Afghanistan: Perché Putin si prepara a schierare le truppe al confine?

NEW YORK, NY - SEPTEMBER 28:  Vladimir Putin, President of Russia,  sits before addressing the United Nations General Assembly on September 28, 2015 in New York City. The ongoing war in Syria and the refugee crisis it has spawned are playing a backdrop to this years 70th annual General Assembly meeting of global leaders.  (Photo by Spencer Platt/Getty Images)

Dopo l'annuncio del prolungamento della missione Usa in Afghanistan, il Presidente russo, Vladimir Putin, ha preso subito la palla al balzo. Il 16 ottobre scorso, il leader del Cremlino, nel corso di un summit della Comunità degli Stati indipendenti (CSI), ha dichiarato che l'obiettivo del terrorismo jihadista è sfondare nel cuore dell'Asia. E per questo motivo, insieme ai paesi confinanti, Mosca sarà costretta a prendere contromisure efficaci.

Ecco cosa ha detto nello specifico il Presidente: "Uno degli obiettivi dei terroristi è di fare irruzione nella regione dell'Asia centrale. Dobbiamo essere pronti a reagire". Che tradotto vuol dire che la Russia, in collaborazione con Tagikistan, Uzbekistan e Turkmenistan, potrebbe stanziare delle truppe lungo il confine per porre un argine ad eventuali penetrazioni dei terroristi.

Questa presa di posizione ha generato una reazione molto dura da parte degli organi stampa occidentali. Si è parlato di un ritorno a mire espansionistiche sull'Afghanistan, come ai tempi dell'Unione Sovietica, e di una finta propaganda contro il terrorismo per rafforzare il ruolo della Russia sullo scacchiere mediorientale. Accuse e dubbi ragionevoli, intendiamoci, ma che tendono ad oscurare un dato che Mosca ha ben sintetizzato. Il rinnovato protagonismo dei talebani nella regione rappresenta "un'altra evidente testimonianza del completo fallimento della campagna militare durata 14 anni".

Innanzitutto, mettiamo da parte l'accusa di propaganda, visto che l'Occidente, mentendo, non ha fatto altro che contrabbandare le sue guerre, dall'Afghanistan, all'Iraq fino alla Libia, come conflitti "illuminati", guidati da nobili aneliti democratici. Detto questo, pare scontato che Putin guardi ai suoi interessi. Ciò accade anche in Siria, dove l'intervento militare russo di certo non è solo finalizzato a battere l'Isis. Per questa ragione, quando le maggiori testate internazionali si affrettano a scrivere che il Cremlino fornirebbe aiuto a Bashar al Assad perché punterebbe a migliori accordi per lo sfruttamento del gas, francamente non capiamo dove starebbe il grande scoop.

In ogni caso, tornando all'Afghanistan, meglio sarebbe puntualizzare alcune cose, che per ora hanno poco a che vedere con la "nuova Guerra fredda". La preoccupazione di Mosca è in prima istanza dettata dalla difesa dei suoi interessi nelle repubbliche ex sovietiche di confine. Repubbliche legate alla Russia, ricche di materie prime e poco dotate militarmente.

C'è poi la questione dei foreign fighters. Tra i 5 e i 7 mila, provenienti dai paesi della Csi, stanno combattendo in Siria, ma anche in Afghanistan. E non è escluso che possano tornare a casa per organizzare attentati dopo aver acquisito esperienza in teatri di guerra. A ciò si deve aggiungere il diffondersi di un certo islamismo militante anche in Russia. Segnali che confermano tale rischio sono l'aumento del proselitismo dei terroristi, sopratto in rete, e la nascita di Wilayat Qawqaz, il governatorato del Nord Caucaso legato allo Stato Islamico.

Infine, quello che poco viene sottolineato è che la Russia potrebbe infilarsi nel conflitto afghano per contenere le conseguenze della guerra voluta da George W. Bush nel 2001, e mai realmente conclusasi. A tale riguardo, è bene specificare che la decisione di Barack Obama di restare con 5 mila uomini (più quelli delle forze alleate), non ha a che vedere con la volontà di portare il paese sotto la completa sovranità di Kabul, operazione non facile visto la vasta udienza che hanno ancora i talebani. Il parziale mantenimento della missione serve principalmente a conservare i presidi acquisiti, in un paese che appare condannato a rimanere frazionato.

La Nato, insomma, ora ha altro a cui pensare, la Siria prima di tutto. E non è detto che nel 2017 non operi un'altra riduzione delle sue forze nel paese se le urgenze dovranno concentrarsi altrove. Dunque, di fronte a un vuoto di potere, sempre più palpabile dopo i fatti di Kunduz, si può chiedere a Putin di disinteressarsi completamente all'Afghanistan?

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