Iraq: ex premier al-Maliki mobilita il Parlamento contro il governo

Former Iraqi prime minister Nuri al-Maliki speaks during a conference attended by tribal leaders aimed at obtaining support for more decisive military action against Islamic State militants in the town of Dhuluiyah, on September 15, 2014 in Baghdad. Sporadic clashes broke out today near Dhuluiyah, north of Baghdad, as security forces and allied tribesmen prepared for an operation against militants who have repeatedly attacked the Iraqi town, officials said.  AFP PHOTO/AHMAD AL-RUBAYE        (Photo credit should read AHMAD AL-RUBAYE/AFP/Getty Images)

Lunedì scorso, il parlamento dell'Iraq, con voto unanime, ha bloccato un'importante iniziativa anti-corruzione lanciata dal Primo Ministro, Haydar al-Abadi. Il pacchetto di riforme avrebbe contemplato la riduzione degli stipendi per politici e figure istituzionali e maggiore possibilità di licenziare funzionari pubblici incompetenti.

Il no dei 328 parlamentari è stato giustificato dal fatto che le riforme erano state calate dall'alto, senza una previa discussione. E a rifiutare la proposta del premier ci sono stati anche i 60 rappresentanti della sua formazione politica, Stato di Legge. Tale presa di posizione indebolisce fortemente la figura di al-Abadi e, secondo alcuni analisti, il partito di governo starebbe adirittura preparando un golpe interno per mandarlo a casa.

Chiara Cruciati, su Il Manifesto, descrive bene lo scontro di potere che si cela dietro il rinvio delle riforme. Ad orchestrare tutto ci sarebbe ancora una volta l'ex premier, Nuri al-Maliki, desideroso di mantenere un radicato sistema clientelare, capace di agire in maniera parallela rispetto all'autorità statale.

Al-Maliki si è opposto (per motivi formali) al taglio degli stipendi del 45% per i parlamentari e del 20% per gli impiegati governativi, alla cancellazione di molte poltrone e al licenziamento di 130 funzionari di alto grado. E, ovviamente, ha avuto gioco facile a guadagnarsi l'appoggio dell'intero parlamento.

Ricordiamo che l'ex Primo Ministro, dopo essere stato sostenuto dagli Stati Uniti, fu fatto dimettere proprio su pressione di Washington. Il suo governo, secondo il rapporto della Com­mis­sione Ira­chena di Inte­grità, non ha pagato i suoi debiti nei confronti delle grandi imprese petrolifere quando i prezzi del petrolio erano ancora molto elevati. E ha fatto evaporare circa 500 miliardi di dollari: un caso abnorme di corruzione.

Così al-Abadi ha ereditato una situazione non facile da gestire, che lo costringe a mettere in campo una decisa azione di risanamento, proprio quando i prezzi del greggio (e i relativi introiti del governo) hanno subito un forte decremento.

Intanto, come scrive il direttore dell’agenzia di stampa Aswa, Zuhair al Jezairy, la rabbia degli abitanti di Baghdad va crescendo negli ultimi giorni. Le strade della capitale allagate rappresentano per tutti il simbolo della corruzione dell'intero paese. Ad essere nel mirino delle proteste sono il sindaco e lo stesso premier.

In conclusione, non possiamo non rilevare che la bocciatura parlamentare non mina solo l'autorità del capo del governo, ma affonda pure le speranza di una popolazione esasperata. E anche se i media occidentali non ne parlano, gli iracheni, dalla scorsa estate, continuano a protestare nelle piazze. Da Baghdad a Nassirya, le manifestazioni, che sfidano le cariche delle forze dell'ordine, chiedono una redistribuzione più equa delle risorse e maggiore trasparenza.

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