Uk, Brexit: ministri euroscettici contro Cameron. "Se perde referendum deve dimettersi"

BRUSSELS, BELGIUM - DECEMBER 18:  Prime Minister of the United Kingdom, David Cameron speaks to the media after The European Council Meeting In Brussels held at the Justus Lipsius Building on December 18, 2015 in Brussels, Belgium.  European leaders are meeting to discuss David Camerons proposed EU reforms, as well as focussing on the migrant crisis, the fight against terrorism and climate change.  (Photo by Dean Mouhtaropoulos/Getty Images)

Il primo ministro inglese, David Cameron, deve dimettersi in caso di sconfitta al referendum sulla Brexit. Lo affermano sei ministri del governo Tory al giornale Sunday Times. In sostanza, se a spuntarla saranno i fautori dell'uscita del Regno Unito dall'Unione Europea, il leder dei conservatori sarà sfiduciato e dovrà abbandonare Downing Street.


Inoltre, i sei dissidenti, che rispecchiano una fetta importante del partito conservatore, insistono sul fatto che le dimissioni sarebbero obbligate perché Cameron non vuole dare libertà sul voto. Infatti, fiducioso di poter ottenere il più possibile da Bruxelles, il capo del governo britannico vuole impegnare la sua formazione politica a schierarsi a favore della permanenza nella Ue.

Uno dei ministri, sul tema, è stato esplicito. Ed ha dichiarato:

"Se (Cameron) insiste che i ministri devono essere sulla stessa linea, divide il partito. Se perdesse in queste circostanze, la sua posizione sarebbe indifendibile. Questa è la posizione di metà del governo"

La mossa dei dissidenti però potrebbe essere una questione puramente tattica. Secondo alcuni analisti, il loro intento è quello di mettere il fiato sul collo al primo ministro, costringendolo a porre condizioni più stringenti ad Angela Merkel. Cameron, dopo aver vinto con larga maggioranza le elezioni politiche del 2015, promettendo agli elettori che il referendum ci sarebbe stato non oltre il 2017, non ha infatti ottenuto grandi risultati finora in Europa. Tuttavia, i negoziati con la Ue saranno formalmente avviati il prossimo febbraio, e lì il premier si augura di poter sbloccare la situazione e di annunciare l'attesa consultazione per il giugno 2016.

Un'altra opzione per il voto è settembre, o al massimo l'inizio del prossimo anno. Ma eventuali slittamenti non farebbero una grossa differenza. L'importante è avvicinarsi il più possibile al documento programmatico presentato da Londra nel novembre dello scorso anno. Ricordiamo che il piano è diviso in quattro punti:

1) opt-out (la possibilità di respingere la clausola dei Trattati che prevede la partecipazione a un'Unione sempre più stretta); 2) tutele per le nazioni che non fanno parte dell'Eurozona, attraverso il riconoscimento formale del fatto che il mercato unico è “multicurrency”; 3) rispetto del principio di sussidiarietà, attraverso un maggiore ruolo dei parlamenti nazionali; 4) sospensione di quattro anni prima che un cittadino appartenente all'Unione abbia pieno accesso ai benefici e ai sussidi del welfare britannico

Che si possa però ottenere un'accettazione in blocco di queste condizioni è molto difficile. Sia il Presidente del Consiglio Europeo, Donald Tusk, sia il Governatore della Bce, Mario Draghi, hanno fatto capire che la trattativa sarà lunga e che il principio di maggiore integrazione europea non può essere leso per soddisfare gli interessi britannici.

Certamente Cameron non permetterà che la Brexit avvenga come se nulla fosse, anche perché sa perfettamente che gli istituti finanziari e il capitalismo rampante della City, che supportano da sempre i Tories, guardano con aperta ostilità a una tale ipotesi. In ogni caso, se il capo del governo dovesse uscire sconfitto alle urne, dicono alcuni esponenti a lui vicini, accetterà il verdetto e guiderà la nazione fuori dalla Ue prima di dimettersi.

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