Caso al-Nimr: scoppia la crisi diplomatica Iran-Arabia Saudita. Cosa sta accadendo in Medio Oriente?

Iraqi Shiite clerics, one holding a portrait of prominent Shiite Muslim cleric Nimr al-Nimr, take part in a demonstration against his execution by Saudi authorities, on January 3, 2016, in the capital Baghdad. Iran and Iraq's top Shiite leaders condemned Saudi Arabia's execution of Nimr, warning ahead of protests that the killing was an injustice that could have serious consequences. AFP PHOTO / AHMAD AL-RUBAYE / AFP / AHMAD AL-RUBAYE        (Photo credit should read AHMAD AL-RUBAYE/AFP/Getty Images)

Il ministro degli Esteri saudita, Adel al-Jubair, ha annunciato alla tv di stato la rottura delle relazioni con l'Iran, specificando che i rappresentanti diplomatici di Teheran hanno 48 ore di tempo per lasciare l'Arabia Saudita. Inoltre, ha aggiunto che il governo della Repubblica Islamica presieduto da Hassan Rohani sta incitando i musulmani in Medio Oriente alla rivolta interconfessionale.

La scelta di Riad di chiudere le relazioni con Teheran è giunta dopo la decapitazione dello sceicco sciita Nimr al-Nimr, che ha capeggiato le rivolte nel 2011 nella Provincia Orientale della monarchia del Golfo. Ricordiamo che insieme a lui sono stati giustiziati altri 46 detenuti, molti dei quali sempre sciiti.


Appena la notizia delle decapitazioni si è diffusa sono deflagrate una serie di proteste organizzate dal mondo islamico-sciita. Innanzitutto nello Stato del Bahrain e nella città di Qatif in Arabia saudita. Ma poi sono giunte proteste anche dall'Iraq, dagli Hezbollah in Libano, dagli Houti in Yemen e ovviamente dall' Iran. Qui le autorità hanno dovuto arrestare più di 40 manifestanti che hanno incendiato la sede diplomatica saudita. Per questo motivo, Riad ha convocato immediatamente l'ambasciatore della Repubblica Islamica, accusandolo di “sponsorizzare il terrorismo”.

Teheran condanna con fermezza l'esecuzione del leader religioso sciita, ma allo stesso tempo prova a mantenere i nervi saldi. La mossa saudita, infatti, ha la chiara finalità di innervosire l'Iran, provando così a fargli commettere qualche passo falso prima che le sanzioni occidentali decadano definitivamente entro il mese di gennaio.

Il sovrano Salman bin Abdulaziz aveva calcolato le reazioni del mondo sciita dopo la decisione del Gran Mufti sulle condanne a morte. Il suo obiettivo è quello di mettere in difficoltà il "nemico storico", che attende il perfezionamento dell'accordo sul nucleare firmato con le potenze del 5+1 (Stati Uniti, Russia, Gran Bretagna, Francia, Cina e Germania). Ricordiamo che l'intesa ha avuto la determinata opposizione dell'Arabia Saudita, che teme che l'Iran possa ledere i suoi interessi sul mercato del petrolio.

La Guida Suprema dell'Iran, Ali Khamenei, è stata molto dura dopo la condanna a morte di Nimr al-Nimr: "La vendetta di Dio si abbatterà sui politici sauditi. Dio onnipotente non rimarrà indifferente al sangue innocente, e questo sangue sparso in modo ingiusto li affliggerà rapidamente", ha dichiarato l'Ayatollah. Tuttavia, Rohani ha provato a buttare acqua sul fuoco, affermando che "le azioni di un gruppo di radicali contro le rappresentanze saudite in Iran sono totalmente ingiustificabili". Il presidente, dopo la decisione della Casa Bianca di non imporre nuove sanzioni alla Repubblica Islamica per il programma di missili balistici, dimostra così di non volersi far trascinare in una escalation che finirebbe per compromettere i risultati raggiunti finora. Ma bisogna evidenziare anche che la sua posizione è comunque molto delicata in questo momento: da Riad puntano chiaramente ad indebolire la sua leadership moderata.

Intanto, i Pasdaran, le Guardie della rivoluzione iraniana, insistono sulle responsabilità del wahabismo e salafismo saudita nel generare il terrorismo dell’Isis e di Al Qaida. La strategia di creare un nuovo asse regionale anti-saudita, che inglobi l'Iraq, il Libano e parte dello Yemen passa anche attraverso la messa in luce delle contraddizioni del regno di bin-Abdulaziz.

Riad, per parte sua, sa che in alcuni settori diplomatici degli Stati Uniti la preoccupazione maggiore non è lo Stato Islamico, ma il futuro di quel che resta della Siria. Per questo motivo, la corona spera in un intervento di Washington a favore dei propri interessi. La prospettiva saudita è quella di mandare a monte una possibile intesa con la Russia, che rimane il maggior problema per alcuni ambienti del Pentagono in Medio Oriente. In questo modo, si indebolirebbe anche la posizione dell'Iran nell'incipiente summit di Vienna.

Prendere una posizione così radicale per Barack Obama in questo momento appare difficile. In ogni caso, le vendite di armi per decine di miliardi di dollari ai sauditi e alle altre ricche petromonarchie del Golfo rimangono un aspetto che non può essere sottovalutato a Washington. Staremo a vedere come evolverà la situazione.

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