Il paese del telegattopardo

Sulla battuta di Renzi, sulle elezioni, sull'ideologia dominante

gettyimages-99304628.jpg

Quante volte abbiamo sentito dire, quante volte abbiamo letto, che l'Italia è il paese del Gattopardo? È successo così spesso che quest'espressione è diventata un luogo comune: la si ritrova sulla bocca o nelle tastiere di scribacchini che giammai avranno letto il libro di Tomasi di Lampedusa o visto il film di Visconti.

E come tutti i luoghi comuni, soprattutto nell'era del sovraccarico di contenuti che fronteggiamo quotidianamente, ripetuto, condiviso, scritto, piaciuto, apprezzato, ha perso qualunque significato: da luogo comune si è trasformato in un cliché – mi si perdoni il foresterismo, in questo caso funzionale e non sostituibile – e poi in una frase che non significa più nulla, un insieme di sette parole una dietro l'altra che scivola via e diventa subito parte integrante del repertorio del peggior giornalismo.

Matteo Renzi, però, ha rottamato tutti i cliché. O almeno, ha dichiarato di volerlo fare. In una società che ha superato in maniera quasi imprevedibile quella dello spettacolo e che si è evoluta in una società di flusso quantistico dell'informazione, di condivisione compulsiva, di concetti da 140 caratteri e "mi piace", il fatto che l'abbia dichiarato è diventato sufficiente per farlo diventare vero per un numero molto sostanzioso di persone.

Complice, naturalmente, il giornalismo del verosimile e delle veline, quello del clickbait e dei pezzi virali da cinque righe con gallery o video buffo.

Analizzando la realtà in profondità, vediamo bene che Renzi non ha rottamato un bel nulla, nemmeno dal punto di vista formale. E infatti, giusto per fare un esempio concreto, ieri era al Meeting di Comunione e Liberazione a Rimini, dove i politici di turno devono andare a far passerella, rendere omaggio, dire cose, farsi vedere dalla gente che conta e da quella che non conta ma fa numero, anche se il numero non è più importante ma contano le percentuali.

Però, grazie a Renzi, perfetta evoluzione di quel dualismo berlusconiani-antiberlusconiani che ci ha distratti per vent'anni, adesso c'è di nuovo spazio per ricordare il Telegatto e per utilizzarlo come categoria politica.

E poco importa che la notte dei Telegatti non si celebri più dal 2008 (condussero l'ultima serata Pippo Baudo e Michelle Hunzicker). La battuta di Matteo Renzi chiarisce molte cose sulla sua visione politica, sul suo modo di intendere la vita. Su quel modo che ci vende e ci propina, ogni giorno, insieme a chi lo sostiene, insieme a chi con leggiadria propone un giochino per l'estate per capire "quanto matteo renzi c'è in te" (è una storia vera), insieme a una testata giornalistica che, prendendo un po' troppo alla lettera l'odio per gli indifferenti, sembra sdraiata ai piedi del Presidente del consiglio.

Eccolo qui, testuale:

«Fa sorridere chi dice che se non c'è l'elezione diretta dei senatori è a rischio la democrazia. Non è che devi votare tante volte per avere più democrazia, quello è il Telegatto...»

A noi interessava più il merito delle sue dichiarazioni, che la forma. Figurarsi le battute. Una battuta non è una notizia. Non dovrebbe diventarlo, dovrebbe far parte di quel novero di argomenti che, saggiamente, vengono tenuti fuori dal concetto stesso di notizia. Che al massimo fanno colore. Una battuta non è niente. Non ha alcun interesse giornalistico. Non dovrebbe diventare un titolo. E infatti nemmeno la riportavamo, la battuta sul Telegatto e sul Senato, e quella che è venuta dopo, per minimizzare le contestazioni a L'Aquila, l'abbiamo poi messa perché sembrava non si potesse farne a meno.

Ma un insieme di battute, una raccolta di Tweet, un modo di comunicare di un politico, quelli sì, messi insieme, fanno parte di un racconto che il Presidente del Consiglio in carica sceglie di fare di se stesso – e che noi, quasi tutti appecoronati, seguitiamo ad assecondare in qualche modo, fosse anche solo per criticarlo, comunque dandone conto in nome di quella viralità un po' buffa che ti fa fare un click in più – e della sua strategia politica.

Il Telegatto fa parte dell'immaginario di Renzi, anche se è un simbolo vecchio, già rottamato dai fatti: fa parte del suo immaginario e di quello della sua generazione. È ammiccante, è ancora giovanilistico ed è naturalmente nel vocabolario pubblico renziano, come selfie e come l'uso smodato degli hashtag su Twitter.

Paragonarlo, il Telegatto, evento di plastica, un po' buffo, un po' glitterato, un po' insignificante, tanto importante per chi lo riceveva e chi lo organizzava, al voto democratico per eleggere i Senatori è l'altra parte del metodo comunicativo renziano. Che diventa sostanza, attenzione. In parte, perché è funzionale alla campagna di abolizione del Senato elettivo che Renzi porta avanti da un anno e più, fra le sue riforme e dovendo per forza convincere tutti che qualsiasi riforma sia buona, in quanto riforma.

In parte perché questa tecnica comunicativa procede sempre nella ridicolizzazione dell'altro, di chi la pensa diversamente: i "gufi", i "professoroni", i "tifosi del Teramo". Chi la pensa diversamente da Renzi non ha mai dignità di pensiero, è sempre parte di una categoria ben definita, da sbeffeggiare. È l'esasperazione del "comunisti" di Berlusconi, senza i comunisti, però, visto che – altro cliché, che ha funzionato – le ideologie non esistono più e il Partito Comunista Italiano oggi è diventato il Pd renziano.

In realtà, le ideologie esistono eccome. Anche quella di Renzi è un'ideologia, quella che va per la maggiore in Europa oggi. Quella che mette al bando, ridicolizza e marginalizza la democrazia. Sfruttando a proprio vantaggio il problema del fallimento del mec­ca­ni­smo elet­to­rale plu­ri­par­ti­tico (cito Luciano Canfora) come lo conosciamo oggi, questa ideologia dominante ha allontanato progressivamente i luoghi decisionali dalle persone, li ha resi opachi o evanescenti.

Renzi incarna alla perfezione questa ideologia, nel paese del Telegattopardo.

  • shares
  • Mail

I VIDEO DEL CANALE NEWS DI BLOGO