Africa settentrionale, uno sguardo dall'altra parte del Mediterraneo

Quale è la situazione politica dei Paesi del nord Africa? Quali guerre si combattono? Quali sono i rapporti con l'Italia e l'Europa?

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Con il termine nord Africa si designa la parte settentrionale del continente africano: secondo la suddivisione data dalle Nazioni Unite la macroregione comprende (da ovest verso est) il Marocco (che occupa anche la regione del Sahara occidentale), l'Algeria, la Tunisia, la Libia, l'Egitto, il Sudan e il Sud Sudan.

Storicamente la regione, che un tempo veniva chiamata Barberia, è quella occupata da popolazioni europoidi parlanti la lingua berbera (attualmente circa 36 milioni di persone): dopo la conquista araba del nord Africa, avvenuta tra il 647 e il 709 d.C., la regione viene chiamata Gharb islamico ma recentemente proprio le popolazioni berbere hanno coniato il termine Tamazgha, che si riferisce proprio a tutto quel complesso di Paesi nei quali si parla la lingua berbera.

Secoli di dominazione araba in Africa settentrionale hanno creato un territorio quasi completamente arabizzato, nel quale tuttavia convivono anche altre realtà culturali integrate perfettamente con la cultura araba dominante. La lingua più diffusa è proprio l'arabo (declinato in vari dialetti), anche se in seguito al colonialismo in Marocco, Algeria e Tunisia si parla correntemente e ufficialmente anche la lingua francese, in Libia (sopratutto nella parte costiera) l'italiano è molto diffuso e in Egitto l'inglese è considerato la seconda lingua da molti. La religione più diffusa è l'Islam, che convive (più o meno pacificamente a seconda delle regioni) con il Cristianesimo (cattolici e copti in particolare) e l'Ebraismo.

Marocco


Il Marocco è una monarchia costituzionale (il re, alawita, si chiama Mohammed VI) nel quale le lingue ufficiali sono l'arabo e il tamazight, anche se si parlano correntemente anche il francese e lo spagnolo. Vanta una popolazione di quasi 34 milioni di abitanti, la maggior parte di religione musulmana, e la capitale è Rabat. Il 60% della popolazione è di origine berbera, mentre il 40% è di etnia araba, anche se si tratta di stime visto che non esiste un e proprio censimento basato sull'etnia di appartenenza.

Dal 1912 il Paese è suddiviso in tre protettorati (francese, spagnolo e Tangeri) e il riconoscimento franco-spagnolo dell'indipendenza del Marocco è avvenuto solo nel 1956, fatta eccezione per le città di Tangeri e Tarfaya, restituite alla sovranità marocchina solo alla fine del '56 la prima e nel '58 la seconda. Le città di Ceuta, Melilla e le isole Jaafarini sono ancora oggi sotto il controllo spagnolo.

Da allora il regno nordafricano ha visto alternarsi sul trono tre distinte figure: Mohammed V, richiamato dall'esilio con l'indipendenza e morto nel 1961, Hassan II, il figlio ed erede al trono che per primo ha adottato una nuova Costituzione e permesso le prime elezioni nazionali, e Mohammed VI, che ha vissuto un vero e proprio terremoto alla base del potere monarchico con le proteste della primavera araba in Marocco nel 2011 e nel 2012, che lo hanno costretto ad aprire ad una maggior "democratizzazione" del paese nordafricano redigendo anche una nuova Costituzione.

Va sottolineato che oggi la monarchia islamica marocchina gode di un ampio consenso popolare, che ne legittima il potere e secondo gli esperti impedisce il proliferare di partiti islamisti radicali, fatta eccezione per il PJD e qualche altro gruppo.

La zona del Marocco più "calda" sotto il profilo sociale, politico e religoso è a sud: a partire dagli anni'70, quando emerse la questione del Sahara occidentale e ricchezze di questo territorio allora sotto il dominio coloniale spagnolo, gli indipendentisti del Fronte Polisario rivendicano l'indipendenza dal regno del marocco. Nel 1976 è stata autoproclamata la Repubblica Democratica Araba Sahraui (RADS), avviando anche rapporti diplomatici con alcuni paesi (africani e sudamericani in particolare) ed ottenendo anche un seggio da osservatore alle Nazioni Unite, che tuttavia ancora non ne riconoscono l'indipendenza, cosa invece fatta dall'Unione Africana.

La guerriglia contro il Marocco è terminata con il cessate il fuoco del 1991, in cambio della promessa di celebrare un referendum sullo statuto definitivo del Sahara Occidentale, consultazione che ancora non si è tenuta ma che di fatto, oggi, sarebbe inutile data l'impossibilità di definire il corpo elettorale, secondo quanto riferiscono alcuni osservatori.

Oggi il paese può essere definito relativamente tranquillo e "libero" dal terrorismo islamico, per quanto questo sia comunque oggetto di doverose attenzioni da parte delle autorità (come nel resto dei Paesi mediterranei). Nonostante questo, secondo i più importanti centri studi internazionali, il maggior numero di foreign fighter giunti in Siria e schieratisi con il Daesh sono proprio cittadini marocchini.

Algeria


L'Algeria è lo stato più grande dell'Africa del Nord (e del Continente in generale) e il suo territorio è per la maggior parte occupato dal deserto del Sahara: costituzionalmente è Repubblica Popolare ed è definita un paese musulmano, arabo e amazigh (berbero), dove la lingua principale è l'arabo, mentre il berbero e sopratutto il francese sono parlate anch'esse dalla maggior parte delle persone.

La maggior parte della popolazione algerina, secondo Wikipedia circa il 99%, è di fede islamica mentre il restante 1% si divide tra cattolici ed ebrei. La capitale è Algeri.

L'Algeria è una repubblica presidenziale democratica, anche se i più esperti definiscono quello algerino un vero e proprio "regime" nel quale il ceto militare continua ad esercitare una fortissima influenza sulla politica e sull'economia: i partiti politici sono liberi, ma devono essere approvati dal Ministero dell'Interno. Il presidente Abdelaziz Bouteflika è attualmente al suo quarto mandato consecutivo ed ha accentrato molto il potere nelle sue mani, anche se oggi versa in pessime condizioni di salute, cosa di non poco conto nell'ottica della stabilità del paese nordafricano.

Ottenuta l'indipendenza dalla Francia nel 1962 l'Algeria ha vissuto un lungo periodo di declino politico ed economico, che in parte perdura ancora oggi, e che in tempi più recenti ha anche permesso il proliferare incontrollato di importanti gruppi legati all'integralismo islamico.
Negli anni '90 il paese nordafricano è stato dilaniato da una sanguinosa guerra civile che ha provocato oltre 300mila morti nel quasi totale silenzio del resto del mondo, dovuto anche ad una pessima copertura mediatica del conflitto.

Secondo il governo di Algeri oggi l'Algeria è meno interessata rispetto ai paesi vicini dal fenomeno del reclutamento dei giovani nelle organizzazioni terroristiche internazionali: in materia di economia, lotta al terrorismo e sicurezza la sfida principale del Paese, oggi, è tutta interna. L'Algeria infatti è teatro di aspri conflitti sociali tra popolazioni arabofone sunnite e una minoranza berberofona ibadita, ma è la forbice tra ricchi e poveri ad alimentare i conflitti più importanti.

Il Paese, ricco di risorse naturali come il petrolio ed il gas, è attualmente sotto la lente di ingrandimento degli analisti internazionali, che temono che le cattive condizioni di salute del presidente rappresentino una vera e propria "bomba ad orologeria" pronta ad esplodere.

Tunisia


La Tunisia è una repubblica parlamentare, capitale Tunisi, indipendente dalla Francia dal 20 marzo 1956: la principale lingua è l'arabo, seguita dal berbero (nella zona di Gerba), dal francese (parlato come seconda lingua dalla quasi totalità della popolazione), e anche dall'italiano. Circa il 98% dell'odierna popolazione tunisina parla arabo e si identifica nella cultura araba: il 97,4% è di religione musulmana. C'è anche una minoranza di ebrei (l'1,6%) ed è presente anche una piccola componente di credenti di fede cristiana (appena l'1%), discendenti di coloni francesi e italiani.

Negli anni '90 l'economia è cresciuta in media del 5% ed oggi il turismo che rappresenta il 7% del Pil, l'agricoltura contribuisce per il 16%, l'industria per il 28,5%, e i servizi per il 55,5%. Il Paese è giovanissimo, avendo un tasso di natalità costantemente in aumento, e la metà dei tunisini hanno oggi meno di 15 anni. Nel 1956 viene vietato l'uso dell'hijab nelle scuole e alle donne tunisine fu pienamente riconosciuto il diritto di voto; il 25 luglio del 1957, avvenne la proclamazione della Repubblica.

Inizialmente il paese visse una "fase socialista" con Habib Bourguiba, osteggiato dalla Francia, che abrogò il doppio regime (coranico e civile) e nel 1981 si aprì al pluralismo politico. Successivamente, il 7 novembre 1987, il generale Zine El-Abidine Ben Ali, allora primo ministro, depose il presidente Bourguiba per senilità con un colpo di Stato "medico", favorito anche dall'Italia.

Ben Ali, che costituì un regime fortemente autoritario e repressivo, fu destituito solo con la Primavera Araba del 2011, quando il cittadino tunisino Mohamed Bouazizi si diede fuoco davanti al palazzo del Governatorato di Sidi Bouzid a seguito della volontà delle autorità di revocargli la licenza. Da quel gesto scaturirono proteste che infuocarono tutto il mondo arabo, dal nordafrica alla Siria (la cui guerra civile oggi è figlia proprio della Primavera Araba). Pochi giorni dopo Ben Ali fuggì all'estero dimettendosi. Il 23 ottobre 2011 si sono svolte le prime elezioni "libere", che hanno visto la netta affermazione del partito islamico moderato Ennahda e nel 2014 è entrata in vigore la nuova Costituzione: uguaglianza, diritti civili e tutela delle minoranze sono le caratteristiche fondamentali della nuova Carta tunisina.

Oggi la Tunisia vive un periodo di forte coesione sociale, osteggiata da un sempre più presente fondamentalismo islamico: molti giovani tunisini scelgono infatti di arruolarsi e partire con gli islamisti in Libia e Siria e la strage del Museo del Bardo di Tunisi del marzo scorso ha reso evidente al mondo quanto la realtà sociale e politica tunisina sia fragile, seppur determinata a combattere lo spauracchio islamista.

La popolazione tunisina, negli ultimi mesi, più volte è scesa in piazza per ribadire il proprio "no" al terrorismo islamico, mostrando la propria voglia di riscatto dopo un lungo periodo di repressione e dopo i morti, anche tunisini, proprio per mano dei radicali islamisti.

Libia


La Libia di oggi viene definita dagli esperti analisti internazionali "un paese nell'anarchia". Dal 2011, quando esplose la primavera araba libica, il grande stato nordafricano ed ex colonia italiana vive una fase storica caratterizzata dal caos politico e dalla violenza sociale. La lingua principale parlata nel paese è l'arabo, ma le numerose tribù parlano correntemente differenti dialetti berberi, mentre l'italiano è ancora parlato nelle zone costiere, in particolare a Bengasi, Tripoli e Misurata.

Dal 1911 al 1943 la Libia è stata una colonia italiana, occupata dagli Alleati durante la II Guerra Mondiale e divisa con il Trattato di Pace del '47 (Tripolitania e Cirenaica alla Gran Bretagna, Fezzal alla Francia e la Striscia di Aozou riconsegnata al Ciad, controllato dalla Francia): il 24 dicembre 1951, col l'assenso delle Nazioni Unite, la Libia dichiara l'indipendenza come Regno Unito di Libia, una monarchia ereditaria e costituzionale retta da re Idris al-Sanusi. Negli anni '50 vengono scoperti i primi giacimenti di petrolio (ancora oggi il maggior bene esportato, nonostante la guerra civile) e il 1º settembre 1969 re Idris viene deposto da un gruppo di ufficiali nasseriani: nacque così la Repubblica araba di Libia e il lungo "regno" di Muhammar Gheddafi. Inizialmente il colonnello, così era chiamato, resse il governo provvisorio ed avviò un programma di nazionalizzazioni delle grandi imprese e dei possedimenti italiani, chiudendo inoltre le basi militari statunitensi e britanniche.

Gheddafi lentamente divenne un vero e proprio "padre della patria" e come tale si comportò: la nazionalizzazione del petrolio e di tutte le imprese ha mostrato l'immagine di un uomo forte e determinato, sovranista e dalle politiche decisamente socialiste, che tuttavia nel corso dei decenni ha inasprito sempre più il potere costituito nelle sue stesse mani, divenendo di fatto il proprietario della Libia. La famiglia Gheddafi si è arricchita moltissimo grazie al petrolio e alle risorse naturali, ma il Colonnello governò con occhio attento il complicato puzzle culturale libico. In molti, prima della primavera araba, sostenevano l'impossibilità di sostituire Gheddafi alla guida della Libia, proprio perchè (come amava anche egli stesso affermare) senza il suo controllo tentacolare sulle tribù, in particolare sui tuareg nel sud del Paese, la Libia sarebbe caduta nel caos.

Così è stato: oggi la Libia vive il momento forse più tragico della sua storia. La guerra civile che portò alla morte di Gheddafi (con i ribelli appoggiati da Stati Uniti, Francia, Regno Unito, Italia e Canada, oltre che da alcuni paesi arabi come il Qatar e gli Emirati Arabi Uniti) ha portato la comunità internazionale a riconoscere il Consiglio nazionale di transizione come unico rappresentante del popolo libico. Nonostante un forzato tentativo di indire elezioni e nonostante la forzata creazione di un governo "democratico" dal 20 ottobre 2011, giorno dell'esecuzione di Gheddafi da parte di un minorenne libico membro delle milizie, il Paese è caduto nel caos: le numerose milizie tribali che formavano la coalizione ribelle armata hanno cominciato a farsi la guerra tra loro e nessuna autorità centrale è riuscita ad imporsi sui vari gruppi armati. Un parlamento immaturo, inesperto e sostanzialmente diviso e un'autorità centrale non riconosciuta dalla maggior parte della popolazione sono elementi che hanno di fatto impedito alla Libia una effettiva rinascita, come è stato in Tunisia, o un la creazione di un nuovo regime stabile, come in Egitto, e l'assenza di una politica forte, di un'economia stabile e di un welfare funzionante ha spinto alla radicalizzazione molti giovani libici.

Il 18 maggio 2014 la situazione è precipitata ulteriormente dopo il colpo di stato del generale Khalifa Belqasim Haftar (che viveva a 100m dal quartiere generale della CIA fino a pochi mesi prima), che ha preso il controllo di Tripoli con la forza lanciando pochi giorni prima un attacco contro alcune milizie islamiche nella Cirenaica non riconosciuto dal governo centrale. Mentre si creavano di fatto due enclavi governative, una a Tripoli retta da Haftar (non riconosciuta dalla comunità internazionale) e una "legittima" a Bengasi una delle milizie islamiche più forti, Ansar al-Sharia, occupava Bengasi nel luglio 2014 proclamando la nascita del Califfato di Derna.

Oggi la Libia vive una situazione umanitaria critica: è infatti il punto di arrivo di centinaia di migliaia di migranti da tutta l'Africa subsahariana e non solo, "merce" umana usata dai trafficanti per fare cassa, taglieggiando la disperazione e chiedendo cifre esorbitanti per il viaggio verso l'Europa. Un fenomeno che, ad oggi, l'Unione Europea è stata completamente incapace di affrontare, se non pattugliando le coste del nord del Mediterraneo. Contemporaneamente nel territorio libico la radicalizzazione è altissima, sopratutto nelle zone controllate dal Califfato, e si assiste ad una sempre più aspra guerra civile, nella quale omicidi e sequestri (ad oggi tre tecnici italiani che lavorano nel settore petrolifero risultano sequestrati dalle milizie jihadiste, che chiedono la liberazione dei loro prigionieri dalle carceri italiane) sono all'ordine del giorno.

Egitto


La Repubblica Araba d'Egitto, capitale Il Cairo, è una delle più popolose di tutta l'Africa. La lingua ufficiale è l'arabo, nel suo aspro e caotico dialetto egiziano, ma la maggior parte della popolazione parla tranquillamente anche l'inglese ed il francese.

L'Egitto è il Paese con la storia statale più longeva al mondo: abitato sin dal 10° millennio a.C. la sua cultura millenaria fa di questo Paese uno dei più dinamici e frizzanti paesi africani, con un'economia tra le più diversificate del Medio Oriente, con settori quali il turismo, l'agricoltura, l'industria e dei servizi a livelli di produzione senza uguali. Occupato dalla Gran Bretagna nel 1881, il 18 dicembre 1882 Londra ne proclamò formalmente l'autonomia dall'Impero ottomano creando così un suo "protettorato di fatto". Il 23 luglio 1952 un colpo di Stato dei Liberi Ufficiali del generale Muhammad Naguib e del colonnello Gamāl ʿAbd al-Nāṣer (Nasser) proclamò la repubblica, imponendo pochi anni dopo il definitivo ritiro delle truppe britanniche dalla zona del Canale di Suez, punto strategico nel panorama economico e geopolitico, e dalle basi militari che ancora gestiva sul suolo egiziano.

L'Egitto si impone sin da subito come interlocutore essenziale per dipanare la controversia israelo-palestinese, scatenando anche numerosi conflitti proprio con Israele. Nel 1970 muore Nasser e gli succede Sadat, a sua volta morto nel 1981, quando il potere passa nelle mani di Hosni Mubarak, "il rais" egiziano: Mubarak accentra il potere nelle sue mani come mai i predecessori avevano fatto e dopo un trentennio di presidenza, reiterata grazie a opportune modifiche costituzionali, la primavera araba arriva anche in Egitto: 18 giorni di imponenti proteste, accompagnate dall'uccisione di oltre 800 egiziani, costringono Ḥosnī Mubārak alle dimissioni l'11 febbraio 2011 dando il via ad un periodo di caos politico preoccupante per la comunità internazionale.

La forte presenza di islamisti radicali, sopratutto nella zona (in guerra) del Sinai e in alcuni sobborghi del Cairo ha preoccupato non molto il mondo, con la comunità internazionale preoccupata che l'Egitto si potesse trasformare in una nuova Libia dopo la caduta di Mubarak: nelle successive elezioni presidenziali del 2012 danno la vittoria a Mohamed Morsi, candidato dei Fratelli Musulmani, delineando una possibile svolta islamica nella pubblica amministrazione egiziana. Morsi, che ricevette un consenso popolare molto ampio, fu destituito da un colpo di Stato militare guidato dal generale Abd al-Fattāḥ al-Sīsī, proclamato presidente nel 2014. La fase di conflittualità sociale che ne segue costringe al-Sisi a mantenere un controllo militare e poliziesco delle principali città egiziane, arrestando oppositori ed imponendo leggi militari mascherate da normative per la sicurezza nazionale.

Nonostante questo al-Sisi è interlocutore privilegiato in campo internazionale: l'Egitto ha così rimesso al centro il paese per quanto riguarda il dialogo tra Israele e Palestina, riportando il Paese al centro della geopolitica mediorientale, ma mostrando fragilità interne decisamente importanti: dimostrazione inequivocabile è la caduta, sul Sinai, dell'aereo russo diretto a Sharm el-Sheikh.

Sudan


La Repubblica del Sudan, o Sudan del Nord, è una repubblica presidenziale (ma di fatto una dittatura militare) retta dal Presidente Omar Hasan Ahmad al-Bashir e avente come capitale Khartoum. La lingua ufficiale è l'arabo, ma anche l'inglese è molto parlato (tanto da essere anch'esso "lingua ufficiale"). La popolazione sudanese è lo più araba con minoranze nilotiche: dolicocefali sono gli Scilluc, i Dinka, i Nuer, i Lokuto, mesocefali, i Nuba, i Fungi, i Bongo, i Nittu, i Madi, gli Agnuak, i Bari e le popolazioni del Darfur, i Belanda e i Luo. Alcune tribù di origine nilotica come gli Acholi, i Lango, i Gialuo si sono stanziate in Uganda e in Kenya.

Principalmente la popolazione può essere divisa in quattro principali etnie: Zagawa, Mazalit, Tama e Fūr. Secondo quanto riporta Wikipedia l'Islam è la religione dominante, professata dal 97% della popolazione, dopo che il Sudan del Sud, in prevalenza animista e cristiano, è divenuto indipendente nel luglio del 2011. Dopo la dominazione araba ed ottomana e dopo le campagne africane di Napoleone, a partire dal 1820 il Sudan venne a cadere sotto il controllo dell'Egitto. Sotto l'Egitto (a sua volta dominato dagli inglesi) il Sudan vide aumentare esponenzialmente la tratta degli schiavi e la produzione del cotone: nel 1857 giunsero in Sudan alcuni missionari cattolici fra i quali Daniele Comboni, che vi fondò la comunità missionaria dei Padri Comboniani, molto importante e numerosa in tutta l'Africa. A fine '800 anche gli italiani giunsero in Sudan, dovendo però cedere agli inglesi l'area di Cassala dopo appena 3 anni in seguito alla clamorosa sconfitta della Battaglia di Adua contro l'esercito etiope. Sempre gli inglesi nel 1899 imposero ufficialmente all'Egitto il "condominio" sul Sudan, che divenne "anglo-egiziano".

Durante la II Guerra mondiale i sudanesi contrastarono l'avanzata italiana in Etiopia. Dopo la guerra, con l'influenza inglese fortemente ridimensionata per lo scarso interesse sulla zona, nacquero due partiti spontanei di inclinazione nazionalista, il partito Umma e il partito al-Ashiqqāʾ (I Fratelli) di ispirazione islamica, entrambi principalmente riferentisi al Sudan settentrionale. Con l'indipendenza proclamata dal Parlamento nel dicembre 1955 ed ottenuta nel 1956 una serie di repressivi e sanguinari regimi militari si è succeduta al potere in Sudan: le giunte militari, negli anni, hanno favorito in particolare la formazione di governi a orientamento islamico, privilegiando sempre il Sudan settentrionale. Dal 1955 al 1972 una sanguinosa guerra civile (uno scontro aspro tra le forze governative settentrionali e le forze Anya Nya che chiedevano maggiore autonomia per il sud) fu contrastata in particolare dall'opera dei missionari, espulsi però nel 1964. La fine della guerra civile fu siglata in un accordo di pace firmato ad Addis Abeba, che garantì al sud una sorta di autonomia tramite la costituzione di un'assemblea regionale con facoltà di elezione del presidente dell'Alto Consiglio Esecutivo (ACE).

Nel 1983 però alcuni fattori fecero riesplodere le violenze, riaccendendo la miccia della guerra civile: il trasferimento a nord di milizie ex-Anya Nya, la decisione del presidente Nimeyrī di dividere il governo del sud in tre governi regionali e soprattutto la decisione di introdurre le sanzioni previste dalla Sharia nel codice penale incontrarono l'opposizione degli ufficiali del sud e portarono all'ammutinamento di Bor. E' stato calcolato che le carestie, unite alla guerra civile, hanno provocato dal 1983 oltre 2 milioni di morti e oltre 4 milioni di rifugiati.

Nel 1989 un colpo di stato del generale Omar Hasan Ahmad al-Bashir, sostenuto dal Fronte Nazionale Islamico (NIF) non fermò la guerra civile, protrattasi fino al 1998, anno in cui si tenne un referendum costituzionale e nel quale una terribile siccità e la conseguente carestia, in particolare al sud, mieterono migliaia di vittime tra la popolazione. I tentativi di accordo tra le parti però non fermarono le violenze e i morti fino al 2002. Le trattative di pace fra il governo sudanese e il SPLM/A, sostenute dagli Stati Uniti e dall'Uganda (Museveni fu l'unico che riuscì a fare incontrare per la prima volta Bashīr e John Garang, leader carismatico delle forze ribelli) non fermarono però la guerra civile e nel febbraio del 2003 il conflitto crebbe: solo nel 2005 venne firmato l'accordo di pace globale (Cpa) con cui si pose fine agli oltre venti anni di guerra civile tra il nord e il sud del Sudan. Dopo la pace, il Sudan People's Liberation Army (SPLA) si riorganizzò politicamente come Sudan People's Liberation Mouvement (SPLM).

Il 7 febbraio 2011 il presidente del Sudan Omar Hasan Ahmad al-Bashir ha proclamato la nascita dello stato del Sud Sudan, immediatamente riconosciuto.

Sud Sudan


La storia del Sud Sudan è strettamente legata a quella del Sudan. Indipendente dal 9 luglio 2011 dal Sudan la lingua ufficiale è l'inglese, ma si parla diffusamente anche l'arabo oltre che numerose lingue nilo-sahariane. La capitale è Juba e il Presidente è Salva Kiir Mayardit. Ancora oggi la regione non è riuscita a pacificarsi: nel dicembre del 2013 è scoppiato un conflitto etnico tra le forze governative del presidente Kiir di etnia dinka e quelle fedeli all'ex vicepresidente Machar di etnia nuer. La miccia è stata un tentato colpo di Stato nel quale le forze leali al presidente Salva Kiir, di etnia dinka, si sono scontrate con quelle fedeli all'ex vicepresidente Riech Machar, di etnia nuer, esonerato a luglio a causa dei forti contrasti con Kiir. Secondo le Nazioni Unite almeno 50000 persone siano rimaste uccise nel corso di questo conflitto etnico.

Il Sud Sudan, dopo più di 40 anni di guerra civile le cui ragioni vanno cercate dapprima in aspri scontri tribali e religiosi e successivamente per il controllo delle risorse (acqua e risorse fossili), vede oggi una situazione politica e sociale ancora molto instabile e traballante. Dopo la prima guerra civile sudanese viene costituita la regione autonoma del Sudan del Sud nel 1972 e durò fino al 1983, quando una seconda guerra civile riaccende le violenze, conclusesi con l'accordo globale di pace del 2005. Nello stesso anno, l'autonomia del sud è stata ripristinata quando un governo autonomo del Sudan del Sud è stato formato.

Ancora oggi permangono alcune controversie con il Nord, riguardanti in particolare la ripartizione dei proventi del petrolio i cui giacimenti si trovano all'80% nel Sudan del Sud mentre gli impianti di raffinazione si trovano al nord.

La maggior parte degli abitanti di questo paese hanno conservato i loro credi tradizionali (religioni animiste), ma una considerevole minoranza degli abitanti è rappresentata dai cristiani.

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