Isis, Libia: se il califfato si trasferisce da Raqqa a Sirte

derna

Secondo alcune fonti di intelligence statunitense, riportate in una lunga inchiesta del New York Times sulla Libia, Sirte, conquistata un anno fa dai jihadisti, è diventata una enclave affiliata all'Isis, e base per l'espansione dell'islamismo armato in tutto il nord-Africa. Inoltre, sempre secondo gli 007 americani, la città libica potrebbe diventare la nuova base dello Stato Islamico, guidato dall'autoproclamatosi "califfo", Abu Bakr al Baghdadi.

Che al Baghdadi sia riuscito ad infilarsi nella guerra civile libica non è una novità. Già nel 2014, la proclamazione del califfato di Derna da parte di Ansar al-Sharia, gruppo di derivazione quedista, ma poi entrato in rapporti con l'Isis, aveva lasciato chiaramente intendere che il paese maghrebino era diventato una terra fertile per gli uomini del califfo.

Ora, però, secondo il quotidiano americano, al Baghdadi starebbe addirittura progettando di trasferire il proprio quartier generale da Raqqa a Sirte. Tale decisione sarebbe maturata in seguito all'accerchiamento militare che il califfato sta subendo in Siria e in Iraq. I bombardamenti americani, francesi e russi, insieme agli attacchi di terra dei peshmerga curdi e delle forze dell'esercito di Assad, avrebbero reso necessario valutare l'opzione di un nuovo centro di comando in Libia.

Certamente l'ipotesi del trasferimento va presa con le molle, anche perché la Siria ha un grande valore simbolico nell'ideologia dello stesso gruppo guidato da al Baghdadi. Tuttavia, non è escluso che l'Isis, dinanzi a perdite militari consistenti, non valuti di porre la sua base al centro del Mediterraneo.

Ecco cosa scrive a riguardo il quotidiano americano:

"La leadership dello Stato Islamico, conosciuta anche come Isis o Isil, sta ora stringendo la sua presa su Sirte. E lo sta facendo con una tale forza che le agenzie di intelligence occidentali dicono di temere che potrebbe essere in procinto di stabilirsi in Libia, per installarvi, se necessario, una base alternativa"

Quello che è certo è che i jihadisti di Sirte sono riusciti a mettere in piedi un canale di comunicazione con Raqqa, tant'è vero che molti comandanti e combattenti presenti nel nord della Libia provengono proprio dal Daesh. E secondo quanto dichiarato da alcuni camionisti di Misurata, che sono stati prigionieri nell'enclave islamista, questa sarebbe totalmente sotto il controllo dell'Isis.

Ostaggi liberati, miliziani e residenti hanno raccontato sempre al New York Times che quasi tutta la leadership d Sirte è formata da combattenti stranieri. Uno dei più anziani comandanti locali, Abu Ali al Anbari, è di nazionalità irachena, mentre il governatore locale sarebbe saudita.

Nell' "Isis libica" non militano solo jihadisti locali ed iracheni ma anche tunisini, egiziani, sudanesi e abitanti dei paesi del Golfo. Nelle zone sotto il controllo islamista, dove è stata imposta la sharia alla popolazione, si pianificherebbero attentati in tutto il Nord-Africa.

Secondo il New York Times, l’Isis riesce a rifornirsi di armi grazie anche ad alcuni personaggi che gravitano intorno al governo di Tripoli. Ismael al Shokri, capo dell’intelligence delle milizie di Misurata, ha spiegato che l’assenza di sforzi contro gli islamisti è dovuta al massimo impegno ricvolto contro le truppe generale Haftar e il governo di Tobruk.

Ricordiamo che oggi la Libia continua ad avere due governi: quello orientale di Tobruk e quello occidentale di Tripoli. Entrambi, non riuscendo a controllare stabilmente il territorio, manifestano grande debolezza. Da mesi, l'Onu sta cercando di mediare per trovare un accordo tra le parti, che aprirebbe così ad un intervento militare internazionale. Ma le trattative, farraginose, sono fallite.

Inoltre, evidenziamo che il negoziato è stato fortemente svilito dall'ex mediatore dell’Onu, Bernardino Leon. Poco prima di lasciare il suo incarico ad inizio novembre, è stato travolto da uno scandalo. Ha accetto, per un compenso di 50mila euro al mese, di diventare direttore dall'Accademia Diplomatica degli Emirati Arabi Uniti. Paese, questo, che appoggia Tobruk.

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