Siria: parte il negoziato di Vienna dopo la strage di Parigi e di Beirut

Dopo gli attentati di Parigi di venerdì, che hanno ucciso 129 persone (bilancio provvisorio), è partito ieri il negoziato di Vienna sulla Siria. Vi partecipano 17 nazioni (tra cui Stati Uniti, Russia, Iran, Arabia Saudita e Turchia) ma anche i rappresentanti di Unione europea, Nazioni Unite e Lega araba.

Il negoziato dovrà sbrogliare molte divisioni, che si sviluppano all'interno di un conflitto in costante evoluzione. Da una parte, si registra un incremento di bombardamenti da parte della Russia nelle zone occupate dallo Stato Islamico (e non solo); dall'altra i jihadisti dell'autoprocalmatosi Califfato hanno attaccato Parigi e prima ancora il Libano. A Beirut, lo ricordiamo, il 12 novembre scorso, sono entrati in azione quattro kamikaze che hanno provocato oltre 40 morti nel quartiere dell'esercito sciita Hezbollah, che combatte al fianco del governo di Damasco.

L'Onu: si inizia il 1°gennaio. Che ruolo avrà Assad?


La novità di questa fase della trattativa è la presenza dell'Iran. Il governo di Teheran è stato invitato il 30 ottobre scorso a partecipare alla riunione austriaca. Ma le divisioni tra le nazioni che partecipano al vertice sono ancora molto marcate, e in particolare riguardano il ruolo che dovrà assumere il Presidente siriano, Bashar al-Assad.


Il mediatore delle Nazioni Unite, Staffan de Mistura, ha presentato un piano che contempla un negoziato politico che dovrebbe scattare entro il 1° gennaio 2016. Il testo prevede che, a partire da quella data, ci sarà una trattativa mediata dall'Onu con il governo di Damasco e i vari gruppi dell'opposizione.

Ma sempre entro il 1° gennaio si dovrà trovare una soluzione alla permanenza di Assad al potere: il negoziato non partirà se Assad sarà ancora presidente. Ciò non vuol dire, però, che Assad non potrà rivendicare il diritto di avere una "collocazione"nel futuro del suo paese.

Per quanto riguarda, invece, le opposizioni che potranno sedere al tavolo del negoziato, De Mistura si è preso l'onere di supervisionare la formazione delle delegazioni che avranno la possibilità di entrare nel dialogo di pace. E, a tale riguardo, sono state create anche due commissioni di lavoro.

Una di queste è guidata dalla Giordania, che dovrà definire quale gruppo deve essere considerato terrorista e quale gruppo solo militare. Operazione non certo facile, visto che le componenti "progressiste" e "laiche" della primavera siriana hanno subito durissimi colpi da quando è scoppiata la guerra civile.

Arrivare ad un compromesso è fondamentale in questa fase. Anche perché l'Isis, con gli ultimi attentati, segnala la sua pericolosità ma anche la sua debolezza. Lo Stato Islamico è pressato, da una parte, dall’esercito di Damasco, aiutato dalla copertura aerea russa e dal supporto logistico iraniano, e, dall'altra, dai peshmerga curdi in Iraq, che con il supporto dei raid della coalizione guidata dagli Stati Uniti hanno ripreso il controllo della città di Sinjar, spezzando la continuità territoriale (tra Siria e Iraq) del cosiddetto Califfato.

La Francia scenderà a compromessi?


La domanda che in molti si fanno è se dopo gli attentati di venerdì, il Presidente francese, Francois Hollande, assumerà posizioni più morbide nei confronti del dittatore. La sua definitiva uscita di scena, infatti, seppur invocata da molti, potrebbe rivelarsi nel breve periodo un fattore di instabilità troppo alto per l'intera regione.

La Francia è sicuramente stata oggetto delle azioni terroristiche per il suo ruolo sempre più rilevante nella lotta contro l'Isis. Tanto che nelle loro rivendicazioni gli uomini di Abu Bakr al Baghdadi hanno fatto riferimento ai bombardamenti francesi “nelle terre del Califfato”.

I caccia della Francia hanno colpito proprio all'inizio di questa settimana gli impianti petroliferi e di gas dell’area di Deir ez-Zor, zona controllata dai jihadisti dell'Isis. Inoltre, Hollande aveva già annunciato l'impiego della portaerei Charles de Gaulle nel Golfo, a sostegno delle operazioni in Siria e in Iraq. Da settembre, l’impegno militare francese nell’area si è intensificato, soprattutto in Iraq. Parigi, però, fin dal dal 2013, è favorevole ad abbattere anche il regime sciita di Assad, che continua a controllare un terzo del territorio (dove risiedono da 12 a 18 milioni di persone).

L'Eliseo sostiene ufficialmente ragioni umanitarie per procedere con la destituzione di Assad. Ma mettendo da parte quelle occultate, ovvero di carattere economico e geopolitico, il "doppio fronte" contro Isis e governo di Damasco non sembra più un'opzione praticabile. E ora anche gli Usa sembrano essersene accorti.

Rimuovere Assad, non coinvolgendolo in una fase di transizione post- conflitto, aprirebbe il campo a soggetti politici che di certo non garantirebbero la sicurezza dell'area. A tale riguardo segnaliamo che la Coalizione nazionale siriana (in esilio) è in forte difficoltà e che il Fronte al-Nuṣra, affiliato ad Al-Qaida, insieme alle altre forze jihadiste sul campo, non ha certo posizioni moderate, capaci di garantire la sicurezza.

Tra l'altro, proprio ad inizio novembre Ayman al-Zawahiri, leader della formazione che fu guidata da Osama Bin Laden, ha proposto all'Isis di mettere da parte le antiche rivalità e di dare vita ad un'alleanza strategica contro l'occidente.

In ogni caso, la Francia si batterà per concedere a Damasco il meno possibile. Pochi giorni prima del vertice di Vienna, il ministro degli Esteri francese, Laurent Fabius, aveva dichiarato: “Pensiamo che Assad non possa governare la Siria e che gli iraniani, che hanno truppe sul terreno anche se dicono che sono solo consulenti di guerra, non possano stare permanentemente in Siria”. E Per parte sua, ieri, il dittatore di Damasco, a conferma del gelo diplomatico con la Francia, ha affermato che quello che è avvenuto a Parigi: "E’ il risultato delle politiche sbagliate della Francia”.

Gli Stati Uniti correggono la strategia anti-Assad?


Washington si oppone al regime di Assad. Ma di recente Barack Obama ha fatto capire di essere disposto a prendere in considerazione il coinvolgimento del Presidente siriano nel futuro processo di transizione politica.

In ottobre, il Presidente Usa è stato costretto a mettere fine al programma di addestramento per i ribelli in Siria. Il piano non ha prodotto i risultati sperati, soprattutto in rapporto ai suoi costi esorbitanti: 500 milioni di dollari in totale. Meglio dunque essere più pragmatici, investendo in forniture di armi e munizioni contro l'Isis e provando a trattare con Mosca una uscita di scena di Assad che gli offra garanzie.

La Russia non molla Assad, ma è disponibile a trattare


Il Cremilino finora ha appoggiato "senza se e senza ma" il regime di Assad. Ma progressivamente ha fatto capire di essere disposto a contrattare una sua ricollocazione all'interno del quadro politico siriano. Gli Stati Uniti, però, non hanno gradito che nei suoi raid aerei, Vladimir Putin abbia scelto di attaccare anche forze non jihadiste. Tra queste, ci sono le milizie dell’Esercito siriano libero, in parte equipaggiate e addestrate dagli Stati Uniti.

Da parte sua, il ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov, ha palesato da Vienna una certa insofferenza per il fatto che il suo paese venga criticato perché sta colpendo indiscriminatamente tutte le forze islamiste. Ecco cosa ha sostenuto, con diplomazia, a riguardo: "Io credo, come ha detto Kerry, che non abbiamo scuse. Dobbiamo fare di tutto per sconfiggere lo Stato Islamico, al-Nusra e questo tipo di organizzazioni”.

Le posizioni di Turchia e Arabia Saudita


Il fatto che si continui ad includere Assad nelle trattative non piace affatto al governo di Ankara e alla monarchia del Golfo. Entrambe schierate con forza contro il regime sciita, e interessate a fermare l'espansione delle forze sciite in Medio Oriente. Cosa, questa, che trova d'accordo anche Israele, che vede come una grande minaccia l'esercito di Hezbollah e il governo di Teheran, alleati di Damasco.

Il ruolo della Turchia all'interno del negoziato non potrà non essere messo in questione. Il Presidente, Recep Tayyip Erdogan, continua infatti a giocare su due tavoli. Per un verso fornisce supporto agli Usa contro l'Isis, e, per l'altro, è accusato di sostenere il Fronte al Nusra e di attaccare le basi dei guerriglieri del Partito dei lavoratori del Kurdistan (Pkk) nel nord della Siria, che si battono proprio contro lo Stato Islamico.

Anche Riad gioca una partita tutta sua nel conflitto. Sostiene molti gruppi dell’opposizione armata, sia jihadisti sia moderati. E partecipa alla coalizione contro l'Isis, anche se grava sulla monarchia saudita e sul Qatar il sospetto che in passato abbiano finanziato gli uomini del Califfato.

L'Iran alleato di Assad


La Repubblica islamica conserva una sorta di alleanza "organica" con Assad. Nella prospettiva di difesa dei suoi interessi, si oppone con forza all'ipotesi che la Siria possa cadere nelle mani di un regime sunnita.

L'Iran, se vorrà rimanere al tavolo del negoziato, dovrà accettare una sorta di ridimensionamento del ruolo del capo di governo di Damasco. Tuttavia, le sue posizioni non potranno essere ascoltate dagli Usa. Teheran, con la firma del negoziato sul nucleare e con la mobilitazione, attraverso supporto logistico e militare, contro lo Stato Islamico in Iraq, ha guadagnato una certa udienza non solo nei confronti di Mosca, ma anche di Washington.

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