Yemen, Onu: L'Arabia Saudita blocca la commissione di inchiesta sui crimini di guerra

Yemenis stand around a crater reportedly caused by air strikes carried out by the Saudi-led coalition in the capital Sanaa on October 1, 2015. A Saudi-led coalition intervened in Yemen after Iran-backed Huthi rebels overran the capital Sanaa a year ago and later moved in on the rest of the country. The United Nations says 2,355 civilians have been killed and 4,862 wounded since late March.   AFP PHOTO / MOHAMMED HUWAIS        (Photo credit should read MOHAMMED HUWAIS/AFP/Getty Images)

La commissione d'inchiesta sui crimini di guerra commessi da tutte le parti in conflitto in Yemen, compresa l'Arabia Saudita, non ha trovato il consenso necessario presso le Nazioni Unite. E' passato, invece, un testo che avanza una richiesta di giustizia a senso unico e che affida le indagini al governo yemenita, appoggiato da Washington, Londra e Ryad.

L'appello sulla commissione era stato inoltrato da 23 Ong, tra cui Amnesty International e Human Rights Watch. L'intento di tutte le organizzazioni era quello di identificare i responsabili dei gravi delitti perpetrati in Yemen, in vista di un processo. Nessuno Stato ha raccolto l'iniziativa, tranne l’Olanda. Tuttavia Amsterdam, il 30 settembre scorso, ha dovuto ritirare la sua proposta di risoluzione per mancanza di sostegno da parte di altri paesi.

Il 2 ottobre passato, l'Arabia Saudita, che nel conflitto si è ovviamente schierata a favore del governo sunnita contro i ribelli sciiti Houti, ha fatto approvare un testo che delega al governo del Presidente Abd-Rabbu Mansour Hadi un'inchiesta sulle violazioni dei diritti umani. Insomma, in un contesto di guerra civile, che coinvolge attori nazionali, mediorientali e mondiali, si chiede incredibilmente ad una delle parti in causa di segnalare quali siano stati i crimini commessi contro i civili.

Nessuno vuole asserire che i ribelli, sostenuti dall'Iran, non abbiano commesso pesanti violazioni del diritto internazionale. Tuttavia, il messaggio che viene fatto passare dall'Onu (in contraddizione con quella che è il suo ruolo) è che la monarchia Saudita, spalleggiata dai paesi asiatici e dai governi occidentali, potrà continuare con i suoi (ormai quotidiani) attacchi indiscriminati.

A tale riguardo, facciamo presente che Human Rights Watch aveva minuziosamente documentato l'uso di cluster bomb (bombe a grappolo) statunitensi da parte dei sauditi nei mesi scorsi. Stiamo parlando di submunizioni capaci di colpire vaste zone in una volta sola e che possono trasformarsi in mine antiuomo se rimangono inesplose. Questo tipo di armi sono state vietate il 1 agosto 2010 da una Convenzione Internazionale Onu.

In ogni caso, le denunce delle organizzazioni umanitarie non hanno provocato nessuna indignazione. La Ue si è completamente disinteressata della questione, ma la cosa appare cinicamente comprensibile, visto che molti paesi europei, non solo per ragioni strategiche, riforniscono di armi i sauditi per le loro azioni sanguinarie. Come denunciato da Amnesty International, sull'Italia gravano pesanti sospetti in merito.

L'approccio dell'Onu rivela ancora una volta tutti i suoi limiti e non apre a nessuna soluzione politica per il conflitto in corso. Conflitto che negli ultimi sei mesi ha registrato la morte di oltre 2300 civili, tra cui 400 bambini, e oltre un milione e mezzo di sfollati.

Il fatto che la Nazioni Unite abbiano una preso posizione "partigiana" nella guerra yemenita era già stato acclarato nell'aprile scorso. L'approvazione della risoluzione numero 2216, presentata dai paesi aderenti al Consiglio di Cooperazione del Golfo, ha imposto l'embargo sulle armi solo alle milizie sciite (la Russia è stato l'unico paese ad astenersi). Nel testo, si chiede a tutte le parti in conflitto di negoziare la fine ostilità, ma non obbliga la coalizione sunnita a cessare i raid aerei. Inoltre sono previste sanzioni, come il congelamento dei beni, solo per i leader del movimento degli Houthi.

L'Arabia Saudita, dopo la nomina a presidente consultivo del Consiglio Onu dei diritti umani di Faisal bin Hassan Thad, ottiene così un'altra vittoria al Palazzo di Vetro. Vittoria che testimonia la sua forza nelle relazioni con gli altri paesi asiatici (Cina compresa) e con gli Stati Uniti.

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