Usa: Obama vuole una svolta nelle politiche di reinserimento dei detenuti

NEWARK, NJ - NOVEMBER 02:  U.S. President Barack Obama speaks at the Rutgers University-Newark S.I. Newhouse Center for Law and Justice on November 2, 2015 in Newark, New Jersey. Obama spoke on the difficulties formerly-incarcerated people face when re-entering society after serving time in prison and new initiatives to help support those going through the process.  (Photo by Andrew Burton/Getty Images)

Il Presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, ha pronte una serie di proposte per riformare il sistema penale. Il suo obiettivo è quello di rendere più semplice il reinserimento degli ex detenuti. Tra le iniziative in campo c'è anche lo stanziamento di 8 milioni di dollari per borse di studio e per la formazione tecnica e professionale.

Il sovraffollamento carcerario americano è senz'altro connesso alla carenza di stato sociale. I numeri rendono bene la situazione di emergenza: i due terzi dei detenuti che hanno finito di scontare la pena tornano in carcere prima di arrivare al terzo anno di libertà.

C'è poi da rilevare che si registrano nel paese circa 2,4 milioni di prigionieri (di cui 1 milione sono afro-americani). Tale cifra rappresenta il 25% della popolazione carceraria mondiale. E gli Stati Uniti sono la nazione con il più alto numero di detenuti (in Cina ce ne sono 1,5 milioni e in Russia 870 mila).

Fino ad oggi di investimenti in tutele sociali ce ne sono stati pochissimi. Il governo federale ha preferito spendere soldi per ammodernare ed ampliare costantemente il sistema carcerario: solo nel 2012 sono arrivati da Washington circa 80 miliardi di dollari. A tutto questo vanno aggiunti altri importanti elementi, scandalosi per la più "grande democrazia del mondo". Mettendo da parte gli abusi sui prigionieri, che emergono in numerose inchieste giornalistiche, è opportuno ricordare che i detenuti sono perfettamente integrati in un perverso sistema di "business".

I prigionieri che lavorano sono di fatto manodopera a basso costo: sono pagati dalle aziende con stipendi che vanno tra i 93 centesimi e i 4 dollari al giorno. Inoltre, secondo WhoWhatWhy, negli ultimi anni le prigioni private sono aumentate del 350%. In questo caso, i penitenziari sono gestiti da due società (Corrections Corporation of America e The GEO Group). Sono gli Stati stessi che cedono le prigioni, impegnandosi a"garantire" un adeguato numero di detenuti, altrimenti il gioco non vale la candela.

Negli ultimi mesi, però, negli Stati Uniti è nato nuovo dibattito bipartisan, incentrato sulla riabilitazione. Così ieri Obama, dopo aver perso la sua battaglia sulla restrizione alla vendita di armi, ha provato a presentare una rinnovata azione riformatrice sul tema carceri.

"Questa non è una questione di politica. Si tratta di verificare se siamo, come paese, all'altezza dei nostri ideali di libertà e giustizia per tutti", ha detto l'inquilino della Casa Bianca. Ed ha aggiunto che i tempi sono maturi per analizzare serenamente i risultati ottenuti fino ad oggi in materia di politiche detentive. Solo per citare il Bureau of Justice Statistics, il 68% dei detenuti ritorna in carcere dopo aver scontato la prima condanna.

Sulla scorta di questi insuccessi, Obama ha avanzato tre proposte chiave: consentire l'accesso alle case popolari agli ex detenuti; abbattere il meccanismo in base al quale si può negare lavoro a qualsiasi cittadino con precedenti penali; la creazione di programmi educativi e di assistenza sanitaria per facilitare il reinserimento.

E' difficile che il Congresso accetti integralmente, ed in tempi brevi, il nuovo approccio. Ma allo stesso tempo rimane il fatto che il Presidente ha posto le basi per avviare una nuova discussione. E non è poco, se si tiene presente che negli Usa qualsiasi riflessione sulla detenzione è sempre stata unicamente vincolata alla pena.

Ecco, in sintesi, cosa si propone Obama:

a) Investimento 8 milioni di dollari in borse di studio e formazione professionale per gli ex detenuti. Annesso a questo provvedimento, poi, si pensa di dare vita ad un ufficio che offra assistenza medica e psicologica. Queste disposizioni seguono il modello adottato dallo Stato del Texas nel 2007, quando stabilì di investire in programmi di riabilitazione, invece di continuare a puntare su nuovi spazi detentivi.

b) Favorire politiche che accelerino il reinserimento lavorativo, attraverso la collaborazione con imprese ed organizzazioni. Ricordiamo che, per il Dipartimento di Giustizia, il 60-75% di ex-detenuti non riesce a trovare un impiego durante i primi tre anni di libertà.

c) Connettere il reinserimento nel mondo del lavoro con il diritto alla casa. Gli ex prigionieri, infatti, sono spesso sistematicamente esclusi dall'assegnazione di case popolari (ma anche di buoni pasto e sussidi). Intervenire su questa questione vuol dire anche ridurre il cosiddetto fenomeno dei "figli abbandonati".

Ricordiamo che il sovraffollamento delle carceri è imprescindibilmente collegato alla politica di tolleranza zero per i crimini legati alla droga, anche quando non sono aggravanti o legati alla violenza. Tale impostazione, risale alla Presidenza di Richard Nixon (negli anni '70) ed ha prodotto carcerazioni di massa. Proprio quest'anno. la U.S. Sentencing Comission ha preso atto della sua inefficacia.

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