Siria, guerra all'Isis: Hollande vuole l'appoggio Onu. Ma bastano i bombardamenti?

French army Rafale fighter jets sit on the tarmac at a military base at an undisclosed location in the Gulf on November 17, 2015, as the French army conducts operations against the Islamic State group in Syria and Iraq. French warplanes destroyed a command centre and training centre in the Syrian city of Raqa, the stronghold of IS, in its second series of airstrikes in 24 hours, the French defence ministry said. AFP PHOTO / KARIM SAHIB        (Photo credit should read KARIM SAHIB/AFP/Getty Images)

Dopo gli attentati di Parigi, Francois Hollande è determinato ad ottenere una risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’Onu per un intervento contro l'Isis. E' alla luce di questa prospettiva che il Presidente francese si recherà il 24 novembre da Barack Obama e il 26 da Vladimir Putin, con il quale ha già avviato una collaborazione più stretta nelle ultime azioni militari in Siria.

Le operazioni militari contro l'Isis, per il momento, non sono legittimate da un mandato multi-laterale. Stati Uniti, Francia e Russia, che stanno bombardando per coprire le azioni di terra dei peshmerga curdi (che si avvalgono del supporto logistico dell'Iran) e dell'esercito di Damasco, hanno agito spesso in maniera non coordinata. Tuttavia, non dobbiamo sottovalutare che la loro iniziativa ha prodotto risultati significativi: nella zona di Raqqa i jihadisti hanno subito perdite pesanti e la città di Sinjar è stata riconquestata, spezzando così la continuità territoriale (tra Siria e Iraq) del "Califfato".

Che l'Onu debba prendere una posizione unitaria ed esplicita nel conflitto siriano è stato prospettato anche da dall'inviato speciale delle Nazioni Unite, Staffan de Mistura, che ha dichiarato: "La guerra all'Isis bisogna farla su due fronti. Il primo è quello militare, perché con loro non si negozia, mentre il secondo è quello di risolvere la crisi politica siriana". Ed ha aggiunto: "Io sono da 42 anni all'Onu e non sono quello che dice che le bombe fanno bene, ma c'è un momento in cui si deve rispondere ad un attacco. Per combattere Isis bisogna utilizzare i metodi militari, ma per vincere c'è bisogno di una strategia complessiva".

Per quanto riguarda la pianificazione delle operazioni militari sotto egida Onu, bisognerà vedere anche come si muoverà la Cina (che dispone di potere di veto). In ogni caso, la strategia del "doppio binario" tracciata de Mistura rispecchia il piano presentato al negoziato di Vienna e prevede un maggiore coordinamento nel colpire gli obiettivi dell'Isis e la costruzione di un nuovo quadro politico a Damasco, che dia una "ricollocazione" al Presidente Bashar al-Assad. E quest'ultimo, proprio ieri in un'intervista al Tg1, non ha escluso una sua uscita di scena.

Ma, seppure arrivasse il via libera delle Nazioni Unite, come dovrà svolgersi l'intervento militare? Le guerre non si vincono solo bombardando e, come hanno fatto notare alcuni analisti, arriva il momento in cui è necessario mettere gli "stivali sul terreno". L'invasione di terra in questa fase non sembra però avere chance. E a farlo intendere chiaramente è stato Obama dal G20 di Antalya. Il presidente americano ha dichiarato a riguardo: "il nostro esercito sarebbe in grado di conquistare Mosul, Raqqa, Ramadi e liberarle temporaneamente dall’Isis. Ma nel tempo i terroristi tornerebbero, a meno che non siamo pronti a mettere in piedi un’occupazione militare permanente di questi Paesi. Supponiamo poi di mandare 50.000 soldati in Siria, cosa facciamo poi quando un attentato in Occidente viene progettato in Yemen o in Libia? mandiamo soldati anche lì?".

Dunque bisognerà elaborare un strategia globale alternativa, anche perché, come si sottolinea in un articolo di Antonella Rampino su La Stampa, già ora le fonti militari dicono che dai bombardamenti non si potranno ottenere ulteriori risultati. Anche il generale Tricarico, che fu a capo delle operazioni internazionali durante la guerra in Kosovo, ha osservato che "non ci sono più obiettivi Isis da colpire. Ovvero, non ci sono più obiettivi da tener fermi nel mirino, dall’alto. Tutto quel che si poteva fare è già stato fatto".

Per indebolire i jihadisti, allora, sarebbe necessario arrestare il contrabbando di petrolio e bloccare i flussi di finanziamenti dei cosiddetti “donatori”. Sull'ultimo punto, però, l'occidente si è mostrato abbastanza sordo finora. Non solo molti paesi, tra cui l'Italia, continuano a vendere armi a Stati (Arabia Saudita, Qatar, Kuwait, Emirati Arabi, Turchia) che mantengono una posizione ambigua rispetto all'Isis e alle varie componenti fondamentaliste coinvolte nella guerra siriana, ma è noto che quegli stessi regimi finanziano i jihadisti in funzione anti-sciita.

E' stato lo stesso vice-presidente americano, Joe Biden, ad ammetterlo alla Cnn nell'ottobre del 2014, pur ritrattando parzialmente subito dopo. Che delle donazioni ai combattenti del Daesh, di Al Qaida o del Fronte al-Nusra arrivino dalle monarchie del Golfo e dalla Turchia è opinione ormai diffusa tra molti esperti, tra cui quelli Brookings Institution con sede a Washington. Ovviamente questi soldi non partono con il timbro dei governi, ma attraverso privati, uomini d'affari di casa a Ginevra, Londra o Parigi.

Saranno in grado i paesi della coalizione di bloccare questi flussi di denaro? Riusciranno a costringere gli alleati arabi a cambiare politica? E' ormai da anni che se ne discute e forse, se volgiamo evitare che le armi dei jihadisti arrivino al centro di Parigi o di altre città europee, è arrivato il momento di fare una riflessione molto seria su questo problema.

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