la sua stessa ragion d'essere. Come che sia, il vero terreno di battaglia sarà inevitabilmente la riforma del Senato. Se la minoranza sarà in grado di costringere Renzi a rimettere mano alla riforma - per esempio rendendo la carica di senatore ancora elettiva - allora potranno gridare alla vittoria, mostrare lo scalpo di Renzi e prepararsi alla rivincita completa.

Insomma, la prima tappa del percorso è stato lo sgambetto sulla riforma della Rai, che ha mostrato come l'opposizione interna sia ancora viva. Il secondo step sarà dare vita a una corrente unica che renda più facile il coordinamento; il terzo e decisivo passo sarà dare battaglia, e vincere, sulla riforma del Senato. Il tutto con l'obiettivo di costringere Renzi alla resa, ovvero a fare i conti con la minoranza per davvero. Da parte sua, Renzi può sperare che Verdini lo tenga a galla. Da parte nostra ci chiediamo se tutta questa tattica politica ha anche in minima parte qualcosa a che fare con il bene del paese.

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