Monti come la "Bella di Torriglia"? E Berlinguer...

A differenza della bella di Torriglia (recitava l’antico adagio: "tutti la vogliono, ma nessuno se la piglia") sono oggi in tanti a volere Mario Monti quale candidato premier e/o leader di un partito o di uno schieramento. L’ultimo in ordine di tempo a tentare di ingaggiare il Prof è stato ieri Silvio Berlusconi che, nel vortice delle sue giravolte, prima dice di essere lui il candidato, ma poi si contraddice: “Se Monti si candida, mi ritiro”.

Al di là dei tatticismi e delle strumentalizzazioni dei leader e dei partiti, su Monti e sul suo governo non si è ancora fatta una analisi politica sui meriti e sui limiti di questi ultimi 13 mesi. Poco importa sapere se con Monti si chiude definitivamente la “seconda Repubblica” e si avvia la “terza Repubblica”. Conta invece – dopo i disastri degli esecutivi di Berlusconi&Bossi - aver ridato all’Italia una immagine internazionale credibile – innanzi tutto europea – non solo sul piano dello stile ma su quello di merito, di un Paese che rispetta i propri impegni e torna alla pari degli altri Paesi ai tavoli che contano. E’ grazie a questa ritrovata immagine e a questa ricostituita credibilità che il consesso europeo e internazionale – in primis i mercati - hanno sostenuto lo sforzo fatto dall’Italia per evitare la bancarotta.

Il limite sta nel fatto che poi l’Italia è rimasta in cima al crinale: non è piombata nel precipizio ma non ha “svallato”, restando impigliata nella palude della crisi. Stretto nella tenaglia fra la crisi internazionale e la crisi interna dei partiti (per lo più una zavorra ricattatoria), Monti non è stato capace di avviare la svolta vera, con riforme strutturali. Di conseguenza a pagare i costi della crisi sono stati e sono i ceti più deboli. La strombazzata politica di “rigore, equità, crescita” si è tramutata esclusivamente in una politica di rigore a senso unico, con tagli orizzontali alla spesa pubblica e sempre più tasse (quasi) per tutti, senza avviare la crescita. Insomma, dopo i tanti salassi, la febbre del paziente è calata ma il malato è così debole da non potersi rialzare.

Al di là dei limiti oggettivi legati anche dalla contingenza internazionale, il nodo è culturale e politico: Monti si è mosso nel solco del più classico solco del pensiero economico liberista. “Questa riduzione della politica – come rileva un commento di Rassegna.it a firma Kush - al solo rigore ha accentuato la recessione e la disoccupazione del Paese. Il non aver mantenuto fede alle dichiarazioni programmatiche fatte in Parlamento ha indebolito anche l'effetto delle manovre avviate e ridotto il clima di fiducia e la volontà di partecipare del Paese al proprio risanamento: si sono subiti i sacrifici perché ritenuti ingiusti e ineguali, invece che assumerli come elemento di redistribuzione del reddito, seppure in emergenza”.

In altre parole Monti non aveva e non ha nessuna intenzione di rivoltare l’attuale modello di sviluppo, al massimo, intende mitigarne gli effetti più negativi e dirompenti. In pratica il Prof, nell’ambito di una politica di stampo liberale, ha scelto la traiettoria più a destra possibile, ben lontana, ad esempio, da quella di Obama negli Usa. Ecco perché torna d’attualità il monito di Enrico Berlinguer del 1981: “Quando si chiedono sacrifici alla gente che lavora ci vuole un grande consenso, una grande credibilità politica e la capacità di colpire esosi e intollerabili privilegi. Se questi elementi non ci sono, l’operazione non può riuscire”.

Infatti, qui siamo, solo e sempre ai sacrifici, non all’austerità come via d’uscita dalla crisi di sistema, crisi dell’intera società italiana e non solo del sistema dei partiti. Nel gennaio 1977 sempre Berlinguer diceva: “Per noi l’austerità è il mezzo per contrastare alle radici e porre le basi del superamento di un sistema che è entrato in una crisi strutturale e di fondo, non congiunturale, di quel sistema i cui caratteri distintivi sono lo spreco e lo sperpero, l’esaltazione di particolarismi e dell’individualismo più sfrenati, del consumismo più dissennato.” E ancora: “Così concepita l’austerità diventa arma di lotta moderna e aggiornata”, in una società altrimenti destinata a rimanere arretrata, sottosviluppata e sempre più squilibrata”.

Già. Come pretendere che sia Monti a far sue le parole di Berlinguer non ascoltato allora neppure dal Pci (eccetto Amendola, Napolitano, Lama)? Chiunque vinca le prossime elezioni dovrà sciogliere nodi di questa portata. Viste le squadre e i giocatori in campo, difficile essere ottimisti.

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