Lettera di Barghouti al Guardian: "Non c'è pace senza la fine dell'occupazione israeliana in Palestina"

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Il quotidiano inglese Guardian ha pubblicato una lunga lettera del leader palestinese, Marwan Barghouti, attualmente recluso nella prigione israeliana di Hadarim. Il suo intervento arriva in seguito ad una settimana di violentissimi scontri, da Gerusalemme a Gazza alla Cisgiordania. La violenza è continuata anche nella giornata di oggi, e fino ad ora si registrano in totale 25 morti palestinesi e 5 israeliani.

Il Guardian fa il suo mestiere

Il primo dato su cui soffermarsi è che la testata britannica ha dimostrato di non avere un approccio ideologico alla questione del conflitto israelo-palestinese, altrimenti non si sarebbe potuta permettere di pubblicare un articolo firmato da Barghouti. Un qualsiasi grande giornale italiano forse non l'avrebbe fatto.

Le nostre testate si accontentano di rilanciare le agenzie da Tel Aviv, che si concentrano nel fornire una rappresentazione "accettabile" sui fatti di sangue del giorno e che distorcono il contesto nel quale essi avvengono. Le voci di dissenso, anche scomode e controverse, non hanno diritto di ospitalità, se non "impacchettate" nel flusso di una cronaca orientata. Per quanto concerne Barghouti, poi, non deve affiorare nemmeno il dubbio che sia un prigioniero politico. Meglio etichettarlo immediatamente come "terrorista", categoria già di per sé da sempre aporetica e oggi contenitore astratto, che mette insieme, senza distinzione, tutti i "cattivi".

Si potrà obiettare che il leader palestinese non avrebbe comunque inviato una lettera ad un giornale italiano, visto il nostro ruolo del tutto marginale in politica estera e la scarsa capacità dei nostri giornali di influenzare l'opinione pubblica mondiale. E questo in parte è anche vero, inutile negarlo.

In ogni caso ci teniamo a rimarcare che rispetto a quello che sta accadendo oggi a Betlemme, a Jenin, a Hebron, a Tulkarem, a Ramallah, a Gaza, bisognerebbe sempre partire da un punto, il più scontato e il più importante. La Palestina è sotto occupazione militare, imbrigliata in un sistema segregazionista che si serve di leggi speciali, di dispositivi sicuritari e "culturali", di continue aggressioni coloniali, e di leadership locali corrotte che svolgono il ruolo di cane da guardia di Israele. Questo non vuol dire celare tutto il resto, non vuol dire non interrogarsi su infiltrazioni fondamentaliste tra le fila dei palestinesi o non denunciare gli attentati contro i civili. Ma se non si parte dal contesto generale difficilmente si potrà tentare di capire il resto.

La lettera

Passiamo ai contenuti della lettera, che si apre con un'esortazione chiara:

L’attuale escalation della violenza non ha avuto inizio con l’assassinio di due coloni israeliani, ma molto tempo fa, ed è andata avanti per molti anni. Ogni giorno i palestinesi vengono uccisi, feriti, arrestati. Ogni giorno avanza il colonialismo, continua l’assedio del nostro popolo a Gaza, persiste l’oppressione. Oggi molti ci vogliono sopraffatti dalle potenziali conseguenze di una nuova spirale di violenza, e come feci nel 2002, ne riassumo la causa radicale: la negazione della libertà per i palestinesi

E continua, facendo riferimento ai falliti accordi di Oslo:

Alcuni hanno pensato che la ragione per cui un accordo di pace non si potesse raggiungere fosse la mancata volontà del presidente Arafat o l’incapacità del presidente Abbas, ma entrambi erano pronti e in grado di firmare un trattato di pace. Il problema vero è che Israele ha scelto l’occupazione sulla pace, ed ha usato i negoziati come una cortina fumogena per avanzare il progetto coloniale. Ogni governo in tutto il mondo conosce questo semplice fatto e tuttavia molti pretendono che tornare a ricette fallite del passato possa farci ottenere libertà e pace [...] Non possono esserci negoziati senza il chiaro impegno di Israele di ritirarsi completamente dal Territorio palestinese occupato nel 1967, compresa Gerusalemme Est; della fine definitiva a tutte le politiche coloniali; del riconoscimento dei diritti inalienabili dei palestinesi, tra i quali il diritto all’autodeterminazione e al ritorno; e del rilascio di tutti i prigionieri palestinesi. Non possiamo coesistere con l’occupazione, e non ci arrenderemo ad essa

E conclude:

Ho passato venti anni della mia vita nelle galere israeliane, e questi anni mi hanno reso ancora più certo di questa verità indissolubile: l’ultimo giorno dell’occupazione sarà il primo della pace. Coloro che cercano quest’ultima, devono agire, e agire subito, per debellare la prima

La leadership assente

Barghouti, secondo i sondaggi, è uno dei pochi politici che continua a riscuotere forti consensi tra le fila del suo popolo. E ciò è spiegato non solo dall'abilità del personaggio, ma anche dalla miopia delle varie fazioni palestinesi degli ultimi anni, divise e incapaci di dialogare. Basti guardare a cosa accade nelle ultime ore.

L'Anp e Hamas sembrano essere prive di una strategia politica, cosa di per sé grave, ma esemplificativa del fatto che la rivolta nei Territori Occupati e ad Israele è solo il frutto della disperazione, di una battaglia per la sopravvivenza. Nessuno sembra in grado di governarla veramente. C'è solo un gran numero di attori in campo palestinese che confusamente lancia slogan, che prova a mobilitare quel poco che può.

Abu Mazen, dopo le costanti espansioni coloniali illegali volute da Netanyahu e il fallimento degli ultimi negoziati di pace, è fortemente indebolito. Più che un Presidente, appare solo come il rappresentante dei 120mila palestinesi impiegati nelle agenzie di sicurezza e nei ministeri.

A fronte degli ultimi fatti di sangue, il capo del governo di Ramallah continua a chiedere un intervento di John Kerry per tentare di placare la situazione, ma gli Usa ora sono impegnati su altri fronti e non sembrano interessati ad andare al muro contro con il governo di Tel Aviv.

Hamas, per parte sua, chiama all'unità di popolo, ad una nuova Intifada, ma non ha né la forza e nemmeno la convinzione. Dopo l'operazione militare Margine Protettivo, Gaza versa in una situazione di indigenza e disperazione tale che un nuovo intervento militare potrebbe essere fatale.

Cosa accadrà nelle prossime ore è difficile dirlo. Ma i grandi assenti sono sempre gli stessi: l'Onu, gli Stati Uniti, l'Unione Europea, la Lega Araba. Al di là delle dichiarazioni ufficiali, non c'è nessuna azione concreta in campo.

Perché Barghouti parla del fallimento di Oslo


Per essere esaustivi, senza voler per questo avere la velleità di rendere conto di tutti gli avvenimenti degli ultimi 20 anni in un articolo, proviamo a chiarire perché gli Accordi di Oslo si sono rivelati un tradimento. Riprendiamo un articolo pubblicato su Polis il mese scorso:

" L' applicazione di Oslo fu l'intesa di Taba (1995), firmata dal governo israeliano e dall'Olp, "eletto" ad unico rappresentate legittimo del popolo palestinese. La suddivisione della Cisgiordania in zone che ne venne fuori già lasciava presagire cosa sarebbe accaduto negli anni a venire.

La Cisgiordania fu divisa in una Zona A (il 3% del territorio) sotto l'autorità amministrativa e di sicurezza dell'Anp; una zona B (il 23% del territorio) sotto il controllo amministrativo dell'Anp e quello militare di Israele; e una Zona C (74% del territorio) sotto controllo civile e di sicurezza del governo di Tel Aviv.

A seguire ci fu il meeting di Camp David (2000). In quell'occasione, il premier israeliano, Ehud Barack, offrì un piano (rifiutato da Arafat) che proponeva l'annessione del 9-13% della Cisgiordania, il controllo militare della Valle del Giordano, il controllo dello spazio aereo e delle frontiere di un futuro Stato palestinese, l'autorità piena di Tel Aviv sulla Grande Gerusalemme e un passaggio sicuro per la Spianata delle Moschee. E, come se non bastasse, escludeva qualsiasi presa di responsabilità sulla questione dei profughi palestinesi.

Da allora: l'Olp è stata progressivamente subordinata all'Anp, che ha assorbito nelle maglie della sua rete burocratica e corrotta giovani disperati e senza lavoro;

Gaza, mentre Hamas si è progressivamente indebolita, è diventata, secondo la pregnante definizione di un recente saggio di Bartolomei, Carminati, Tradardi edito da Derive e Approdi, "un campo di concentramento a cielo aperto";

gli insediamenti colonici si sono moltiplicati, così come gli strumenti di repressione e sorveglianza di Israele;

le operazioni militari, oltre a fare stragi di civili, sono diventate un modo per testare le nuovissime tecnologie militari, da piazzare sul mercato mondiale;

i cosiddetti colloqui di pace si sono palesati come uno strumento per indebolire l'unità del popolo palestinese e per erodere la stessa possibilità della nascita di uno Stato palestinese.

La verità è che la soluzione dei due Stati non è mai stata all'ordine del giorno, e questo i palestinesi, ma anche gli israeliani, lo sanno benissimo".

Chi è Barghouti

Barghouti, 56 anni, è l'ex capo dei Tanzim di Al Fatah, braccio armato della fazione fondata da Arafat, di cui fa parte lo stesso presidente Abu Mazen. E' stato favorevole agli accordi di pace di Oslo (1994), che gli hanno permesso di tornare dall'esilio dopo essere stato arrestato alla fine della prima Intifada (1987). In seguito all'elezione al Consiglio legislativo Palestinese (1996), per un certo periodo, difende il negoziato di pace. Successivamente è protagonista della seconda Intifada (2000) e viene arrestato dall'esercito di Tel Aviv con l'accusa di aver ordinato omicidi con finalità terroristiche. Viene condannato a 5 ergastoli. Durante il processo non riconosce l'autorità del tribunale israeliano e rifiuta di difendersi.

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