Papa Francesco in Centrafrica: il Giubileo si apre in un paese in guerra

Police officers and peacekeepers face people taking part in a protest in front of the transitional parliament on May 11, 2015 in Bangui, to demand the resignation of the president of the transition. Cental Arican reconciliation forum called Monday the postponement of presidential and legislative elections.  AFP PHOTO / PACOME PABANDJI        (Photo credit should read PACOME PABANDJI/AFP/Getty Images)

Papa Francesco, nonostante il governo di Pargi abbia tentato di dissuaderlo, sarà come previsto il 29 e 30 novembre in Repubblica Centrafricana. Qui, dopo essere passato per il Kenya e l'Uganda, aprirà la Porta Santa della cattedrale di Bangui, anticipando così l'inizio del Giubileo straordinario (previsto per l'8 dicembre).

"Abbiamo fatto sapere ai servizi di sicurezza del Papa che si tratta di una visita ad alto rischio", hanno dichiarato fonti dell'entourage del ministro della Difesa francese, Jean-Yves Le Drian, al quotidiano Le Monde. Gli avvertimenti erano arrivati ben prima della strage di Parigi della settimana scorsa. Ma padre Federico Lombardi, portavoce della Santa Sede, ieri è stato categorico: "il Papa desidera andare in Centrafrica. Il programma resta confermato con tutti i suoi appuntamenti, compresa la visita al campo rifugiati, quella alla Moschea e l'apertura della Porta Santa". Ed ha aggiunto che il Pontefice "utilizzerà delle jeep bianche scoperte, non le papa-mobili blindate". Ma perché il Papa vuole aprire il Giubileo della misericordia proprio in Centrafrica?

Il paese è afflitto da una profonda povertà (il 60% della popolazione vive con poco più di un dollaro al giorno), ha sulle spalle un passato di sfruttamento coloniale, ed è segnato da un pesante scontro religioso. E' dilaniato da una devastante guerra civile dal 2012, che vede opporsi le bande armate ex-Séléka (per lo più composte da islamici) e anti-balaka (composte da cristiani e animisti).

Dunque, nella prospettiva di Bergoglio, aprire l'Anno Santo dal Centrafrica ha un alto valore simbolico. Sarà un messaggio di pace verso il mondo musulmano e di ferma opposizione a chiunque cavalchi lo scontro di civiltà.

E' opportuno chiedersi però come stia evolvendo la situazione in Centrafrica nell'ultimo periodo. A tal proposito, le dichiarazioni del ministero della Difesa francese di inizio mese potrebbero trarre in inganno. Da Parigi hanno fatto sapere che la Repubblica Centrafricana è "in grado di sostenere le elezioni, malgrado le attuali tensioni". Addirittura si è parlato dell'organizzazione del primo turno per la fine del 2015. Ma questa presa di posizione appare francamente azzardata.

E' stata la stessa Presidente di transizione, Catherine Samba-Panza, a dire una parola di verità, difficilmente smentibile dagli osservatori: "I caschi blu di Minusca (United Nations Multidimensional Integrated Stabilization Mission in the Central African Republic ndr.), non hanno portato la pace nel Paese".

In effetti i 10mila caschi blu dell'Onu della missione Minusca, che agiscono insieme ai parà della missione Sangaris, non hanno ottenuto grandi risultati. Le violenze non si sono mai arrestate nel paese, e, come se non bastasse, a delegittimare il contingente internazionale è arrivato anche lo scandalo degli abusi sessuali commessi sui minori da parte dei militari francesi.

Non ha giovato alla reputazione della missione Onu nemmeno l'intervento dei militari del Ciad che, dopo un'aggressione da parte delle forze cristiane, hanno aperto il fuco uccidendo decine di persone. Da allora, le truppe internazionali sono accusate di proteggere gli islamici.

Le ultime notizie ci dicono che nella capitale Bangui è scoppiata l'ennesima ondata di violenza a fine settembre. Ci sono stati infatti circa 90 morti, centinaia di feriti, una chiesa ridotta in macerie, il comando di polizia assaltato e 500 prigionieri in fuga dal carcere di Ngaragba. A scatenare l'ira è stata l’uccisione di un giovane tassista musulmano.

Intanto, continua il flusso di persone che lascia Bangui, terrorizzato dalle ritorsioni delle bande armate e che cerca rifugio nel campo per sfollati Mpoko, dove si recherà anche il Papa nella sua visita. Nel campo ci sono attualmente 20mila profughi.

Come riporta il sito Africa Express, Patricia Danzi, direttrice regionale dell’International Committee of the Red Cross Africa, ha fornito un quadro sconsolante rispetto a quanto sta accadendo nella capitale Centrafricana: "Durante le ultime settimane centinaia donne in stato di gravidanza e bambini ammalati non hanno potuto raggiungere gli ospedali per le necessarie cure mediche; migliaia di famiglie sono senza un tetto, perché le loro case sono state incendiate e i loro mezzi di sostentamento sono stati distrutti. Vivono nel terrore. La paura li accompagna giorno e notte”.

Certamente la visita del Papa sarà sorvegliatissima, ma in particolare l'incontro con la Comunità Musulmana nella Moschea di Koudoukou espone il paese a un forte rischio attentati. Un paese, lo sottolineiamo ancora, in cui la sovranità rimane un fatto molto relativo. D'altro canto basterebbe riflettere sui numeri forniti da Human Rights Watch ad inizio anno: più di 800mila sfollati e circa 10mila bambini soldato. Numeri, questi, che fanno presagire un nuovo Ruanda.

L'impegno militare di Parigi nella ex colonia, poi, non è stato percepito da molti centrafricani come "umanitario". Al di là del recente scandalo pedofilia, la presenza delle truppe francesi viene vissuta come un'ingerenza inaccettabile. Segnaliamo, a riguardo, che la Francia controlla ancora l'economia del paese: Bolloré opera nella logistica e nel trasporto fluviale, il gigante nucleare Areva è già presente in Centrafrica, anche se ancora in fase esplorativa, Total è egemone nello stoccaggio e nella commercializzazione del petrolio, France Telecom è tra i maggiori investitori nella nazione.


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