Le parole dei morti

Attentati di Parigi - Editoriale

A mezzanotte del 13 novembre 2015 c'erano già gli editoriali sugli attentati di Parigi. Era già pronta la prima pagina di Libero. Hollande aveva già parlato della guerra. I social erano già invasi dalla consueta emotività in pochi o tanti caratteri, le reazioni dei "politici" si erano già riversate con tutta la loro viralità tifosa. C'erano già i "siamo vicini", i cordogli, le commozioni. C'erano già le certezze. Tutte, una dopo l'altra, sciorinate e date in pasto al tifo, appunto.

Su Blogo abbiamo fatto una scelta diversa. Abbiamo fatto cronaca, cercando di mettere insieme tutte le informazioni di cui si disponeva. Abbiamo raccontato i fatti, scritto la dinamica dell'attacco, fatto il punto su quel che si sa, raccontate le cose che si sono diffuse e che invece erano false, e abbiamo – volutamente – rimandato qualsiasi tipo di editoriale o di analisi a caldo. Lasciato da parte le opinioni. Crediamo fortemente che sia questo il mestiere del giornalista, che sia questo il nostro dovere.

Pensiamo che sia una scelta precisa, una scelta di identità editoriale.

Poi però, a un certo punto, diventa quasi necessario cercare di mettere ordine nei propri pensieri e si deve cercare di far emergere tutto quel che significa, questa scelta editoriale. Anche se dovrebbe già essere autoevidente.

I fatti di Parigi portano con loro una serie di questioni già brillantemente evidenziate da Fulvio Scaglione su Famiglia Cristiana.

Un pezzo uscito su Figuredisfondo il 23 marzo 2015 commentava – più di due mesi dopo – i fatti del Charlie Hebdo. Si intitolava Di propaganda, neo-colonialismo, islamofobia, orientalismo, manifestazioni universali e the white man’s burden. Vale la pena di recuperarlo e di leggerlo perché è un'analisi postuma di fatti che si rivela preconizzatrice di altri fatti: è quasi universale, a corredo di tragici eventi di questo tipo.

E persino sui social, da tempo, ormai, discarica non solo di link per generare traffico, ma anche di emozioni facili, si trovano riflessioni che vale la pena di mettere insieme.

Ne cito tre che ho letto e che mi sono piaciute, e le incorporo qui di seguito, prima di continuare. Gli autori sono: Francesco Erspamer, Luca Zesi, Giuseppe Genna.

Da una parte quelli che vogliono bannare chiunque non sia pronto ad andare a spezzare le reni al mondo islamico (a...

Posted by Francesco Erspamer on Sabato 14 novembre 2015

occorre mettere da parte le isterie religiose e riflettere con grande intensità sui meccanismi di integrazione sociale e...

Posted by Luca Zesi on Sabato 14 novembre 2015

C'è da ringraziare qualche centinaio di persone, che ieri hanno ripreso un intervento circa lo stato di cose capace di...

Posted by Giuseppe Genna on Domenica 15 novembre 2015

Leggeteli, dal primo all'ultimo, nell'ordine che preferite. E, se vi va, respirate un po' di complessità.

Non è – facciamo attenzione – il benaltrismo. Cioè, non è che ogni volta che si rappresenta la complessità della realtà si commetta l'errore di spostare il fulcro della conversazione. Questi tre interventi, così diversi fra loro, provenienti da persone diverse, di cultura e idee diverse, insieme al pezzo di Famiglia Cristiana e a quello di figuredisfondo, centrano perfettamente i vari punti in ballo. Punti che vorrei andare a riassumere, uno a uno.

Il giornalismo

In questi eventi, il giornalismo può dare il peggio o il meglio di sé. Quando racconta i fatti dà il suo meglio. Quando li elabora, fa da grancassa a bufale, leggende metropolitane o, peggio, ideologie, dà il suo peggio.

In Italia siamo anche troppo abituati al peggio.

La politica

È la più grande assente dallo scenario. I politici non lo sono: si prodigano in messaggi di condanna e solidarietà, del tutto acritici e privi di prospettiva storica e contemporanea. Quei messaggi sono dei falsi, degli slogan dovuti, è puro marketing politico, nient'altro. La politica è un'altra cosa, e non è pervenuta.

I social

Delegare il proprio cordoglio è deleterio, perché appiattisce e fa dimenticare. La foto del bimbo morto annegato, quella che avrebbe dovuto scuotere le coscienze, non ha scosso un bel nulla. Anzi: dopo un po' di empatia, per esempio, i giornali hanno ricominciato a picchiar duro contro i migranti. E le esternazioni social dimostrano che si confondono i piani e si mescola tutto, quando ti ritrovi quelli che, a parole, vorrebbero andare a «stanarli nelle loro moschee». Stanare chi, esattamente? Di cosa parlano? Non lo sanno nemmeno loro. Ma suona così bene, così eroico. E chi se ne frega, dunque, se gli attentatori sono francesi e belgi. Bisogna forse che la Francia si bombardi da sola? No. Deve stanare.

I social offrono, quando si parla di eventi che hanno grandi impatti di massa, rappresentazioni semplicistiche. Soffrono in maniera imbarazzante della regola della prossimità (e così, ci si mette in faccia la bandiera francese. Non quella libanese). Appiattiscono, mescolano concetti e valori di ambiti talmente diversi da far stare male: da Valentino Rossi al rapporto mai capito bene dell'Oms, da Gianni Morandi alla guerra da fare oppure al terzomondismo da ostentare.

Poi, Facebook attiva il Safety Check. E io penso che sia utile, sia chiaro: non mi scandalizza che sia occidente-centrico, lo so. So che è una big company che vuole far profitto e so quali sono i suoi "valori". Zuckerberg si è affrettato a rispondere: per me poteva risparmiarselo. Non c'era bisogno di spiegare, tanto chi deve intendere sa già e gli altri continueranno a pensare che l'ostentazione social sia cosa buona e giusta.

E sullo strumento che ti consente di metterti la bandiera francese sulla foto-profilo, "a tempo" (e perché non quella kenyana, quella del Libano, quella dello Yemen?), invece, tace abbondantemente. Ma cosa dovrebbe dire, di grazia? (La risposta di Zuckerberg l'ho trovata sul profilo Facebook di Donata Columbro)

Mark Zuckerberg ha risposto alla domanda "perché non avete attivato il safety check anche per l'attentato a Beirut o in...

Posted by Donata Columbro on Domenica 15 novembre 2015

I social offrono aberrazioni micidiali. Come questa, di un giornalista italiano dell'Unità che alza talmente tanto l'asticella – cito il collega Gabriele Ferraresi – che viene da chiedersi cosa dovrà fare, la prossima volta, per attirare l'attenzione.


Le icone

Oriana Fallaci, all'improvviso. L'icona, quella che – secondo la tradizione – gettò il chador ai piedi di Khomeini durante la celeberrima intervista (la scena è stata anche orribilmente raffigurata nella recente fiction Rai agiografica, con Vittoria Puccini che riproduce quel gesto proprio come te lo immagineresti riprodotto in una terribile fiction Rai agiografica), rivive in frasi estrapolate, decontestualizzate. Frasi che dimenticano il suo sostegno a quelle guerre di Bush che oggi sono riconosciute da tutti come parte integrante del problema, anziché soluzione. Frasi che ti piombano fra capo e collo, che dimenticano l'ateismo-cristiano militante della scrittrice e giornalista, che evidemente provengono da persone che non ne conoscono l'opera né le evoluzioni di pensiero. E la modalità di citazione dei social network: a volte viene da pensare che ci sarebbe chi sarebbe capace di condividere anche una frase attribuita a Hitler (ovviamente senza verificare la fonte), se fosse in qualche modo adatta a rappresentare i sentimenti del giorno.

Diffidiamo delle icone. Dei guru. Rifuggiamo tutte le semplificazioni.

La geopolitica e la storia passata e contemporanea

Studiare. Capire. Informarsi. Chi lo fa, oggi? Non i giornalisti. Non i politici. Per malafede o per inettitudine? Non è mai chiaro: il confine fra la malizia e la cialtroneria è sempre talmente labile che si può agevolmente superare senza controlli alla frontiera.

Qualcuno ricorda la politica coloniale passata e presente della Francia? Perché la Francia, prima di oggi e del 2005 e delle cosiddette rivolte delle banlieu aveva applicato lo stato d'emergenza solamente per questioni che nascevano al di fuori dai propri confini nazionali (per l'Algeria, tre volte, e in Nuova Caledonia)? Sarà un caso? E cosa sta facendo, la Francia – paese che siede nel consiglio di sicurezza dell'Onu – in Medio oriente? In Siria? Cosa ha fatto in Libia? Cosa fa per favorire realmente il multiculturalismo? Ha costruito realmente una nazione di integrazione oppure, in nome del suo illuminismo "bianco e borghese", ha finto liberté, egalité, fraternité e ha riservato questi tre valori alle proprie élite culturali ed economiche?


(Il Tweet di Wikileaks l'ho trovato sul profilo Facebook di Luca Lizzeri)

La complessità, dicevamo. Chi si interroga sulle reali strategie dell'Isis per creare consenso o dissenso intorno a sé di fatto abolendo la "zona grigia"? Chi le comprende e le analizza? Nessuno. E l'abolizione della zona grigia di cui si parla nel pezzo su Dabiq, oltre a spaccare il mondo islamico, radicalizzare il conflitto, essere culla di futuri attentatori, è perfetta anche per dividere il parterre degli spettatori social in bianchi e neri, guelfi e ghibellini, terzomondisti e guerrafondai. Ma tanto, chi se ne accorge?

Allora stai giustificando

Questa frase, più volte reiterata e utilizzata come mantra contro chiunque tenti di andare oltre il «andiamo a bombardarli», racchiude in sé la banale semplificazione del male. Lo slogan. La pubblicità, la frasetta che lava più bianco.

Cosa starei giustificando, esattamente? La violenza? Gli omicidi? I massacri? E quali violenze, omicidi e massacri giustifichiamo tutti i giorni con l'indifferenza? Quali ci dimentichiamo?

La sicurezza, l'emergenza, la guerra

La Francia aveva già adottato misure straordinarie dopo i fatti di gennaio. È servito a fermare il terrore? No. È davvero possibile parlare di emergenza? L'emergenza è un fatto imprevedibile.

Siamo – "noi", occidentali – in guerra contro "l'Islam" – perdonatemi le semplificazioni, per favore – almeno dal 1990. Quella volta in cui gli USA invasero l'Iraq, te la ricordi ancora? Fu anche l'applicazione sistematica del giornalismo embedded. Perché negli alberghi con piscina non ci vanno mica solo manipoli di critici musicali per poi dir bene – liberamente, s'intende – del nuovo, terribile album di Laura Pausini, capiamoci. E all'epoca era chiara una cosa: la religione non c'entrava niente.


Il pezzo di Famiglia cristiana lo dice chiaramente. Sono fatti, che nessuno si prende nemmeno la briga di smentire:

«Dell’ Isis e delle sue efferatezze sappiamo tutto da anni, non c’ è nulla da scoprire. E’ un movimento terroristico che ha sfruttato le repressioni del dittatore siriano Bashar al Assad per presentarsi sulla scena: armato, finanziato e organizzato dalle monarchie del Golfo (prima fra tutte l’Arabia Saudita) con la compiacenza degli Stati Uniti e la colpevole indifferenza dell’ Europa».

Renzi, qualche giorno fa, era in Arabia Saudita. È consapevole di questi fatti? Tenderei a pensare di sì. E i suoi elettori, ne sono informati? E chi soffia venti di guerra sulla propria tastiera?

Il futuro

La considerazione di Luca Zesi che ho condiviso più sopra e che ripropongo qui è quella che mi interessa di più perché si evolve dalla semplice analisi e fa un passo ulteriore, in avanti, esprimendo concetti che dovrebbero davvero interessarci, perché invitano a cercare soluzioni.

occorre mettere da parte le isterie religiose e riflettere con grande intensità sui meccanismi di integrazione sociale e...

Posted by Luca Zesi on Sabato 14 novembre 2015

Via le isterie religiose. Perfetto. Aggiungerei anche: via gli interessi economici.

Il terrorismo si è evoluto. Ha colpito i luoghi dell'intrattenimento quotidiano, e in quei luoghi è cresciuto e da quei luoghi e da quell'indifferenza è stato alimentato: non siamo assolti, non lo saremmo nemmeno se ci mostreremo improvvisamente solidali. Ma è chiaro che non ci meritiamo di diventare vittime del terrorismo. Nessuno si merita di esserlo, in nessuna parte del mondo.

Bisogna velocemente trovare nuove categorie di pensiero politico, perché quel terrorismo e quella guerra non si fermano con i metodi che abbiamo applicato fino a questo momento. Altrimenti, tutte le parole che si sono spese in questi giorni – dal cordoglio all'analisi, di qualunque colore – saranno solo parole di morti.

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